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Roma, 6 giu – Che la storia sia sempre, in buona misura, storia contemporanea è vero. Questo però non può in alcun modo giustificare l’appiattirsi integralmente sulle idee dominanti del proprio tempo. Abdicando al dovere dello storico, che è quello di capire il passato, non di condannarlo moralisticamente o manipolarlo impunemente sulla scorta delle sollecitazioni del presente.



Entriamo in argomento. Oggi a Napoleone non si contesta la tirannica cancellazione delle libertà dei popoli europei, bensì il codice civile, espressione di una sedicente visione patriarcale e “ovviamente” maschilista della società. E soprattutto il ripristino della schiavitù nelle colonie e il tentativo di riconquistare l’isola di Santo Domingo, persa a seguito della rivolta degli schiavi africani scoppiata nel 1791. Il perché è presto detto. In omaggio alle tendenze oggi egemoni (rivendicazioni del BLM, cancel culture, ecc.), che esaltano tutto ciò che è altro dalla storia e dalla cultura europea, quella che fu appunto una rivolta di schiavi è assurta niente meno che al rango di uno dei “grandi eventi della storia mondiale”. Così la definisce, con non poca enfasi, il solito accademico conformista e storico tra parecchie virgolette Jeremy Popkin nel suo Haiti. Storia di una rivoluzione (Einaudi 2020).

Pur di sostenere questa tesi, che definire discutibile e forzata è un eufemismo, Popkin finisce per incappare in una serie di avvitamenti e argomentazioni capziose. Quando non palesemente contraddittorie già a partire dall’introduzione. Discutendo del presunto carattere rivoluzionario delle vicende haitiane, Popkin scrive (p. 9): “Se vogliamo davvero considerare quella haitiana come una delle più importanti rivoluzioni del mondo moderno dobbiamo dunque ripensare la natura stessa di tale fenomeno e, per esempio, riconoscere che una rivoluzione si può sviluppare anche senza un partito o un movimento rivoluzionario”. Aggiungendo subito dopo (p. 10) che Toussaint Louverture, protagonista di tali vicende, “non può certo essere considerato come un rivoluzionario consapevole, come lo furono invece Thomas Jefferson, Thomas Paine o i leader giacobini francesi”. Senza contare il fatto che “la rivolta haitiana contro la schiavitù non produsse mai un manifesto in cui fossero chiaramente definiti degli obiettivi” (p. 9).

Al di là della confusa terminologia adottata (rivolta o rivoluzione?), già indicativa di suo, l’assenza di leader, programmi e forze rivoluzionarie avrebbe dovuto spingere Popkin ad abbandonare la sua tesi. E invece, con procedimento tipicamente ideologico, nel momento in cui la realtà non fornisce conferme alla presunta natura rivoluzionaria degli avvenimenti haitiani, è la stessa realtà, per Popkin, a dover essere comunque piegata alla sua tesi. Per cui basta inventarsi un nuovo concetto di rivoluzione e il gioco è fatto.

Altro punto assai problematico. Abbiamo visto che lo storico americano definisce quella haitiana come una delle più importanti rivoluzioni del mondo moderno. Come un evento di portata mondiale. Ecco però cosa scrive (p. 10): “Sebbene la popolazione dell’epoca fosse profondamente cosciente dell’importanza di quegli eventi che noi oggi chiamiamo ‘Rivoluzione haitiana’, al di fuori della stessa Haiti il movimento rivoluzionario non suscitò mai l’attenzione che in quegli anni fu riservata alle rivoluzioni americana e francese”.

A parte il riconoscere che il carattere rivoluzionario delle vicende haitiane è il frutto di una ricostruzione totalmente a posteriori (siamo noi a definirla una rivoluzione), e al di là della risibile argomentazione sull’importanza di quegli eventi per la popolazione locale (ovvietà sconcertante che vale per centinaia di altri avvenimenti storici), la realtà è che quel che successe ad Haiti non ebbe alcuna influenza né alcun impatto anche solo lontanamente comparabili agli eventi di Francia e d’America. Con buona pace della sua presunta eco mondiale. Insomma, una sconfessione in piena regola.

Ultimo punto, rispetto al quale l’imbarazzo di Popkin è evidente. La raggiunta indipendenza, la fine della schiavitù e l’emancipazione degli schiavi invece di aprire un radioso futuro di progresso per Haiti, a testimonianza della grandezza di quegli eventi, ci mostrano una storia fatta di colpi di stato, dittature, guerre civili, analfabetismo dilagante, povertà estrema. In poche parole, un fallimento clamoroso. Insomma, Haiti, lungi dal rappresentare una storia di successo e un vero e proprio modello di riuscita lotta anticoloniale, ha dimostrato, tutt’al contrario, che la liberazione dal dominio coloniale non porta affatto automaticamente con sé sviluppo e progresso. Soprattutto se la paragoniamo con l’esempio delle ex-colonie inglesi in Nordamerica.

Ovviamente Popkin si guarda bene dall’attribuire qualunque responsabilità agli haitiani. E proprio in relazione agli Stati Uniti scrive (p. 11): “Priva di risorse naturali e culturali – si pensi solo alle immense regioni rurali e alle istituzioni educative che gli Stati Uniti avevano ereditato dal loro passato coloniale -, Haiti non poté seguire lo stesso cammino del suo vicino a nord”. Il discorso è chiarissimo. Per limiti oggettivi e strutturali, quindi del tutto indipendenti dalla volontà degli haitiani, l’isola appunto non poté raggiungere traguardi significativi e conquiste decisive. In sintesi, la condanna al sottosviluppo e a una endemica instabilità politica sarebbero frutto di fattori per loro natura immodificabili e intrinsecamente penalizzanti. Una lettura di comodo, deresponsabilizzante al massimo. Tutta tesa a giustificare gli insuccessi degli haitiani, senza coinvolgerli nella lunga sequela di disastri che ha costellato la storia della loro isola.

Si tratta di una lettura insostenibile. Ad esempio, proprio l’indipendenza (la dichiarazione d’indipendenza è del 1804), e dunque la fine della subordinazione a interessi e bisogni estranei alla massa degli ex-schiavi, avrebbe potuto permettere l’implementazione di istituzioni educative atte a migliorare le condizioni del popolo haitiano. Una grande occasione che non venne sfruttata. Forse una qualche responsabilità dell’élite dirigente haitiana ci sarà pure in tutto questo…

Sulle risorse naturali il discorso è reso ancor più problematico da quello che afferma proprio Popkin, in netta contraddizione con se stesso. Riportiamo i passi dello storico americano al riguardo (p. 5): “Ceduta alla Francia dalla Spagna nel 1697, in meno di un secolo Saint-Domingue divenne la più redditizia colonia del Nuovo Mondo”. Questo in quanto “produceva quasi metà delle scorte mondiali di zucchero e caffè, per non parlare delle preziose colture di cotone e indaco”. Così da spiegare sia perché “la ricchezza dei proprietari di piantagioni locali surclassava quella dei più agiati padroni della Virginia e della Carolina del Sud”, sia perché “Saint-Domingue era di vitale importanza per l’economia della Francia”. Oltre ad essere “un fondamentale partner commerciale degli Stati Uniti”.

Non sembra proprio la descrizione di un’isola “priva di risorse naturali”. E pur tenendo presente gli eventuali danni provocati da un decennio di guerre, si fa davvero fatica a capire come un’isola così ricca si sia potuto impoverire a tal punto da giustificare il giudizio di Popkin.

In definitiva, il libro di Popkin è un chiarissimo esempio di cosa non dovrebbe essere il lavoro dello storico. Il palese tentativo di trasformare la rivolta haitiana in quel che non era è l’ennesima testimonianza di come l’accademia si presti sempre di più a legittimare ideologie e programmi politici che invece dovrebbero rimanere fuori dalla ricerca scientifica. Il caso haitiano è, al riguardo, esemplare. In esso confluiscono praticamente molti dei temi in agenda di organizzazioni come il BLM: il colonialismo, il razzismo, la schiavitù, l’enfatica valorizzazione di tutto ciò che ha a che fare col mondo afroamericano, e così via. Ed è appunto tutto questo a chiarire operazioni come quella di Popkin, che vanno quindi smascherate per quel che sono: un supporto a ben precisi programmi, ai quali si vuole fornire una legittimazione accademica.

Giovanni Damiano

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