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Roma, 6 giu – Tra gli antichi romani era diffusa la convinzione che il destino di una persona fosse indicato nel proprio nome. Da qui la locuzione “nomen omen”, il nome è un presagio. Così è stato nella Cesena di metà 1300, la cui difesa dalle prepotenze papali vede protagonista una donna consacrata a Marte, dio della guerra.



Marzia degli Ubaldini (1317-1381) è una nobile italiana, signora consorte di Forlì e Cesena, nata nel “zitadòn”, il giorno del solstizio d’estate. Meglio conosciuta come Cia, sposa nel 1334 Francesco II Ordelaffi con il quale condivide l’impegno per la causa ghibellina. Descritta come abile amministratrice della cosa pubblica, coerente, fedele alle proprie convinzioni e ai propri progetti – che coincidono con quelli del marito – risulta essere impavida. E, dal momento che la guerra è guerra, anche feroce. Tra le tante qualità a lei attribuite dalla vox populi c’è anche quella di un’incantevole bellezza.

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La crociata contro i forlivesi

Sono anni in cui questa casata è una scomoda presenza per il Papa, allora in “cattività” ad Avignone: ciò condiziona negativamente l’influenza sui possedimenti italiani. Siamo nel 1353 quando Papa Innocenzo VI incarica il cardinale Egidio Albornoz alla restaurazione della propria autorità su parte di questi territori. Con particolare attenzione a Marche e Romagna.

Con l’uso della forza e fare pragmatico – per mezzo di minacce e lusinghe – il prelato sottomette molte famiglie locali. Non quella di Francesco II che nel frattempo è colpito dalla scomunica: intorno al 1356 solo i territori degli Ordelaffi non hanno controllo papale. Nello stesso periodo (1355) viene bandita la crociata contro i forlivesi, conflitto – quattro consecutivi in realtà – considerato sia politico che religioso. Su richiesta del pontefice tutta l’Europa cristiana viene mobilitata, soprattutto le fazioni tedesche e ungheresi. Solamente nel luglio ‘59 la controparte guelfa conquista la città.

L’assedio di Cesena: l’animo “ardito e franco” di Cia Ordelaffi

Già nel 1351 Cia Ordelaffi dimostra la propria abilità nell’uso delle armi e dell’arte bellica, aiutando a Dovadola il figlio Ludovico nella locale battaglia contro Carlo dei conti Guidi. Ma è durante la sopracitata crociata contro i forlivesi che la nobile romagnola – a cui spetta la difesa di Cesena – dimostra il proprio animo “ardito e franco”.

Il primo assaggio di tali virtù è datato 1354, ossia durante il valoroso respingimento delle scorribande pontificie arrivate fin sotto le mura cesenati. Le milizie papali tornano all’inizio del 1357, assediando la cittadina bagnata dal Savio. Con il marito impegnato sul fronte forlivese, la difesa della città tocca nuovamente alla valorosa nipote di Maghinardo Pagani. Viene pertanto fiancheggiata da due consiglieri – Sgaraglino da Pietracuta e Giorgio Tiberti – duecento cavalieri e numerosi fanti.

Come riportato dagli annales caesenates sul finire del mese di aprile le famiglie guelfe aizzano la popolazione contro la ghibellina, costringendo Cia e i suoi soldati a ritirarsi presso la cittadella, meglio conosciuta come Murata. Qualche rivoltoso però cade prigioniero: una volta decapitati, i resti sono gettati dall’alto delle mura, a monito del tradimento subito. Nonostante il parere contrario di Francesco, la condanna a decapitazione tocca anche ai due consiglieri, sospettati di aver avuto un ruolo attivo nella precedente ribellione.

Le forze messe in campo dal papato non sono quindi sufficienti a piegare la tenacia di Marzia e dei suoi uomini. Albornoz perciò chiama a raccolta ogni possibile rinforzo – direttamente da Ancona 8 macchine da getto – e il 28 maggio Galeotto Malatesta espugna la Murata. La Ubaldini, grazie a un sistema di gallerie sotterranee, si rifugia in una fortificazione della Rocca Vecchia. Qui insieme ai suoi soldati – ottemperanti alla causa fino alle estreme conseguenze – riesce a difendere eroicamente la propria postazione. ll 21 giugno però, dopo essersi assicurata l’incolumità dei propri combattenti, le cronache registrano la resa all’Albornoz. La nobile non scende a compromessi personali e viene incarcerata ad Ancona. Scarcerata in seguito alla capitolazione di Forlì, si riunisce al marito e ai figli esiliati in Veneto.

Il sacco dei bretoni: la vendetta è un piatto freddo

Secondo diverse ricostruzioni emerge che l’Albornoz non abbia voluto scendere a patti con l’Ordelaffi, le cui richieste non erano così diverse da quelle degli altri signori romagnoli. Come dicevamo, motivi religiosi e politici. Sembra infatti che sotto l’ala protettiva di Francesco II in Romagna si fosse rafforzata una già radicata comunità eretica. Tesi che sarebbe confermata dal fatto che già nel 1284 un documento vaticano riporti come nel cesenate siano scomunicati anche “monasteriorum Conventus” e collegi delle chiese. Inoltre, dal 1348 al 1358 l’episcopato è in mano a due dei maggiori inquisitori dell’epoca, Guglielmo Mirogli e frà Vitale. E lo Stato Pontificio avrebbe quindi deciso di lavare l’onta subita col sangue.

E’ il 2 febbraio 1377 quando una semplice scaramuccia tra macellai locali e mercenari bretoni (il cui bivacco è concesso dall’autorità vicina al Papa) si trasforma nel pretesto per infliggere alla comunità cesenate la damnatio memoriae. Il diverbio assume carattere cittadino: il cardinale Roberto di Ginevra (macellator caesenatum) cerca rinforzi in altri soldati di ventura guidati dall’inglese John Hawkwood, alias Giovanni Acuto, ordinando lui il saccheggio della città e la tabula rasa della popolazione, che nel frattempo però si è arresa. Uno dei più grandi massacri civili medievali che, compresi donne e bambini, conta circa 5.000 vittime e qualche migliaio di deportati.

Papa Urbano VI concede a Galeotto Malatesta (comandante dell’esercito della Chiesa ritiratosi in quei giorni a Rimini rifiutando così di difendere la popolazione), colui che vent’anni prima sedotto da Albornoz passò dalla fazione ghibellina a quella guelfa e assediò Cia Ordelaffi, la possibilità di ricostruire Cesena, completamente distrutta, e di istituire la propria signoria.

Il lascito ideale di Cia Ordelaffi

In un’epoca, la nostra, in cui ogni argomento viene bipolarizzato dall’opinione pubblica verso una sorta di “opposto estremismo” – in questo caso, parlando di una donna che si è saputa distinguere, all’isterismo femminista si opporrebbe un rigurgito di bigottismo confessionale – abbiamo sempre più bisogno di esempi non etichettabili né a destra né a manca, ma che possano elevarsi al di sopra del moderno brusio di sottofondo.

L’appassionante storia di Cia Ordelaffi – e del marito Francesco – rimane una limpida raffigurazione di quanto siano fuorvianti tutti i discorsi che riducono il binomio uomo/donna allo scontro frontale piuttosto che a una generica e liquida interscambiabilità. Riscoprire invece il coraggio, l’amor patrio e l’importanza del far parte di una comunità organica che precede e succede ad ognuno di noi vuol dire aver fatto propria la virtuosa eredità di Francesco e Cia Ordelaffi.

Marco Battistini

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