Non solo i romanzi sono spesso copie di copie, oggigiorno. Sovente anche i saggi, soprattutto se scritti da autori che devono onorare stringenti contratti editoriali – se non c’è la sicurezza in merito, il sospetto è quantomeno lecito. Un esempio potrebbe essere Lo spazio dell’immaginazione (Einaudi) di Ian McEwan. Il tema è dei più interessanti: la letteratura e l’impegno civile. Il sottotitolo, Riflessioni sul saggio di George Orwell «Nel ventre della balena», rimanda a uno dei migliori contributi teorici dell’autore di 1984.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di novembre 2022

Peccato che le elucubrazioni di McEwan siano piuttosto confusionarie, espresse con prosa scialba da autentico impiegato della cultura in fase di prepensionamento. Quanto scritto, fatta salva la differenza di esempi, non aggiunge e non toglie quasi niente alla monumentale riflessione orwelliana, vivendo di una debole luce riflessa.

Le sconcertanti banalità di McEwan

L’autore di Espiazione parte dall’incontro tra lo scrittore inglese e Henry Miller, a Parigi, prima che Orwell si rechi a combattere in Spagna. Fondamentalmente, in questa narrazione, i due rappresentano le opposte e antitetiche posizioni che un uomo di lettere può assumere di fronte all’impegno. Miller è uno scanzonato, un pessimista e un erotomane. Della politica, se ne frega. Orwell è l’esatto contrario: infatti, vuole imbracciare le armi. Il creatore di Tropico del cancro gli regala una giacchetta, per proteggersi dal freddo, e lo abbandona al suo destino: «Mi fece presente […] che andare in Spagna in quel momento era il gesto di un idiota… che le mie idee sull’opposizione al fascismo e la difesa della democrazia ecc., ecc., erano tutte fesserie».

A fronte dell’accumulo di aneddoti, il senso generale del saggio è molto semplice: Miller, e più in generale qualunque scrittore, ha tutto il diritto di rifiutare la realtà, di chiudersi nel ventre della balena, più o meno come il profeta Giona nell’Antico Testamento, scegliendo di trastullarsi nella solitudine, compiacendosi nella decadenza dell’intellettuale borghese. Fin qui, niente di nuovo.

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Naturalmente, la disamina – ma ciò avviene, con maggiore efficacia, in Orwell – verte anche su come dovrebbe essere costruito un romanzo impegnato. Peccato che, forse con una punta di malafede, McEwan trascuri una certa parte del testo. L’autore de La fattoria degli animali, infatti, puntualizza sul rischio per uno scrittore, per esempio marxista – già allora, a quanto pare, erano la maggioranza –, di cadere nel propagandismo più becero. Non esiste una grande «letteratura totalitaria»: «L’atmosfera di ortodossia è sempre deleteria per la prosa, e soprattutto per il romanzo, il più anarchico di tutti i generi letterari», essendo esso «un prodotto del libero pensiero, dell’individuo autonomo».

Orwell, tanto antifascista quanto anticomunista, redarguisce l’intellighenzia borghese di sinistra affascinata dal Partito e dalla Russia di Stalin, con un ritratto che, ancora oggi, a leggerlo, fa venire le lacrime agli occhi dalle risate e mozza il respiro agli interessati: «Lo schema è unico: scuola pubblica, università, qualche viaggetto all’estero, poi Londra. Fame, avversità, solitudine, esilio, guerra, prigionia, persecuzione, lavoro manuale: non se ne parla neanche. Non c’è da meravigliarsi dunque che la…

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