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Roma, 20 dic – È da poco uscito Iconoclastia: la pazzia contagiosa della Cancel Culture che sta distruggendo la nostra storia (Eclettica), il nuovo libro di Emanuele Mastrangelo ed Enrico Petrucci. Al centro dell’indagine dei due autori c’è appunto la cosiddetta «cultura della cancellazione», che abbiamo imparato a conoscere durante le proteste di Black lives matter, allorché i militanti antirazzisti hanno iniziato ad abbattere statue e monumenti della «civiltà bianca». Di fronte a questa offensiva fisica e simbolica, le esauste élite occidentali si sono cosparse il capo di cenere e hanno dato fondo a tutto il loro autorazzismo. Solo in pochi, del resto, si sono chiesti da dove viene quest’odio così radicato e come sia possibile combatterlo. Tra questi, ci sono senz’altro gli autori di Iconoclastia, che abbiamo intervistato per saperne di più della loro fondamentale ricerca.



La cancel culture: intervista agli autori di Iconoclastia

Questo libro esce all’indomani della grossa ondata di isteria fanatica che ha portato all’abbattimento di statue in tutti gli Usa, ma in realtà era in lavorazione da tempo, vero?
«Come il nostro volume precedente, Wikipedia: l’enciclopedia libera e l’egemonia dell’informazione (Bietti, 2014), il libro nasce da una serie di inchieste pubblicate sul mensile Storia in rete in cui avevamo iniziato a seguire le nuove tendenze iconoclaste, a partire dai disastri dei governi Zapatero in Spagna. Già alla fine del 2017 il materiale aveva raggiunto la massa critica per un volume, ma non avevamo trovato riscontro tra gli editori che ritenevano l’iconoclastia solo un fenomeno passeggero, una semplice “reazione contro Trump” destinata ad estinguersi da sola. Ma che non fosse passeggero e che non fosse semplicemente legato a Trump era evidente a chiunque avesse osservato l’evolversi e il propagarsi dell’onda iconoclasta. Anche perché, con Trump sconfitto, l’iconoclastia continua. A gennaio 2021 verranno rimosse le ultime due statue del generale Lee, e in California si è insediata una commissione di ridenominazione delle scuole che vuole togliere di mezzo il nome Lincoln. Il vincitore e lo sconfitto della guerra di secessione sono ormai equiparati nel “nuovo mondo impavido” dell’iconoclastia».

Black Brain

Chiamate “cancel culture” questa forma di fanatismo perché non tocca solo le statue ma punta a cancellare anche personalità dell’arte, della letteratura, della filosofia…
«La cancel culture non esiste! Anche solo ipotizzarne l’esistenza fino a qualche mese significava attirare accuse di essere estremisti dell’alt-right. Chi pure la criticava, come gli scrittori Margaret Atwood, Jeffrey Eugenides, Salman Rushdie, e il filosofo-attivista Noam Chomsky, tra i primi firmatari di una lunga lettera pubblicata dalla rivista Harper’s Magazine per la libertà di pensiero il luglio scorso non usavano mai il termine cancel culture.
Ma anche se la cancel culture “non esiste” ed è solo “un’invenzione della destra trumpiana” come ci hanno raccontato per anni, ora gli effetti della cultura della cancellazione sono ormai sotto gli occhi di tutti. Si inizia tardivamente, a prenderne atto. D’altronde il termine nasce proprio come hashtag su Twitter per portare alla morte social e civile di personaggi ritenuti scomodi. Dalla gogna virtuale del social si è passati poi a intendere quel desiderio di annientamento di ogni opinione sgradita o non conforme che era stato profetizzato da Ray Bradbury in Fahrenheit 451 e, soprattutto, nel racconto Usher II, della raccolta Cronache marziane: “C’era sempre una minoranza che aveva paura di qualcosa, e una larga maggioranza che aveva paura del buio, paura del futuro, paura del passato, paura del presente, paura di sé stessi e delle proprie ombre”. Questo mondo di paranoici incapaci di accettare e confrontarsi con il passato e la Storia è quello sognato dagli iconoclasti».

Indicate nel marxismo culturale la matrice ideologica di questa ondata. Perché?
«L’ondata iconoclasta è portata avanti da una bassa manovalanza che il più delle volte attacca le statue con scene di delirio e isterismo collettivo. Questo non sarebbe possibile senza una classe accademica e giornalistica che è pronta non solo ad assecondare, ma anche a inventare giustificazioni teoriche per cercare di inquadrare l’opera distruttrice come un semplice effetto collaterale del progresso e della giustizia sociale. Il riferimento teorico sono proprio i campus universitari statunitensi dove ha germogliato questo frutto avvelenato del marxismo culturale. In realtà siamo ben lontani dalla buona vecchia dialettica comunista e marxista con cui era possibile un confronto: il marxismo culturale è il figlio degenere delle idee di Marx e Lenin approdato oltreoceano e cresciuto nell’ambiente radical chic. Un comunismo senza operai e lavoratori (che anzi, disprezza), ma innamorato delle “minoranze”, per le quali ha inventato la logica del “siccome siete state oppresse, è giunto il momento della resa dei conti con la società”. Si tratta insomma di intellettuali delle classi superiori che cercano qualunque minoranza più o meno “oppressa” per scagliarla contro la società tradizionale, che ovviamente è quella bianca, borghese, religiosa, eterosessuale. Queste sono le uova di drago del tentativo sovietico di destabilizzare gli Stati Uniti dall’interno. Riuscito, ironia della sorte, solo decenni dopo la scomparsa dell’URSS. Il vecchio nemico della guerra fredda è riuscito a colpire il gigante statunitense nei suoi miti fondativi: Washington, Lincoln, Jefferson e persino l’inno nazionale. Il problema è che questi frutti avvelenati, senza più il controllo dei loro creatori, rischiano di fagocitare l’intera civiltà occidentale come in quel racconto di Philip K. Dick in cui le fabbriche robotizzate di armi continuano a produrre e a inviare al fronte droni da guerra anche se il conflitto era finito per collasso dei belligeranti e nessuno nemmeno ricordava più perché e quando fosse iniziato».

Non credete che, oltre che del marxismo culturale, l’Europa stia diventando vittima anche della sempre più invadente influenza culturale americana (moralismo, fanatismo puritano, darwinismo sociale, complottismo messianico ecc.)?
«In realtà se l’infezione iconoclasta oggi si propaga in Europa dagli Stati Uniti, molti sono ceppi locali che si sono sviluppati in maniera autonoma e precoce. L’iconoclastia paranoica fiorisce in Europa ben prima che il fenomeno iconoclasta statunitense si presentasse sulla scena. È il caso spagnolo che dopo la fine della dittatura franchista ha rappresentato un esempio felice di transizione da un regime a una democrazia, anche per la lungimiranza dello stesso Franco. E dopo i primi governi di destra, il socialismo ha governato la Spagna per quindici anni, senza porsi minimamente il problema di cancellare il passato franchista! Franco e il passato della Spagna sono diventati un problema solo poco dopo il 2000 quando la sinistra di Zapatero, priva di argomenti contro il governo della destra di Aznar, che forse peccava di un eccessivo orgoglio del passato franchista, ha usato la cancellazione del franchismo come argomento elettorale. E gli effetti si vedono ancor oggi, con la Valle dei Los Caidos, il monumento di pacificazione della guerra civile voluto da Franco, che è oggetto di continui attacchi, e molti accademici e intellettuali ne reclamano a gran voce la demolizione della croce monumentale che sovrasta la valle. È bene precisare per i semi-colti col mignolino alzato che ogni tanto seguono queste pagine, che ovviamente non stiamo parlando di “fenomeni iconoclasti” avvenuti a ridosso della fine di una dittatura, dove la sollevazione popolare ha bisogno di momenti simbolici e catartici. Si colpisce Franco a quarant’anni dalla fine della dittatura, e dopo che la sinistra ha governato a ridosso della fine del franchismo per quindici anni! Una sinistra priva di una vera identità programmatica, sostanzialmente indistinguibile dalla “destra” perché condivide politiche sociali ed economiche (privatizzazioni, Europa, liberalizzazioni selvagge etc.) e che per riempire questo vuoto ideologico ha bisogno di argomenti strepitosi e irrazionali, come la cancel culture o l’antifascismo in assenza di fascismo. Dal punto di vista di questi politicanti, insomma, si tratta di armi di distrazione di massa per imbonire qualcosa ai loro elettori disorientati dalla fine delle ideologie forti. Poi c’è il livello superiore a quello dei politicanti (intellettuali, finanziatori e pupari vari), che invece ha un quadro ben preciso di dove tutte queste derive politiche devono andare a parare…
Altro focolaio è la Francia dove con la scusa del risparmio sulle casse comunali è stata avviata una campagna sistematica di demolizioni delle chiese neogotiche a partire dagli anni ’90. Demolizioni assecondate anche dalle diocesi che trovano modo così di fare cassa di fronte al calo dei fedeli. Il segno di un Europa che dimenticando la sua civiltà e le sue tradizioni diventa sempre più oggetto delle più deteriori manifestazioni “culturali” degli Stati Uniti».

L’Italia per ora sembra essere stata toccata solo di striscio da questo movimento, con le polemiche intorno alla statua di Montanelli. Credete che in futuro possa tornare a inasprirsi anche da noi questo fenomeno?
«Montanelli è diventato l’obiettivo principale degli iconoclasti nostrani perché in lui convergerebbero colonialismo, fascismo e maschilismo. Un obiettivo così negli States se lo sognano. Ma è bene chiarire che l’obiettivo non è solo il Ventennio, sotto attacco è tutta la storia patria da fine ‘800. È poi impreciso e ottimistico affermare che il fenomeno possa inasprirsi in futuro, perché per chi ha memoria il fenomeno da noi ha già raggiunto livelli preoccupanti.
Non dimentichiamo che solo 25 anni fa Francesco Rutelli al suo primo mandato pensava di intitolare a villa Borghese uno slargo a Giuseppe Bottai per i suoi meriti culturali! Oggi siamo alla legge Fiano e agli accademici di fama internazionale come Ruth Ben Ghiat (che pure ha al suo attivo il merito di aver svecchiato gli studi culturali sul fascismo) che stigmatizzano Renzi per aver fatto un discorso davanti a un affresco del Ventennio! Affresco che, con orgoglio, era stato “risvelato” proprio da Veltroni quando era ministro dei Beni culturali!
Ma se il Ventennio può sembrare un obiettivo scontato, c’è già chi propone la rimozione di statue ottocentesche, come quella di Vittorio Bottego a Parma, o se la prende addirittura con monumenti che celebrano la vittoria di Lepanto. Come l’attivista dei Castelli romani Ivano Ciccarelli che nel 2018 ebbe il suo quarto d’ora di celebrità da icona della sinistra per aver urlato “quei rompic*** dei fascisti” a chi contestava l’arrivo di profughi a Rocca di Papa. Ciccarelli, in tempi non sospetti settembre 2017, proponeva di demolire la fontana dei quattro mori di Marino, monumento eretto per i sessant’anni di Lepanto nel 1632!».

Come, secondo voi, si può combattere la cancel culture? Non parlo solamente di proposte politiche che facciano da “tappo” al fenomeno, ma piuttosto come secondo voi dovremmo approcciarci culturalmente ed esistenzialmente per far fronte a questa ondata d’odio.
«Smascherando il fatto che dietro questa ondata iconoclasta non ci sia una richiesta di giustizia sociale, bensì semplice odio verso la cultura occidentale, specialmente quella degli ultimi due secoli. E nessuno ne è immune, visto che è notizia recente che a Providence, Rhode Island, nell’università locale (parte della prestigiosa Ivy League) hanno deciso di prendersela con Marco Aurelio e Cesare Augusto in quanto simboli di “white civilization”! E persino Picasso è finito nel mirino delle attiviste per le sue Les Demoiselles d’Avignon.
Insomma nulla è al sicuro. Lo scopo del volume non è soltanto tracciare una mappa di fenomeni apparentemente diversi: BLM non è Zapatero che non sono i piccoli comuni francesi che demoliscono chiese sopravvissute a due guerre mondiali, o i curatori di museo che oscurano i preraffaeliti o le femministe isteriche che tirano vernice a Montanelli.
Scopo del libro è mostrare come questi fenomeni conducano a un unico obiettivo, la distruzione della nostra storia e della nostra arte. Una distruzione strisciante e subdola le cui parole chiave sono “ricontestualizzare” e dare “pari dignità” alle altre civiltà e così via. Ma opere come il Pantheon o la Sistina non possono essere relativizzate. Sono patrimonio assoluto dell’umanità, e non nel senso banale dell’UNESCO. L’irrazionale pensiero iconoclasta si basa sul fatto che il “diritto” dei manifestanti a “non essere offesi” da un monumento è più importante del monumento stesso, che quindi deve legittimamente essere abbattuto. A questa isteria va opposta la granitica convinzione che il nostro retaggio culturale vale più di qualunque cosa chiunque altro possa mettere sul tavolo. Perché sì. Insomma, per allinearsi al linguaggio degli hashtag: myheritagemattersMORE».

Carlomanno Adinolfi

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9 Commenti

  1. Aggiungerei che è un sommovimento che trova forza sulla ignoranza, sulla volontà di non sapere come pure sulla impossibilità di studiare, di conseguenza schifa anche chi vale, chi ha fatto la storia e chi è rispettato come tale. Per di più chi potrebbe dubitare non dubita perché da anni vige il nozionismo e non la cultura, la conoscenza, il sapere (irraggiungibili perché disponibili solo per una cerchia limitata che ha tempo e mezzi non comuni).
    Terra terra, sono degli esclusi, frustrati, pigri e resi malati; come tali incapaci di continuare la storia. E quindi facilmente manipolabili da chi pensa ad altro… e per questo non vuole essere attaccato dalla massa. Visti i precedenti rivoluzionari… La Storia è “cancellabile” solo dai cattivi maestri, non dagli scolari!

  2. Ma è ovvio il fatto che, in una società planetaria completamente meticciata, non ci possa essere posto per simboli identitari e/o etno-culturali. “The Great Reset” (la grande reimpostazione) colpisce anche e soprattutto l’aspetto culturale delle popolazioni a livello globale e non solo quello finanziario-economico.

    Esempio: in una classe scolastica di una qualsiasi città italiana nella quale, su venticinque studenti, siano presenti solo tre italici, che senso avrebbe insegnare la poesia di Ugo Foscolo o Gabriele D’Annunzio? Badate che questo tipo di considerazioni, vengono effettivamente fatte dagli insegnanti che sono ben consapevoli di una questione che se per alcuni rappresenta un problema, per altri no. Oppure: in una classe a maggioranza musulmana con quote di induisti e animisti, che senso avrebbe il crocifisso cristiano appeso al muro? Senza contare il fatto che, continuando di questo passo, anche le rimanenti scuole religiose probabilmente verranno attaccate alla stessa maniera con l”intenzione di distruggerle. “Neutralizzare e reimpostare”, è la parola d’ordine!

    «Dobbiamo sradicare tutto ciò che è vecchio in modo da impiantare il nuovo» (Laura Boldrini qualche anno fa intervistata al TG4)

    • Scusate, ho dimenticato di fare notare una cosa:

      “Cancel culture”, secondo me, non significa “cultura della cancellazione” – che, come giustamente detto dal dottore Mastrangelo, non può esistere – ma “cancellazione della cultura”.

      Dovrebbe, infatti essere letto all’imperativo: “cancel culture!” = “cancella la cultura!” oppure “cancellare la cultura!”. A me sembra trattarsi di un ordine ben preciso, altro che. Molto grave.

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