Il Primato Nazionale mensile in edicola

Bruxelles, 20 dic – La vexata quaestio dei crediti deteriorati è stata messa in quarantena a causa della pandemia. Oggi scopriamo che questa scelta potrebbe costarci cara. A dirlo è il direttore generale dell’Abi Giovanni Sabatini al cospetto della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario. Secondo Sabatini: “La disciplina europea in materia di crediti deteriorati, così come modificata negli ultimi anni (in un contesto completamente diverso da quello attuale) rischia infatti di avere gravi conseguenze sul tessuto economico dell’Italia”. Stiamo parlando degli Npl che hanno fatto tremare il nostro sistema bancario. Ora pare che da Bruxelles arriveranno nuove regole che provocheranno l’ennesima stretta creditizia.

Le nuove norme sui crediti deteriorati

Le regole europee in materia di “default”, che le banche applicheranno a partire dal 1° gennaio 2021 non giungono inaspettate. Ed è lo stesso dirigente dell’Abi a farlo intendere quando parla di una disciplina nata in un contesto diverso da quello attuale”. La pessima notizia è l’applicazione del regolamento delegato (UE) 171/2018 del 19 ottobre 2017.

L’anno venturo verrà introdotta una definizione dei crediti deteriorati sempre più stringente. In particolare – sottolinea Sabatini – la banca sarà tenuta a sancire l’inadempienza di un’impresa quando la stessa è in arretrato di pagamento, per oltre 90 giorni, su importi di ammontare superiore a 500 euro (complessivamente, riferiti a uno o più finanziamenti) e che rappresentino più dell’1% del totale delle esposizioni di un’impresa”.

Le cose vanno peggio per tutti gli altri soggetti persone fisiche e pmi. Per queste ultime, infatti, “l’importo del pagamento scaduto che fa scattare la classificazione a default è di soli 100 euro (purché superiori alla soglia dell’1% dell’esposizione totale)”. Inoltre con questa geniale regolamentazione “la classificazione in default di una posizione determina generalmente una riclassificazione in default di tutti i finanziamenti riferibili allo stesso cliente presso la banca”. In pratica, basta solo un finanziamento non risarcito (seppur minimo) per diventare dei soggetti inadempienti, e quindi degli appestati per ogni banca.

I rischi per il sistema creditizio

Il problema non riguarda solo i debitori ma anche i creditori, ossia le banche. Ed è per questo che l’associazione bancaria italiana (Abi) ha fatto sentire la sua voce. Anche perché incombe un’altra scadenza che coinvolge i nostri istituti di credito: la modifica della disciplina del calendar provisioning relativa alle coperture obbligatorie dei crediti deteriorati. In pratica, non sono crescerà la mole di crediti deteriorati (a causa di quanto è stato detto), ma assisteremo anche ad una loro svalutazione automatica con il mero passare del tempo (in misura differenziata in base alle garanzie, se presenti). Fino ad un completo azzeramento del valore nell’arco di pochi anni.

Con questo schema normativo le banche saranno costrette ad avere il braccino corto con i loro clienti. Non è, però, solo questo il problema. La crisi dovuta alla pandemia e le nuove norme possono solo far peggiorare lo stato di salute del nostro sistema creditizio. Inoltre, se quest’ultime sono cariche di crediti considerati inesigibili saranno più deboli e per questo facili prede di grandi gruppi stranieri.

L’impatto sulle pmi e su tutti i correntisti

Se Atene piange Sparta non ride. Non ci vuole un economista per capire che ci aspetta una soffocante stretta creditizia che, come è stato detto, spingerà molti italiani nelle mani degli usurai.

Per questo le associazioni che rappresentano le pmi sono sul piede di guerra: Unimpresa è stata tra le prime a lanciare l’allarme. Il Centro studi dell’associazione datoriale denuncia: “Da gennaio chi ha il conto corrente “scoperto” corre il rischio di risultare immediatamente “moroso” nei confronti di vari soggetti, dalle finanziarie all’Inps, dai dipendenti alle aziende cosiddette utility (energia, gas, acqua, telefono). Non solo: le stesse nuove norme dell’Eba stabiliscono che per un mancato pagamento superiore a 100 euro, protratto per tre mesi, il cliente venga classificato come cattivo pagatore, tutta la sua esposizione verso la banca sia classificata come non performing loan e sia inviata la segnalazione alla centrale rischi”.

Se non ci saranno dei seri provvedimenti centinaia di migliaia di pmi rischiano di chiudere i battenti. Il motivo è semplice. In un periodo come questo artigiani, commercianti, piccoli imprenditori saranno privi della liquidità necessaria per far fronte ai pagamenti di utenze o altri adempimenti, come gli stipendi e i contributi previdenziali, le rate di finanziamenti e mutui. Non ci sarà nessun ristoro che potrà coprire tutte le spese fisse.

Invece di sprecare fiato invocando il Mes sarebbe il caso di pensare a chi produce ricchezza. Sono le pmi che hanno bisogno di un garante nei confronti delle banche. La politica non può voltarsi dall’altra parte.

Salvatore Recupero

La tua mail per essere sempre aggiornato

Commenta