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“Il 25 aprile è una grandinata di retorica”: Mughini da applausi

by Michele Iozzino
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Roma, 26 apr – Anche questo 25 aprile è passato, con le sue scorie di polemiche e pubbliche inquisizioni, passato come un baccano che si è spento presto, una grandine estiva, anzi una grandinata di retorica. È così che Giampiero Mughini descrive la liturgia resistenziale, intervistato per Libero all’indomani dell’uscita del suo nuovo libro Controstoria dell’Italia: “La retorica antifascista puntualmente accompagna la ricorrenza. Spesso piove. Talvolta grandina retorica”.

Mughini e il 25 aprile

Il punto di partenza è il ricordo di quei momenti: “Avevo tre anni e a Firenze, a casa mia, entrarono i partigiani. Mio padre fascista non c’era. Cercava altrove riparo”. Memorie personali che si intrecciano con le storie di libri come La pelle di Curzio Malaparte, che Mughini cita con ammirazione. In quella casa i partigiani erano entrati per piazzare una mitragliatrice, ma se ne andarono quando scoprirono che l’angolo di tiro non era buono. Tanto era bastato affinché Mughini avesse “l’impressione di aver partecipato anch’io alla lotta di liberazione”. Una sorta di speranza che da lì “sarebbe partita una nuova storia” e che “l’antifascismo ci avrebbe condotto in una sorta di paradiso terrestre”. Aspettative e illusioni che Mughini ha poi abbandonato: “Con il tempo ho compreso che ogni accadimento non può essere interpretato solo con la luce o l’ombra. Il bianco o il nero. Il 25 aprile sancisce la fine della guerra. E di una guerra nella guerra, combattuta fra italiani, odiosa, fratricida: la guerra civile. Sono passati quasi quattro ventenni. E continuiamo a dividerci”. Insomma, altro che festa di tutti, il 25 aprile perpetua le lacerazioni dell’Italia e anzi le assolutizza in una fraseologia vuota: “La retorica antifascista puntualmente accompagna la ricorrenza. Spesso piove. Talvolta grandina retorica. Quando saremo in grado di capire le ragioni di tutti, giuste e sbagliate, non avremo più bisogno dell’ombrello per ripararci dall’acqua piovana, leggera o pesante”.

Il commento su Acca Larenzia

Aggiungeremmo noi, quella retorica antifascista è spesso usata come un ricatto, come una conventio ad excludendum tanto più invidiosa e gelosa quanto più si rivela in fin dei conti minoritaria. Mughini dimostra di non essere per nulla banale, anzi di essere una boccata di ossigeno o un guizzo di luce in una giornata piovosa, anche quando parla del tran tran mediatico che si è acceso quest’anno intorno al ricordo di Acca Larenzia: “La pressoché totalità dei commenti si è concentrata sul saluto romano dei presenti alla commemorazione. Ma i fatti storici ricordano che tre giovani vennero uccisi. E di questo dovremmo parlare. Di questo dovremmo ragionare”. In altre parole, la questione è perfettamente rovesciata rispetto a com’è stata impostata nel dibattito pubblico. E si chiede: “Come è stato possibile? Come è stato possibile, ad esempio, che l’omicidio dei fratelli Stefano e Virgilio Mattei – uno di 22, l’altro di 10 anni – morti nel rogo di Primavalle (16 aprile 1973), venisse attributo ad una faida tra fascisti. Lo sostennero Dario Fo, Franca Rame e Umberto Terracini”.

Michele Iozzino

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