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Il Virgilio intimo e immaginale di Geminello Alvi

by Michele Iozzino
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Virgilio Alvi

Roma, 15 ott – A parlare pubblicamente di Io Virgilio sembra quasi di fargli un torto, o almeno di esercitare una qualche forma di scortesia, se non perfino di violenza tanto il nuovo libro di Geminello Alvi è prezioso e intimo, perciò da tenere al riparo dai più, in osservanza di quel lathe biosas epicureo che fu insegnamento anche virgiliano. A maggior ragione, sfogliandolo si ha la sensazione di accedere ad un tesoro segreto con il rischio però che d’un tratto svapori.

Io Virgilio di Geminello Alvi

Libro intimo, dicevamo, di un’intimità che può apparire però paradossale. Non solo perché si sdoppia nell’intimo di Virgilio e in quella del suo autore, ma perché è il racconto di un’intimità che si fa aerea e plurale. L’io di Virgilio si innalza e si espande fino a diventare specchio in qui l’io degli altri si rifrange, quasi per complicità fraterna, e così “per identificazione ottenere l’enigma della vita, e la direzione della sua pietà”. Ciò rende il libro di Alvi qualcosa di più che un semplice esercizio biografico, ma è anzi rifondazione poetica e immaginale che “vive in altrove non realista”. Sullo sfondo di questo perdersi nei ricordi di altri c’è il turbamento del male: quello fisico e individuale di Virgilio ammalato che attende la morte, e quello plurale e confondente della guerra civile conclusa dalla Pax Augustea.

“La pietà venera gli dèi chiamandoli patria”

Le opere virgiliane sono pertanto “esercizio di calma” ed “esperimento di pace” di fronte all’orrore: le Bucoliche come sognante cosmogonia d’un ritorno alla “età perfetta del regno di Saturno”, le Georgiche come “rito devoto” dell’onesto e semplice lavoro, infine l’Eneide dove l’eroe troiano “incarna profezia della patria che assolve il disastro della storia”. Il piano sacrale e politico sono un tutt’uno, in perpetua corrispondenza tra cielo e terra: “La pietà venera gli dèi e il derivare paterno, chiamandoli patria”. Perciò la devozione verso la patria è aspirazione divina. Ma il mondo che contorna Virgilia ha già in sé i segni di una decadenza, in quel disequilibrio fatto di lotte fratricide e invidie venali che sconvolge insieme il piano umano e quello divino.

A ciò si aggiunge un altro modo di sentire il sacro, forse più umile e agreste, qui rappresentato dalla materna Volumnia e dalle sue origini celtiche. Sono le “vite in torpore, ingenue senza contorno, assorte a quanto saliva dai campi e dagli animali loro” della provincia padana e mantovana, di cui “il diritto di Roma ha indurito un contorno d’anima”. Un sentire che non commisura solo l’ordine del mondo, ma anche l’unione con esso. Così il Virgilio di Alvi si fa infantile e anzi ritorna coi ricordi a lui bambino, quasi a disapprendere le proprie imposture, fino al “cielo assoluto dell’inizio”, poiché “meglio regredire a quant’è prima del tempo, e trovarvi vita eterna e beata”. In un ritorno all’origine, come un ritorno a casa.

Michele Iozzino

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