Roma, 30 ott – Su Repubblica del 22 ottobre scorso (qui l’articolo) sin dal titolo veniva denunciato come “controverso” un libro del neo ministro all’Istruzione e al Merito, Giuseppe Valditara (ordinario di Diritto privato e pubblico romano), dedicato alla caduta di Roma, in quanto osava attribuire agli “immigrati” la causa del collasso dell’Impero romano. In breve, l’accusa era quella di ideologizzare la storia.

Sulle tesi del ministro Valditara

Ora, a parte che, ad esempio, già Michel De Jaeghere aveva pochi anni fa indicato nella spaventosa denatalità e nel tentativo di colmarla col ricorso ai barbari la causa forse principale della dissoluzione dell’Impero romano, e che, più in generale, le argomentazioni storiche andrebbero discusse e non stigmatizzate a priori solo perché non consentanee con lo ‘spirito del tempo’, tale accusa fa ridere già per il fatto che a ideologizzare la storia di quel periodo sta provvedendo da anni un’intera scuola storiografica, che essendo però in linea con il mondo ‘progressista’ pare essere immune da ogni critica pubblica, al di là di qualche voce isolata.

Le tesi di questa scuola, che fa perno sulla categoria di tardoantico, le riprendo dall’opera fondamentale di uno dei pochissimi storici che le hanno avversate, vale a dire Bryan Ward-Perkins, che nel suo La caduta di Roma e la fine della civiltà (Laterza, 2008), partendo dai testi di Peter Brown, lo storico che, non a caso, ha dato risalto internazionale appunto alla nozione di tardoantico (sulla quale scriverò qualcosa a breve), nota innanzitutto come, in omaggio a una visione storica ecumenica, non divisiva, intessuta di innocue continuità, termini come ‘declino’ e ‘crisi’ erano scomparsi “sostituiti da termini neutri come ‘transizione’, ‘mutamento’ e ‘trasformazione’” (p. 8), aggiungendo poi che, “seguendo un percorso parallelo, che porta sostanzialmente nella stessa direzione” (p. 9), tutta una serie di storici sempre di area anglosassone, a cominciare da Walter Goffart, avevano “posto in dubbio anche l’intero presupposto per il quale la dissoluzione dell’impero romano d’Occidente sarebbe stata causata dalla violenza di nemici invasori. Come il termine ‘trasformazione’ è venuto in auge per designare i mutamenti culturali avvenuti in questo periodo, così ora ‘sistemazione’ è il termine di moda per spiegare in che modo delle popolazioni esterne all’impero giunsero a vivere in esso e a dominarlo” (p. 9). In pratica, degli invasori armati e violenti ridotti al ruolo di pacifici ‘migranti’.

Altro che “integrazione pacifica”

A conferma: sempre storici della stessa area hanno finito per presentare le ‘vecchie’ invasioni come addirittura un modello di “integrazione pacifica” (p. 15). Ad esempio, continua Ward-Perkins, degli storici “hanno recentemente affermato che gli stanziamenti barbarici avvennero ‘in modo naturale, organico e generalmente pacifico’, e contestano quegli storici che ancora ‘demonizzano i barbari e considerano gli stanziamenti barbarici un problema’ – in altre parole, coloro che continuano a credere in un’invasione violenta e tutt’altro che pacifica” (p. 15). E tra gli storici che continuano a credere in una invasione violenta, oltre appunto Ward-Perkins, c’è anche Peter Heather, che nel suo La caduta dell’impero romano (Garzanti, 2008, p. 523) scrive che “ogni tentativo di ricostruire la concatenazione degli eventi del V secolo non può non mettere in luce quanto l’intero processo sia stato violento. La mia conclusione è che non si può negare che l’impero d’occidente sia andato in pezzi perché troppi gruppi stranieri si stabilirono sul suo territorio ed estesero i loro possedimenti con la guerra”.

Non a caso, scrive Giorgio Ravegnani nel suo La caduta dell’impero romano (il Mulino, 2012, p. 32), che il famoso foedus gotico del 382 d.C., col quale appunto i Goti venivano insediati nella parte occidentale della diocesi tracica, e che è in buona misura il modello di riferimento per queste dinamiche ‘inclusive’, segnò in realtà “una rottura con la storia istituzionale romana” in quanto venivano immessi nel territorio dell’impero masse barbare autonome e legate allo stesso impero “soltanto da un fragile rapporto di federazione”, per cui “le conseguenze sarebbero state disastrose e la speranza di fare di queste genti pacifici coltivatori e all’occasione truppe disciplinate fu ingannevole”. Un foedus insomma che non si risolse propriamente in un riuscito modello d’integrazione di masse di pacifici ‘migranti’…

Giovanni Damiano

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1 commento

  1. La tesi per cui s’individua l’immigrazione quale principale causa dell’Antica Roma è riconosciuta da filosofi e storici, in termini di estrema sintesi si può asserire che la fine di Roma non fu la causa della fine della civiltà, bensì la fu la decadenza dell’identità e della civiltà a determinare la fine di Roma. Quindi la progressione sincrona di causa ed effetto quale combinazione intrinsecamente subdola, che sfugge al percezione nel presente proprio da chi ne fa le spese. In sostanza l’osservatore del presente percepisce come progresso anche ciò che invece è di fatto regressione. Un po’ come accade adesso in Italia, in Europa e nei paesi occidentali. Il resto del mondo, quello in “via di sviluppo” in realtà a sviluppo accellerato e incontrollato, come molti paesi asiatici e africani, reggono alla perdità d’identità beneficiando dalla malcelata voglia di rivalsa nei confronti dei paesi occidentali, che a tortoo a ragione li hanno soggiogati e guidati verso una civiltà altrimenti irraggiungibile ai giorni nostri.
    Quindi lo studio della regressione e della dissoluzione di grandi civiltà non prescinde dal portare all’attenzione da quanto accade oggi, dallo stimolare la mente dell’osservatore e fruitore del presente che siamo noi. E’ altresì osservabile come tali ragioni supportate da storia, filosofia e logica contemporanea suscitano la sensibilità e provocano la reazione in quegli ambienti anti identitari, liberal, progressisiti e riformisti che tendono a mistificare i processi di regressione che si stanno attuando nel mondo occidentale, da noi in Italia guidati dalla filosofia dei cosiddetti ambienti “radical schic” che da posizioni elitarie pilotano direttamente o indirettamente le menti sempre più deboli ma sempre numerose del popolo.

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