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Roma, 12 lug – La vulgata storica più consolidata ci tiene a descrivere Antonio Gramsci e Benito Mussolini come due personaggi totalmente antagonisti, quasi provenissero da mondi completamente diversi. L’uno, fondatore del Partito comunista d’Italia, politico coerente sino alla morte, intellettuale e filosofo di primo piano, uomo mite ma fermo di carattere, pensatore riflessivo e rigoroso. L’altro, fondatore del fascismo, politico spregiudicato, capace del trasformismo più sfrenato, uomo aggressivo e arrogante. Il quadro risulterebbe perfetto, almeno per Gramsci. Vi sono però alcuni fatti che contraddicono questa visione più o meno idilliaca del personaggio, a partire dal Gramsci che segue Mussolini, abbandonando il partito socialista, sulla via dell’interventismo, passando per il caldo elogio che sempre Gramsci fa, nei quaderni dal carcere, del Mussolini scrittore e intellettuale in relazione al “Diario di guerra” di quest’ultimo, infine il gran numero di lettere che il primo indirizzò al secondo quando era in carcere.

Il primo impegno politico del fondatore de L’Unità

Gramsci, al di là di tutte le ricostruzioni interessate, ebbe il primo impegno politico, nell’estate del 1913, a favore di un movimento transpartitico, antiprotezionista e liberista di difesa del Mezzogiorno d’Italia. Esponente di spicco del movimento era Gaetano Salvemini, che aveva abbandonato il Partito socialista per protesta contro l’indirizzo protezionista del partito e aveva fondato il giornale L’Unità, fortemente critico nei confronti del presidente del consiglio Giolitti e del socialista riformista Turati. In questo contesto aveva pure aderito al “Gruppo antiprotezionista sardo” fortemente voluto da alcuni sindacalisti rivoluzionari fra cui Attilio Deffenu.

Gramsci incontra Mussolini

E’ a questo periodo che Luigi Nieddu, lo storico gramsciano più eretico, fa risalire nel suo volume “Antonio Gramsci-storia e mito” l’incontro di Gramsci con Mussolini: “Gramsci leggeva ”L’Unità” e anche “La Voce” di Prezzolini e quasi certamente l’organo ufficiale del PSI, “L’Avanti”, diretto dal 1912 dal capo della sinistra del partito Benito Mussolini… punto di riferimento dei giovani socialisti… Fino a che punto Gramsci fosse influenzato da Salvemini e Prezzolini oppure dall’”Avanti” di Mussolini non è dato sapere, ma pare credibile che in varia misura lo influenzassero tutti e tre”.

Le elezioni suppletive a Torino

Gramsci, a Torino, all’inizio del 1914, aderisce al Gruppo studentesco socialista. Il suo concreto impegno politico ha luogo nella campagna elettorale del mese di maggio, iniziata in vista delle elezioni suppletive in un collegio della città. Il gruppo giovanile, dietro suggerimento di Mussolini, aveva officiato la candidatura di Salvemini, ma costui non accettò e invitò i giovani a interpellare Mussolini il quale in un primo tempo accettò, ma quando seppe che la sezione torinese del partito avrebbe preferito una candidatura operaia si tirò indietro, non per questo mancò di impegnarsi a fondo per il partito tenendo comizi, affollatissime riunioni e conferenze. E’ in questo frangente che Gramsci conobbe personalmente Mussolini e ne rimase entusiasta. Lo racconta Giorgio Bocca, nella sua corposa biografia su Togliatti del 1977: ”Nel 1914 il direttore dell’”Avanti” Benito Mussolini è il leader ammirato e amato dei giovani socialisti rivoluzionari. Se viene a Torino a tenere una conferenza pro “Avanti”, la sala della Camera del lavoro si gremisce di giovani… Gramsci ha una ragione particolare per ammirarlo, è il primo direttore dell’”Avanti” che ha aperto le colonne del giornale agli scrittori sindacalisti e meridionalisti”.

Gramsci interventista

Intanto a fine luglio del 1914 ha inizio la prima guerra mondiale e fu subito scompiglio fra le file del gruppo studentesco socialista torinese. Racconta Angelo Tasca nel suo libro: “I primi dieci anni del PCI”: ”Allo scoppio della guerra mondiale io e Terracini ci pronunciammo contro l’intervento dell’Italia nella guerra, Gramsci e Togliatti furono favorevoli. Di questi ultimi, il solo Gramsci prese pubblicamente posizione nella stampa del partito, in polemica col sottoscritto”. Dal che si deduce che Gramsci fu interventista prima di Mussolini, anzi che fu Mussolini a seguire Gramsci e non viceversa.

Gramsci si schiera con il futuro Duce

Il 18 ottobre del 1914 Mussolini esce dall’equivoco che durava da alcuni mesi e pubblica sull’Avanti l’articolo: “Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante”. L’articolo fu sconfessato dalla direzione del partito e Mussolini dovette dimettersi dalla direzione del quotidiano. Gramsci si schierò subito con Mussolini con un articolo del 31 ottobre pubblicato su Il grido del popolo. Il titolo scimmiotta quello di Mussolini: “Neutralità attiva e operante”, ed ecco l’incipit: ”Noi socialisti italiani, ci proponiamo il problema: “Quale dev’essere la funzione del Partito socialista italiano (si badi, e non del proletariato o del socialismo in genere) nel presente momento della vita italiana?” Perché il partito socialista a cui noi diamo la nostra attività è anche italiano… i rivoluzionari che concepiscono la storia come creazione del proprio spirito… non devono accontentarsi della formula provvisoria “neutralità assoluta”, ma devono trasformarla nell’altra “neutralità attiva e operante”….Non un abbracciamento generale vuole quindi il Mussolini… egli vorrebbe che il proletariato, avendo acquistato coscienza della sua forza di classe e della sua potenzialità rivoluzionaria… permettesse che nella storia fossero lasciate operare quelle forze che il proletariato ritiene più forti… Né la posizione mussoliniana esclude (anzi lo presuppone)…dopo una dimostrata impotenza della classe dirigente, sbarazzarsi di questa e impadronirsi delle cose pubbliche…”. Come si vede c’è qui in nuce tutto ciò che unisce Gramsci al futuro Duce: una concezione idealistica della storia, la visione di un socialismo nazionale e della guerra come premessa della rivoluzione, ma anche ciò che li divide.

Gli articoli per il Popolo d’Italia

Per Gramsci la rivoluzione può scaturire solo dal proletariato, ogni altra ipotesi è un tradimento. Mentre Mussolini è disposto a fare la rivoluzione con chiunque ci stia. Ed è per questo motivo che Gramsci definirà il fascismo come “rivoluzione passiva”. Espulso dal partito e fondato Il Popolo d’Italia, Mussolini invita gli amici torinesi a scriverci. L’invito viene subito accolto da Gramsci che manda un articolo sui contadini sardi non pubblicato, ma Mussolini con una cartolina lo invita ad inviare dell’altro. Si è parlato anche di una presenza di Gramsci nella sede del Popolo d’Italia, Nieddu la dà per certa basandosi su quanto affermato dal dirigente dei giovani socialisti torinesi Andrea Viglongo. Ma lo strappo col partito socialista durò poco più di un anno.

Il rientro nel Partito socialista

Il 10 dicembre del 1915 viene assunto, con uno stipendio di 90 lire, nella redazione torinese dell’Avanti. Gramsci non ha mai dato nessuna spiegazione del suo interventismo e dell’aver seguito Mussolini, sia pure per un breve periodo. Anzi! E qui lasciamo la parola a Nieddu: ”Gramsci era rientrato nel partito senza nulla aver mutato dei precedenti convincimenti circa l’interventismo, deludendo tutti coloro che si sarebbero aspettati una qualsiasi forma di autocritica. Tanto meno era intervenuto per contrastare la campagna di stampa del ”Popolo d’Italia” nei confronti del PSI e, meno che mai per rintuzzare Mussolini sul piano personale… mentre non perdeva occasione per esaltare i valori del conflitto e di chi vi aveva creduto sinceramente e vi aveva perso la vita…”. Tutto questo indispettì la direzione dell’Avanti, che a un certo punto decise di licenziarlo perché ”non aveva rinnegato il suo passato e perché aveva conservato verso i compagni un contegno sprezzante, acido, astioso…”. Fu salvato dall’intervento di Tasca che garantì un effettivo ravvedimento di Gramsci. Ma l’accusa di essere stato interventista gli costò la mancata candidatura, a furor di popolo, alle elezioni comunali del novembre 1920, a deputato l’anno successivo e a membro della prima direzione del Partito comunista d’Italia.

L’elogio al Diario di Guerra

«È molto interessante da studiare il diario di guerra di Benito Mussolini per trovarvi le tracce dell’ordine dei pensieri politici, veramente nazionali-popolari che avevano formato, anni prima, la sostanza ideale del movimento che ebbe come manifestazione culminante il processo per l’eccidio di Roccagorga e gli avvenimenti del giugno 1914». Queste note sono state espresse da Antonio Gramsci nei Quaderni dal carcere dove, tra l’altro, per la stessa materia vengono stroncati scrittori del calibro di Curzio Malaparte e Ardengo Soffici.

L’eccidio di Roccagorga

Sintomatico è poi il riferimento del pensatore sardo all’eccidio di Roccagorga, un borgo del basso Lazio ove una manifestazione di circa 400 contadini, scesi in piazza il 6 gennaio del 1913 per protestare contro le malversazioni del sindaco e dell’ufficiale sanitario, fu duramente repressa dalle forze dell’ordine e si concluse con 7 morti, fra cui un bambino di 5 anni, e 23 feriti. I contadini facevano capo alla società agricola apolitica “Savoia” ed erano scesi in piazza col Tricolore. Mussolini, allora direttore dell’Avanti, bollò con parole di fuoco l’atteggiamento delle autorità. Per questo motivo l’anno successivo venne processato.

Il Diario di guerra venne pubblicato a puntate su Il Popolo d’Italia a partire dal 30 dicembre 1915. Gramsci, che a quella data era già rientrato nei ranghi del Psi ma non aveva receduto dalle sue posizioni interventiste, probabilmente riporta e conferma nei Quaderni dal carcere quanto allora pensava di Mussolini rivoluzionario e interventista.

Le lettere a Mussolini

Chi per la prima volta ha portato a conoscenza del pubblico l’esistenza di lettere indirizzate da Gramsci a Mussolini è stato Luigi Nieddu che nel volume “L’altro Gramsci”, stampato a Cagliari nel 1990, pubblica alcune missive destinate al Duce con delle richieste legate per lo più al suo stato di salute. Nieddu pubblica anche una lettera inviata al Duce dalla madre di Gramsci, mentre nel testo parla di altre missive di Gramsci, della madre e della sorella Teresina (che era segretaria femminile del fascio di Ghilarza) sempre destinate a Mussolini. Le rivelazioni di Nieddu costituivano una vera propria bomba, perché sino ad allora nessuno aveva neppure immaginato che Gramsci potesse rivolgersi al proprio carceriere e tanto meno che costui nella quasi totalità dei casi andasse incontro ai desiderata del pensatore sardo. L’uscita del libro fu accolta con una indifferenza e con un silenzio pressoché totale. Eppure Nieddu, oltre ad essere un socialista, non era certo l’ultimo arrivato in fatto di studi gramsciani. La realtà fu (ed è) che il libro “L’altro Gramsci”  distruggeva scientificamente tutta la vulgata degli intellettuali, organici al Pci, sulla vita e sul pensiero di Gramsci.

Una lettura riduttiva del rapporto tra il Duce e il suo avversario politico

Da allora poco è stato fatto per approfondire il problema: quante furono le lettere scritte a Mussolini e quante sono state pubblicate? Gramsci ha scritto solo a Mussolini o a anche ad altri esponenti fascisti, segnatamente sardi? Tutta la questione è stata liquidata da parte degli storici e intellettuali vicini al o del Pci come delle semplici istanze burocratiche tese ad ottenere il rispetto dei regolamenti carcerari da parte del regime, declassando Gramsci al ruolo di un detenuto comune e non come un leader politico in carcere in quanto esponente dell’opposizione più radicale al fascismo, e Mussolini a una specie di giudice di sorveglianza e non il massimo esponente di quella dittatura che non solo a livello nazionale ma anche a livello mondiale si contrapponeva all’internazionale comunista. Altri hanno usato le lettere per porre in rilievo la “bontà” di Mussolini e fra questi vi è anche Nieddu il quale afferma nel suo libro, anche se in riferimento a una lettera della madre di Gramsci: “E’ probabile che del caso si sia occupato lo stesso Mussolini, memore di quella sostanziale solidarietà espressagli dal giovane Gramsci nel lontano 1914 su “Il Grido del Popolo”, quando tanti altri amici e compagni di partito gli avevano invece dato addosso…”. Entrambe le posizioni sono riduttive e soprattutto sminuiscono la statura dei due leader.

Con tutta probabilità un “idem sentire” sotterraneo, al di là della fortissima contrapposizione politica e ideologica, univa i due che oltre ad essere di una intelligenza superiore erano intellettualmente onesti e per nulla faziosi. Per chi ha bazzicato il mondo della politica sa bene che spesso è più facile avere comprensione e trovare rispetto fra i propri avversari politici che fra i compagni di partito. Su questo rapporto occorrerebbe indagare per comprendere  la “ratio” delle lettere di Gramsci e la “ratio” che spingeva Mussolini, tra l’altro con molta sollecitudine, ad andare incontro al suo nemico principale.

Angelo Abis

1 commento

  1. “Per chi ha bazzicato il mondo della politica sa bene che spesso è più facile avere comprensione e trovare rispetto fra i propri avversari politici che fra i compagni di partito” !! E qui si solleva una altra questione non da poco… Lo scontro politico tra sconosciuti è una cosa, tra conosciuti è una altra. Mi pare si possa cominciare un eventuale dibattito affrontando il tema della capacità o meno di saper riconoscere (!), per arrivare anche a comprendere il perché di certe mancate unità di azione.