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Quinto capitolo di Italia Eterna, lo speciale del Primato sulle origini della nostra nazione. Le puntate precedenti: i Longobardi, la Disfida di BarlettaDante e Petrarca, Emanuele Filiberto e Carlo Emanuele di Savoia. [IPN]



Roma, 15 mar – Contro il “decostruttivismo” nazionale imperante in gran parte dell’odierna storiografia e nell’attuale dibattito politico, è utile ricordare che l’idea e il sentimento di una “patria” italiana, cioè dell’esistenza di una nazionecreata dal “genio” di Roma – continuò a sopravvivere anche nel Medioevo, nonostante il crollo dell’impero romano e le invasioni “barbariche”. Ciò significa che, sebbene il crollo di Roma avesse determinato la perdita dell’unità territoriale e statale della penisola – riconquistate solo nel XIX secolo, in pieno Risorgimento – l’idea di una “nazione italiana” continuò ad esistere e non andò smarrita, benché restasse patrimonio di una frangia minoritaria della società, cioè delle élite dirigenti che serbavano ancora memoria del passato romano. Pertanto, lungi dall’essere un puro costrutto intellettuale, ispiratore di creazioni letterarie ed artistiche, il sentimento di “italianità”, di “appartenenza nazionale” – o “proto-nazionale” – non mancò di svolgere, anche nel Medioevo, l’importante funzione di sprone politico per chi, come il duca di Milano Gian Galeazzo Visconti (1385-1402), si propose l’obiettivo di unificare la penisola sotto il suo dominio.

L’età delle signorie

Ovviamente ciò non significa che, nella politica di conquista viscontea, non abbiano giocato un ruolo importante anche fattori puramente “imperialistici” come la volontà di dominio e di affermazione militare ma, accanto ad essi, rivestì senz’altro un ruolo determinante, anche sotto il profilo ideologico e propagandistico, il richiamo a una possibile “unità” italiana da “restaurare” sotto la guida della città ambrosiana e grazie alle armi viscontee.

La grandiosa figura di Gian Galeazzo Visconti va, senza dubbio, inserita nel più ampio periodo storico conosciuto come “Età delle Signorie” e che, da tempo, è oggetto di intenso studio e ricerca da parte della storiografia medievistica, se non altro perché, proprio con l’avvento di tali regimi, i comuni della penisola incrementarono il processo, già avviato da tempo, di consolidamento burocratico e di espansione militare e territoriale al di là del perimetro murario, in direzione del contado. E non solo. Oltrepassando i confini del contado, i comuni inglobarono il territorio di altre città, favorendo la formazione degli “stati territoriali” o “regionali”, compagini politiche sovra-cittadine che semplificarono l’assetto geopolitico della penisola tra XIV e XV secolo. Non tutte le signorie furono però coinvolte in tale processo, perché alcune di esse, come gli Scotti di Piacenza, i Guinigi di Lucca, i Petrucci di Siena – solo per fare qualche esempio – limitarono il loro potere alla città d’origine e al suo immediato contado.

Il potere dei «signori»

L’affermazione del potere signorile, potere assoluto ed autocratico, all’interno dei contesti urbani italiani, fu comunque l’esito naturale di una condizione di conflittualità politica endemica sia tra i comuni stessi che all’interno della vita politica cittadina. Non a caso, già prima dell’affermazione delle signorie, le città italiane fecero ricorso ad istituti monocratici di diversa tipologia, per contenere il fenomeno della violenza politica tra fazioni contrapposte, come i ben noti guelfi e ghibellini o i magnati e i popolari. Si pensi agli uffici amministrativi del “podestà” e del “capitano del popolo”, istituiti in moltissime città tra XII e XIII secolo, e affidati generalmente a forestieri, proprio per garantire una maggiore imparzialità nell’adempimento dei compiti istituzionali che implicavano competenze militari, esecutive e giurisdizionali.

Il fallimento di questi esperimenti costituzionali indusse i ceti dirigenti a delegare i pieni poteri, prima distribuiti tra organi diversi – non solo monocratici ma anche assembleari e rappresentativi – a un princeps o senior, ossia ad un “signore” – vero e proprio sovrano – titolare della suprema potestà di governo. In genere, il senior apparteneva a facoltose famiglie cittadine o rurali poi inurbatesi, di estrazione borghese o, molto più spesso, aristocratico-feudale, ma da tempo inserite nella vita politica ed economica comunale, dove avevano avuto modo di costituire vaste clientele ed enormi ricchezze. La nascita dei primi regimi signorili, salvo rare eccezioni, risale alla metà del XIII secolo, attraverso una procedura consolidata, consistente nel conferimento della carica di podestà o di capitano del popolo, o di entrambe, per lungo tempo o a titolo vitalizio, a una persona di efficace capacità nell’esercizio del potere.

Principati e Stati regionali

Il conferimento della carica avveniva ad opera dei tradizionali organi di governo del comune, in genere i consigli ristretti – consigli di credenza o degli anziani – o l’arengo, cioè l’assemblea cittadina. Non era raro il caso in cui tale conferimento di cariche e poteri rappresentasse l’esito naturale di un precedente colpo di stato, ordito dal signore e dai suoi partigiani a danno delle istituzioni cittadine. Il cumulo vitalizio di tante funzioni in capo ad un solo individuo, in alcuni casi investito anche del diritto di trasmetterle ai discendenti, condusse all’instaurazione di regimi politici dichiaratamente autoritari e monarchici, per quanto la forma istituzionale del comune fosse apparentemente rispettata. Ovviamente, instaurata la signoria, la designazione dei principali ufficiali cittadini divenne prerogativa esclusiva del signore che procedeva direttamente alla nomina o, indirettamente, attraverso “raccomandazioni” rivolte agli organi competenti. I signori, oltre a costituire vere e proprie dinastie, mirarono anche a consolidare la loro posizione istituzionale con la concessione – spesso lautamente pagata – di altisonanti titoli onorifici (vicario, duca, marchese, conte) rilasciata dalle supreme ed universali autorità politiche dell’Europa medievale, cioè l’Impero germanico e il Papato.

In tal modo fu definitivamente esautorata la forma di governo comunale e presero vita dei veri e propri principati, ossia dei domini politici di vaste dimensioni territoriali che ricalcavano, in parte, le antiche circoscrizioni dell’epoca carolingia e che sancirono la definitiva trasformazione dei cittadini in sudditi. Il potere signorile, almeno teoricamente, rimase subordinato alla legge e al vincolo del perseguimento del bene pubblico, al fine di evitare di essere giudicato tirannico e rischiare l’esautorazione, anche se la storia ha offerto un ampio numero di esempi contrari. Infine, si tenga presente che il fenomeno della genesi e della formazione delle signorie, al di là di inevitabili schematizzazioni, fu estremamente complesso e assunse caratteristiche diverse a seconda dei contesti politici e geografici in cui trovò attuazione. In ogni caso, l’espansione delle città italiane oltre le mura cittadine e il contado, da esse dipendenti, portò, ben presto, alla creazione dei cosiddetti “stati regionali” – saldamenti guidati da un princeps – e, quindi, alla formazione di compagini statali territorialmente molto vaste e con strutture burocratico-amministrative sempre più complesse, in grado di porsi come “superamento” del conflittuale particolarismo cittadino che, fino ad allora, aveva caratterizzato la geografia politica dell’Italia settentrionale. Inoltre, la formazione di tali compagini, favorendo l’amalgama, intorno alla figura del sovrano, di gruppi umani e sociali che, fino ad allora, si erano considerati reciprocamente “estranei” o avevano avuto relazioni conflittuali, contribuì al sorgere – tra signore e sudditi – di rapporti di fedeltà e obbedienza cementati non solo dal formalismo giuridico di stampo feudale, ma anche da un sentimento collettivo “proto-nazionale” basato, cioè, sulla condivisione di “elementi culturali” comuni a tutti gli abitanti di un determinato territorio che, pertanto, si consideravano appartenenti ad una medesima “patria”.

La stirpe viscontea

La stirpe nobiliare da cui discendeva Gian Galeazzo aveva origini prestigiose. Molto probabilmente, il cognome Visconti aveva un’origine funzionariale e risaliva, cioè, all’epoca in cui la famiglia aveva rivestito l’ufficio di “visconte” (X secolo). Agli inizi dell’XI secolo, trasferitisi a Milano dalla località di Mariano, di cui erano originari, i Visconti entrarono a far parte della corte dei vassalli del vescovo – militia sancti Ambrosii – e, al servizio della diocesi, esercitarono molte incombenze amministrative. Alla fine del secolo, con la nascita del comune (1097 circa), i Visconti entrarono nell’agone politico e fecero parte del ceto dirigente cittadino, rivestendo importanti magistrature e sviluppando una simpatia politica per l’Impero germanico che li portò, molto presto, a militare nel fronte “ghibellino” e ad assumere la guida di una vasta coalizione politica nota come “Lega della Motta”. Nel 1277, con la battaglia di Desio, Ottone Visconti (†1295) – che, dal 1262, era anche vescovo di Milano – sconfisse la “Credenza di S. Ambrogio” – fazione avversaria di simpatie “guelfe”, guidata dalla famiglia dei della Torre – e s’insignorì della città, dando inizio al lungo dominio visconteo.

Ad Ottone successe il pronipote, Matteo (†1322) che, nel 1294, grazie ai buoni uffici dello zio, ottenne la concessione del titolo di “vicario imperiale” dall’imperatore germanico Adolfo di Nassau (1291-1298). In tal modo, la posizione costituzionale dei Visconti, all’interno della compagine cittadina, si perfezionò e la stirpe – oltre al titolo di “vicario imperiale” – monopolizzò anche le principali funzioni pubbliche del comune milanese, ossia l’ufficio di podestà e quello di capitano del popolo. Nel 1354, morto il signore Giovanni Visconti (1339-1354), gli successero i nipoti Matteo II, Galeazzo II e Bernabò, figli del fratello Stefano (†1327). La morte improvvisa di Matteo, nel 1355, lasciò agli altri due fratelli il compito di spartirsi i domini e il titolo vicariale, così Bernabò ottenne Milano e i domini orientali, mentre il fratello Galeazzo II si stabilì a Pavia con autorità sui domini occidentali. Alla morte di Galeazzo II, nel 1378, Bernabò ereditò tutti i domini di famiglia ma, nel 1385, fu esautorato dal nipote Gian Galeazzo, nato nel 1351 e figlio di Galeazzo II e di Bianca di Savoia (†1387) – sorella del conte di Savoia Amedeo VI (1343-1383) – e, rinchiuso nel castello di Trezzo, fu avvelenato poco tempo dopo.

Gian Galeazzo Visconti e la politica delle «armi»

Gian Galeazzo ereditò il titolo vicariale dello zio e tutti i domini viscontei e, rimasto vedovo della prima moglie, Isabella di Valois (†1372), figlia del re di Francia Giovanni II il Buono (1350-1364), sposò la cugina, Caterina Visconti (†1404), figlia di Bernabò. Al fine di consolidare i rapporti diplomatici con la Francia, Gian Galeazzo decise di dare in sposa la figlia avuta con Isabella, Valentina (†1408), a Luigi (†1407), duca di Orléans, fratello del re Carlo VI di Valois (1380-1422) e reggente del regno. Valentina portò in dote al marito la contea d’Asti e quella di Vertus – o “Virtù” – nella Champagne, che Isabella di Valois aveva già portato in dote a Gian Galeazzo.

Ormai saldamente insediato nella signoria, Gian Galeazzo avviò subito una politica espansionistica che, nel giro di pochi anni, rese Milano la città più potente della penisola. Infatti, nel corso di un decennio, sottomettendo città e altre piccole signorie, Gian Galeazzo aggregò a Milano un territorio immenso, che andava dal Piemonte orientale al Veneto, oltrepassando gli Appennini e raggiungendo l’Emilia, la Toscana e l’Umbria. Riunì i migliori condottieri dell’epoca sotto il suo comando: Jacopo dal Verme (†1409), Facino Cane (†1418), Ottobono Terzi (†1409) e Cabrino Fondulo (†1425), militarono ai suoi ordini. Nel 1387, Gian Galeazzo attaccò Verona, ne cacciò l’ultimo signore scaligero – Antonio (1381-1387) – e si impossessò della “marca veronese”: le città di Treviso, Vicenza, Padova, Feltre, Belluno e Verona stessa caddero in suo potere. Sentendosi minacciata, Venezia reagì formando una vasta lega comprendente molte città padane, Firenze, gli Estensi di Ferrara, i duchi di Savoia, i marchesi del Monferrato, e persino il re di Francia, Carlo VI. Le milizie della lega, benché affidate al comando di abili condottieri come l’inglese Giovanni Acuto (†1394) e il francese Giacomo (†1391), conte d’Armagnac, furono sconfitte, nel 1391, nella battaglia d’Alessandria e, da quel momento, nulla poté arrestare il Visconti.

Gian Galeazzo Visconti diventa duca

Infatti, nel 1395, il signore di Milano, dietro corresponsione di 100mila fiorini, ebbe dall’imperatore germanico Venceslao IV di Lussemburgo (1378-1400) il riconoscimento del titolo di “duca di Milano e Lombardia” e il diritto di designare un successore, secondo la linea di discendenza genealogica legittima. L’incoronazione ducale avvenne in S. Ambrogio, alla presenza dell’arcivescovo, quasi si trattasse di un’incoronazione reale. Infatti, per quanto sprovvisto del titolo regio, Gian Galeazzo – a detta delle cronache dell’epoca – ambì sempre ad essere incoronato “re” della vasta compagine territoriale che andava forgiando col suo genio e col suo esercito. Tra il 1396 e il 1399, il duca suscitò in Piemonte una vera e propria guerriglia contro i Savoia e il marchese del Monferrato e, nel 1400, violando le tregue siglate a Pavia e a Venezia con i suoi nemici, iniziò una nuova controffensiva che gli consentì di occupare Pisa, Porto Pisano, Livorno e Siena, minacciando Firenze. Pisa fu ceduta al Visconti dal suo signore, Gherardo d’Appiano (†1405), dietro corresponsione di 200mila fiorini. L’Appiano ottenne in cambio di Pisa la sovranità sul principato di Piombino – comprensivo anche dell’Elba e Pianosa – che la sua stirpe governò fino al 1628.

Nel 1400, il duca di Milano occupò anche Bologna, Perugia e Assisi e, nel 1401, sotto le mura di Brescia, inflisse una dura sconfitta al nuovo imperatore Roberto del Palatinato (1400-1410) che, mutando la politica del suo predecessore Venceslao, era sceso in Italia per arginare l’espansionismo di Milano. Nel 1402, dopo aver riportato a Casalecchio un’altra vittoria su Bologna e Firenze, e alla vigilia di una grande spedizione contro la città toscana, Gian Galeazzo morì a Melegnano, probabilmente a causa della peste, proprio alla vigilia della sua incoronazione a rex Italiae, un titolo cui teneva molto, tanto che uno degli intellettuali al suo servizio – il vescovo di Pavia Guglielmo Centueri (†1402) – compose anche un trattato, De iure monarchiae, in cui sostenne la legittimità giuridica delle pretese regali del suo signore.

Sicuramente, i successi militari di Gian Galeazzo dipesero non solo dal suo genio, ma anche dalla crisi in cui versavano le massime potestà universali dell’epoca – Impero e Papato – e dal marasma politico in cui versava la penisola: a nord, infatti, il particolarismo cittadino e signorile la faceva da padrone, mentre a sud la monarchia napoletana era dilaniata dalla guerra civile tra i due pretendenti al trono, Luigi II d’Angiò (†1417) e Ladislao I d’Angiò (†1414). Nel centro della penisola, lo Stato pontificio – reduce dalla fallimentare esperienza politica del tribuno Cola di Rienzo (†1354) – versava nel caos più completo data la presenza, al vertice della Cristianità, di ben due papi – uno residente ad Avignone, l’altro a Roma – protagonisti del noto “Grande Scisma d’Occidente” (1378-1417).

Roma come modello

L’opera di Gian Galeazzo fu indubbiamente grandiosa e rese il ducato di Milano un’autentica potenza europea, non solo con la guerra, ma anche grazie ad una scaltra politica diplomatica. Il duca, infatti, non fu solo un abile conquistatore, ma anche uno statista attento alla cura della propaganda, come strumento di legittimazione politica, e, non a caso, giustificò le sue conquiste con il richiamo all’antica Roma. Il vicentino Antonio Loschi (†1441), cancelliere del ducato, fu il regista di quest’organizzazione propagandistico-ideologica. Autore dell’Achilles, una tragedia scritta sul modello classico, e di un Commento alle orazioni di Cicerone, Loschi fu uno dei primi umanisti e un attento studioso dell’antichità romana.

Il cancelliere elaborò il manifesto politico delle conquiste viscontee nel carme celebrativo Imperiose comes, secli nova gloria nostri, dedicato al Visconti, ma, soprattutto, nello scritto Invectiva in Florentinos, in cui si scagliò contro i Fiorentini, principali avversari di Milano, accusandoli di fomentare la discordia nella penisola alleandosi con genti “barbare” – nel caso specifico il re di Francia – e con tiranni – gli Estensi – pur di contrastare l’egemonia viscontea. Allo scritto di Loschi, qualche tempo dopo, rispose il cancelliere della repubblica di Firenze, l’umanista Coluccio Salutati (†1406), con l’Invectiva in Antonium Luschum Vicentinum, in cui ribaltava le accuse contro i Milanesi. Si badi che entrambi gli intellettuali, nei loro scritti, si richiamavano all’antica Roma, per sostenere le proprie argomentazioni: ma mentre Salutati si richiamava alla Roma repubblicana, Loschi prendeva a modello quella imperiale.

Uno Stato moderno

Le conquiste di Gian Galeazzo portarono alla costituzione del primo grande Stato regionale della penisola e il duca ebbe modo di sperimentare le prime forme organizzative della vasta compagine, poi sostanzialmente duplicate anche in altri contesti della penisola, salvo particolarità locali, negli anni successivi. Lo Stato visconteo era fondato su una capitale, Milano, sede ufficiale della signoria e degli uffici di governo centrale (Cancelleria, Consiglio di Stato, Consiglio di Giustizia) da cui si diramavano ordini diretti alla periferia, alle città – e ai corrispondenti contadi – inglobati nelle conquiste viscontee. Le strutture amministrative delle città sottomesse furono sostanzialmente conservate con alcune particolarità volte a garantire la tenuta dell’insieme: salva l’assoluta potestà del signore, le amministrazioni locali preesistenti rinunciarono ad una politica estera autonoma e furono sottoposte sotto ogni aspetto normativo, amministrativo e giudiziario al controllo di capitani generali o podestà nominati dal signore e che fungevano da cinghia di trasmissione tra centro e periferia. Gli statuti normativi della città capitale prevalsero su quelli delle città dominate e ciò significò che, a livello periferico, non fu più possibile una legislazione contrastante con essi, e una parte del reddito fiscale delle città sottomesse confluì nel fisco della città dominante.

La politica culturale di Gian Galeazzo Visconti

Gian Galeazzo, inoltre, subordinò le strutture ecclesiastiche, presenti nei suoi domini, alla sua volontà, rendendole funzionali alla sua politica, imponendo il placet ducale per ogni nomina ecclesiastica e conseguente assegnazione di benefici, limitando i privilegi fiscali e giudiziari del clero e confiscando una parte dei beni della Chiesa, quasi preannunciando quello che, molti secoli dopo, nel Piemonte sabaudo, sarebbe stato fatto dal primo ministro conte di Cavour (1852-1861). Inoltre, sotto il profilo squisitamente religioso, il duca evitò sempre di prendere una posizione netta a favore di uno dei due pontefici che, all’epoca, si contendevano il trono di Pietro. Questa politica, però, non gli impedì di promuovere superbe opere artistiche in campo religioso, come l’edificazione del nuovo duomo di Milano, delle chiese del Carmine – a Milano e a Pavia – e della certosa di Pavia, destinata a mausoleo dinastico.

Inoltre, non esitò a richiedere al pontefice romano, Bonifacio IX (1389-1404), il pieno riconoscimento giuridico dello Studium universitario pavese, già fondato da suo padre Galeazzo II. Nel 1402, morto Gian Galeazzo, secondo le sue ultime volontà i domini conquistati vennero spartiti tra i figli, sottoposti, per breve tempo, alla reggenza della moglie Caterina: Filippo Maria e Giovanni Maria si divisero l’intero dominio tranne Pisa e la Toscana viscontea, assegnate a Gabriele Maria, figlio naturale – poi legittimato – avuto dall’amante Agnese Mantegazza. Il titolo di duca, però, spettò al solo Giovanni Maria che si stabilì a Milano, mentre Filippo fu insignito del titolo di conte di Pavia. Ben presto, dopo la morte dei fratelli Gabriele, nel 1408, e Giovanni, nel 1412, Filippo Maria (1412-1447) rimase solo al potere e tentò subito di ricostruire l’immenso dominio paterno che, nel frattempo, era andato in frantumi, perché città e signorie minori avevano riconquistato l’indipendenza. Il disegno politico di Filippo Maria, però, naufragò miseramente, a causa dell’opposizione di Firenze e Venezia, ancora una volta alleate contro i Visconti.

Un bilancio

Probabilmente, la dissoluzione dell’immenso dominio visconteo era nella natura delle cose e forse imputabile proprio a Gian Galeazzo che, decidendo di dividere i domini tra i figli, fece prevalere le logiche dinastiche – e feudali – su quelle politiche e “nazionali”. Ciononostante, la grandezza della figura del duca è indubbia. Benché l’opera politica da lui edificata andasse in pezzi pochi anni dopo la sua morte, Gian Galeazzo sembrò, sul momento, superare il particolarismo conflittuale delle città e dei domini signorili in cui era divisa la penisola, integrandoli in una compagine statale più ampia, sottoposta alla suprema autorità del duca e cementata non solo da un apparato amministrativo capillare e dalla coazione e dalla paura, ma anche da un sentimento collettivo “nazionale” che, benché ancora poco chiaro, era certamente esistente e più forte dell’asettica fedeltà dovuta dai sudditi al proprio signore.

Come spiegare altrimenti i continui riferimenti all’Italia e all’Unità italiana che campeggiavano sugli stendardi delle milizie ducali o facevano capolino nella letteratura di corte? Come spiegare altrimenti il fatto che il duca si servisse esclusivamente di condottieri “italiani” e che la sua propaganda insistesse, con toni martellanti, sulla contrapposizione tra gli “Italiani” e i “Barbari”? Questi ultimi altri non erano che i Francesi e i Tedeschi, la cui ingerenza, nella penisola, Gian Galeazzo voleva annientare. Solo il sorgere e il progressivo rinascere e affermarsi di un sentimento “nazionale” fino ad allora assopito – dopo secoli di oppressione straniera e divisioni interne – può spiegare perché Gian Galeazzo fosse appellato, dagli intellettuali al suo servizio, come “re nostro sacrosanto”, “Cesare novello”, “Sposo d’Italia”, “inviato da Dio” per dare unità e pace all’“italica gente”. E non si trattava certamente di puri esercizi letterari o formule di stile!

Tuttavia, vale anche la pena ricordare che l’avversione del duca verso i “Barbari” non gli impedì di instaurare relazioni diplomatiche – spesso vantaggiose – con la Francia e l’Impero germanico, ogniqualvolta ve ne fosse la necessità e in nome del più schietto “realismo politico”. D’altronde, lo stesso ufficio di “duca” – fatto proprio da Gian Galeazzo nel 1395 – fu il frutto di una specifica investitura da parte dell’imperatore tedesco che determinò, sul piano formale e costituzionale, l’inserimento del ducato di Milano nella compagine più vasta dell’Impero germanico. Inoltre, pur di ottenere l’aiuto militare della Francia nelle sue imprese italiane, Gian Galeazzo non esitò a rinunciare alle sue ambizioni egemoniche sulla repubblica marinara di Genova a favore dei “cugini” d’Oltralpe che, infatti, occuparono la città nel 1396, conservandone il possesso per circa quindici anni. Come non pensare – sulla scorta di questi esempi – allo stesso “opportunismo politico” che, secoli dopo, avrebbe contraddistinto la politica del conte di Cavour. Nel 1858, con gli accordi di Plombières, il primo ministro del regno sabaudo non esitò a rinunciare alla sovranità su Nizza e la Savoia – culla della dinastia sabauda! – pur di ottenere l’aiuto militare dell’imperatore Napoleone III (1848-1870) contro gli Austriaci, nella “seconda guerra d’indipendenza”.

La visione di un regno italico

L’obiettivo di Gian Galeazzo Visconti – stroncato dalla sua morte improvvisa – fu, molto probabilmente, quello di creare un vero e proprio “Regno italico”, indipendente da ingerenze d’Oltralpe e a capo del quale vi fosse un sovrano veramente “autoctono” e non più franco o tedesco. È quindi condivisibile il giudizio che il medievalista Giorgio Falco (†1966) ebbe modo di esprimere sulla “signoria” – come regime di governo – e sulla figura di Gian Galeazzo Visconti. Per l’insigne medievista, entrambi furono in grado di produrre due importantissimi risultati: la creazione di solide compagini statali, nell’immediato, e, in prospettiva, la creazione di una nazione finalmente unita.

Tommaso Indelli


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