stranieri-in-italia-dossierRoma, 6 nov – La nozione di ingegneria sociale rimanda a una concezione costruttivista della realtà, ossia all’idea che la realtà sia per intero socialmente costruita e illimitatamente manipolabile. Ma se la versione più aggiornata di costruttivismo è quella postmoderna, che appunto pretende che la realtà non sia, almeno in qualche misura, un che di dato, ma sempre e comunque un prodotto socio-culturale, andando a ritroso nel tempo non è difficile rendersi conto che la ‘tentazione costruttivista’ ha una ‘genealogia’ plurisecolare (se non bimillenaria, a partire dall’uomo nuovo di matrice cristiana) ben più complessa. Basti pensare alla società intesa come una “pagina bianca” su cui poter scrivere qualsiasi cosa, che era forse l’accusa più grave mossa da Burke ai rivoluzionari francesi[1], oltre che segno evidente del disprezzo da lui nutrito per le costruzioni teoriche astratte.

Esempio di ingegneria sociale è anche lo ius soli che, slegando la cittadinanza dalla nazionalità, finisce per dar vita a una vera e propria società di estranei, cioè di soggetti privi di legami di prossimità che non siano strettamente funzionali o ‘contrattualistici’; un mondo di individui ‘decontestualizzati’ e sradicati, frutto di un individualismo di per sé costruttivista, perché appunto fondato su individui deprivati di ogni loro concreta differenza etnoculturale e accomunati dal solo linguaggio dei diritti ‘umani’, in quanto tali, pur se occidentali sino al midollo, pretesamente valevoli sempre, ovunque e per chiunque.

Ma non penso sia importante insistere più di tanto su questo punto, in fondo evidente a chiunque non sia ideologicamente accecato; piuttosto, è necessario tentare d’indicare, certo in modo assai schematico, una diversa prospettiva, al contempo fondata e credibile. Al riguardo, sono convinto che non possa reggere l’idea di una comunità compattamente armonica, immune da ogni conflittualità perché basata sull’organico equilibrio delle parti che la compongono, trattandosi di una immagine in buona misura ‘mitica’. Allo stesso modo, non ha senso pensare la comunità come sottratta ‘per natura’ al mutamento e alla storia. Ma su tutto questo mi sono già soffermato anni fa.

Oggi, per chiudere queste note, farò piuttosto riferimento a una variante di quanto da me detto in precedenza, che ha dunque il pregio di insistere nello ‘scavo’ di una possibile alternativa all’idea che tutto sia infinitamente plasmabile e integralmente ‘costruito’. Alludo al semicostruzionismo di cui ha parlato Franca D’Agostini, in ciò autorizzati dall’autrice medesima, che scrive: “in generale, l’impianto semicostruzionista si adatta a qualsiasi tipo di fattualità (sociale, morale, politica, storica, naturalistica, matematica ecc.)”[2], ovviamente tenendo ben presente la definizione stessa di semicostruzionismo, e cioè “che in parte (ma solo in parte) costruiamo i nostri oggetti di conoscenza”, visto che “il processo conoscitivo si sviluppa a partire dalla ricettività empirica, ossia da dati e materiali che la realtà (indipendente) ci offre”[3]. Giusto per intendersi, ma è un caso tra i tanti, la stessa concezione mazziniana della nazione può essere considerata un esempio probante di ‘semicostruzionismo’, fondata com’era tanto su elementi ascrittivi indipendenti dalle scelte del singolo individuo, quanto sull’azione volontaristica, tesa a costruire uno stato in grado di dare unità politica alla preesistente comunità nazionale italica.

Giovanni Damiano

NOTE

[1] Quasi superfluo ricordare che, per Burke, quella inglese, specie la Gloriosa del 1688, era stata, tutt’al contrario, una rivoluzione fatta per ristabilire le antiche libertà inglesi. In sintesi, un esempio di rivoluzione conservatrice.

[2] F. D’Agostini, Introduzione alla verità, Torino 2011, p. 195.

[3] Entrambe le citazioni in ivi, p. 193.

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