Roma, 21 ott – Jack Kerouac è morto il 21 ottobre 1969, cinquant’anni fa. L’autore di On the road, l’aedo beat per eccellenza in Italia come nel resto del mondo è ormai un’icona indiscutibile della letteratura. Ma quando Kerouac era ancora in vita, e si trovò nel nostro Paese nel 1966, disse qualcosa che i “compagni” non gradirono molto …

Beat, come “beato”

Tanto per cominciare, il termine beat lo ha “inventato” lui, ma non gli attribuiva assolutamente il significato che successivamente ha avuto, in quanto per Kerouac Beat era l’equivalente di “beato”: «Fu da cattolico che un pomeriggio andai nella chiesa della mia infanzia (una delle tante), Santa Giovanna d’Arco a Lowell, Massachussets, e a un tratto, con le lacrime agli occhi, quando udii il sacro silenzio della chiesa (ero solo lì dentro, erano le cinque del pomeriggio; fuori i cani abbaiavano, i bambini strillavano, cadevano le foglie, le candele brillavano debolmente solo per me), ebbi la visione di che cosa avevo voluto dire veramente con la parola “Beat”, la visione che la parola Beat significava beato”.

Kerouac contesta i contestatori

Eh si, perché proprio lui, il cantore della vita antiborghese lontana dagli schemi “quaccheri” dell’american life style, era dotato di una spiritualità molto più profonda di quella dei cosiddetti “contestatori” che andavano di moda all’epoca. Lo stesso William Burroughs, di certo non un pericoloso reazionario, disse di Kerouac che «è sempre stato violentemente contrario a qualsiasi genere di ideologia di sinistra». E lo stesso Kerouac fu il primo a rompere con lui e con Allen Ginsberg quando i due intellettuali e i loro discepoli si fecero troppo politicizzati, arrivando ad accusarli di essere caduti in una “trappola comunista”.

La guerra in Vietnam

Riprova di questa impostazione d’animo dell’autore di Big Sur, in netta controtendenza alle istanze beatnik, furono le sue dichiarazioni sulla guerra in Vietnam che in Italia, in particolare a Napoli, gli costarono l’epiteto di “fascista”. Racconta il viaggio italiano di Kerouac Elio Chinol, traduttore italiano, che a sua volta cita l’onnipresente (quando si tratta di letteratura americana) Fernanda Pivano protagonista degli avvenimenti. Kerouac era come tutti ben sanno un alcoolizzato e conviverci non dev’essere stato facile tra barriere linguistiche e di lucidità mentale.

Kerouac il patriota

Nel 1966 lo scrittore fece tappa a Milano, Roma e Napoli, invitato dalla Mondadori. Usciva allora l’edizione italiana di Big Sur. “Alla fine si convinse e riuscimmo a portarlo a Villa Pignatelli” racconta la Pivano. “La sala era gremita. Le prime file erano occupate da una variopinta schiera di giovani beat, impazienti di rendere omaggio al Maestro. Ci si poteva aspettare un’apoteosi, finì in un tumulto. Dietro i beat, sparsi qua e là, forse meno numerosi ma più decisi, c’erano i contestatori. A loro non importava proprio niente dei nostri discorsi letterari. Quando venne il suo turno e Kerouac si alzò per rispondere alle domande del pubblico, si fece avanti un piccolino tutto nero, occhialuto, faccia tesa e intellettuale: voleva sapere cosa lo scrittore pensasse della guerra americana nel Vietnam. La trappola stava per scattare. Kerouac si buttò sull’esca con la bocca ancora impastata di birra e cognac. Stentava a parlare. Disse comunque che lui le cose le considerava sempre sotto l’aspetto umano e umanamente non poteva che essere dalla parte dei soldati americani, i G.I., tutti bravi ragazzi, nice guys che non facevano che il loro dovere, come ad esempio il suo amico tal dei tali, un tipo davvero straordinario, e poteva dirlo perché lo conosceva bene dato che per mesi e mesi aveva mangiato con lui e bevuto con lui e con lui dormito nel sacco a pelo e girato tutta l’ America…”. Ecco, Kerouac ha fatto l’irreparabile: si è dichiarato patriota! “Prima furono fischi, poi insulti roventi: Buffone!, buffone e fascista!. Si dovette portar via lo scrittore facendolo passare da un’uscita secondaria”. Ovviamente, adesso, gli stessi “contestatori” del 1966, adesso magari professionisti affermati o intellettuali, se lo rivendicheranno come simbolo. Ma Kerouac è troppo grande perché le sue spoglie vengano esibite da chi, alla bisogna, lui stesso avrebbe definito traditore della Patria …

Ilaria Paoletti

1 commento

  1. Da aggiungervi il fatto che Kerouac prediligesse in particolar modo “Il Tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler.

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