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Roma, 2 giu – Con La primavera perfetta Enrico Brizzi torna in piedi sui pedali – anche se in realtà non è mai sceso dalla bici – per parlarci di disgrazia, solitudine, dolore e rinascite. Tutti sentimenti ed eventi legati a doppiofilo col ciclismo, metafora di vita.



La primavera perfetta, da ascesa a caduta

Il protagonista de La primavera perfetta (Harper Collins, 2021), ventesima fatica letteraria del prolifico Brizzi, è Luca Fanti: brillante pubblicitario bolognese, trapiantanto a Milano, ha una moglie bellissima, due figli meraviliosi e ormai da anni è il manager di suo fratello Olli, uno dei ciclisti più forti del mondo. Poi arriva il divorzio e, quella che per usare una metafora ciclistica a molti sembra la tappa conclusiva di una parabola per lui diventa quella iniziale di una serie di disgrazie. Brizzi analizza con lucidità clinica i tormenti di una famiglia che si rompe, tra avvocati, alimenti ai confini della realtà, i mutismi della figlia, processi e amicizie perdute.

Fraternità collettiva e sport

Sullo sfondo di questo volo in picchiata verso il fallimento di Fanti, La primavera perfetta regala un affresco del mondo del ciclismo, uno sport legato indissolubilmente al Dna italiano: come funziona con gli sponsor, come si assembla una squadra. E torna il tema caro a Brizzi (lo abbiamo visto in Bastogne e in Tu che sei di me la miglior parte tra gli altri) della redenzione nell’amicizia maschile, in questo caso declinata al senso di fraternità collettiva e letterale che lega gli “addetti ai lavori” della bicicletta.

Fanti, pessimo ma amabile

Tra ironica e malinconia, il maldestro Fanti de La primavera perfetta non riesce a risultare detestabile neanche quando si macchia delle peggiori nefandezze: “Finché si è puri si vive nel timore d’essere circondati da mostri” dice Fanti/Brizzi “e solo quando s’impara di cosa si è capaci, viene naturale riconoscere agli altri la loro innocenza“. Lo stile di Brizzi ne La primavera perfetta è come sempre impeccabile, anche se talvolta un po’ lezioso nelle descrizioni relative ad aspetti pratici o quotidiani visti dagli occhi del protagonista. Ma sono solo dei momenti, perché ne La primavera perfetta ritroviamo finalmente momenti in cui lo scrittore bolognese si mette “in piedi sui pedali” e ci regala uno schietto lirismo, mai melenso e soprattutto mai banale: “L’amore non è uno stato di natura che si ripresenta sempre uguale, capace di sorprenderci a diciassette, trenta, quaranta e più anni, come la primavera che risveglia gli animali dal letargo. Forse è davvero un essere, spirito o dio come lo pensavano gli antichi, che acconsente a mostrarsi solo quando abbiamo portato a termine un cammino solitario, e torniamo a offrirci alla vita purificati da quel rituale, nuovi, altri”.

Ilaria Paoletti

 

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