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Roma, 20 giu – C’è Inno di Mameli e Inno di Mameli. È il contesto che cambia il risultato, è il colore della pelle di chi lo intona a fare la differenza, ed è anche chi gli sta attorno a fare da spartiacque tra la presentabilità e la impresentabilità di un certo evento.

L’indignazione a comando per l’Inno di Mameli al Papeete

L’anno scorso si è consumata l’estate così detta del Papeete, la discoteca romagnola dove l’allora ministro Salvini passava giorni di vacanza improvvisandosi deejay e arringando la folla in costume da bagno sulle note dell’Inno di Mameli. Grande sconforto da parte di tutta l’alta società italiana, nobildonne, damazze, il popolo di Capalbio costernato di fronte a cotanta bestialità: gente sudata (perché la destra, in estate, suda, la sinistra invece, magicamente, no) e accalcata e intenta a trincare volgari cocktail che si sbraccia sotto una consolle occupata da un ministro. Indegno, indecoroso, che figure all’estero, magari averci la Merkel, chi era Berlinguer o Moro che andava sul mare in camicia e cravatta?

L’eco era questo, il sentire comune, sebbene ovviamente minoritario, era l’indignazione di classe verso i subalterni che osavano divertirsi addirittura canticchiando sotto il sol leone l’inno d’Italia che rimanda ad una qualche forma di patriottismo, d’amor patrio, un po’ confuso ma dannatamente genuino. La furia dei vipponi derivava dal loro senso di smarrimento, di impotenza di fronte alla folla scatenata che non rispondeva ai loro ordini, e che dal punto di vista dei costumi si lasciava andare a più non posso. Era la sensazione del padrone a cui sfugge di mano il guinzaglio del cane. La loro idea di società e di convivenza con gli altri è questa: una certa superiorità, una certa altezzosità, un rimarcare la mai esistita differenza antropologica tra chi vota liberal e chi vota conservatore, tra chi Capalbio e chi Papeete, tra i centri di potere incrostati di ruggine rossa e i lidi liberi dove le libere coscienze scorrazzano. E sudano.

L’Inno di Mameli in versione ceto Ztl

Ma si tratta del passato. Questa invece è l’estate dell’Inno di Mameli adattato alla protesta di colore, molto politically correct, fatta propria dal ceto Ztl che della questione immigratoria ha una conoscenza basica: il vigore con cui il filippino pulisce l’argenteria o gonfia le ruote della bicicletta acquistata con bonus fornito dal compagno Gualtieri. Niente di più, niente di meno, ma le rivolte violente e iconoclaste che infiammano l’Occidente se le accaparra il vippume ecofriendly che gode spudoratamente quando in prima serata su Rai1 un cantante di colore canna clamorosamente l’inno d’Italia e lo termina gridando sguaiatamente col pugno alzato. Per inciso, si tratta della gestualità di chi rivendica un trattamento equo e rispettoso. Per inciso, il ragazzone di colore è quello che due o tre anni fa vinse Amici di Maria De Filippi, di conseguenza sfugge il senso della sua rivendicazione. Ma la performance è così patinata e così profumata di correttezza politica che gli indignati dell’anno prima applaudono forsennatamente, eccitati come degli adolescenti di fronte ad un’esternazione così intrinsecamente stupida. E, soprattutto, sono dannatamente soddisfatti per lo schiaffone dato all’Inno di Mameli che è stato trasformato in una cantilena da blacklivesmatter. Come uno stupro su di un corpo già esanime e sul quale si stanno accanendo i barbari che domani abbatteranno altre statue. Qual è la logica di una performance così scadente, così gretta, così incoerente con lo spirito tipico di ogni inno nazionale? È esattamente quella del Joker di Batman: distruggere per il gusto di distruggere, spargendo sale sulle rovine di una civiltà troppo tollerante verso chiunque desideri metterla in discussione. Fin quando non si presentano quelli pronti a raderla al suolo.

Il ragazzone che ha cantato il nostro Inno di Mameli non sa che, proseguendo, il testo racconta che “i bimbi d’Italia si chiaman Balilla”, parole che niente hanno a che fare col fascismo, piuttosto con Giovanni Battista Perasso detto Balilla che il 5 dicembre 1746, nel quartiere Portoria a Genova, diede inizio alla sollevazione popolare contro gli occupanti dell’Impegno Asburgico. Da qui il mito del Balilla e del suo ardimento, definito dallo storico Federico Donaver come “l’ardire generoso d’un popolo che, giunto al colmo dell’oppressione, spezza le catene e si rivendica la libertà”. Vedrete come andrà a finire.

Lorenzo Zuppini

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