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Roma, 20 giu – Dovevano essere 1500 miliardi. Questa la “dimensione ragionevole” del Recovery Fund di cui parlava il commissario Ue all’Economia Paolo Gentiloni lo scorso aprile. A fine maggio, con un primo dimezzamento, erano già diventati 750. Non più tardi di ieri, in sede di Consiglio Ue, l’asticella è stata spostata ancora più all’ingiù: 500 miliardi (forse), un terzo dello stanziamento auspicato in prima battuta. Una somma che, oltre a dover essere divisa tra tutti gli Stati membri dell’Unione, sarà soggetta a precise condizioni relativamente alle modalità di spesa. E non sarà comunque disponibile prima del 2021. Ammesso e non concesso, peraltro, che si trovi l’accordo su tecnicalità di distribuzione e di controllo (l’ennesima sorveglianza made in Bruxelles, nella migliore delle ipotesi), sulle quali siamo ad oggi ben lontani da individuare una “quadra”.

“(Im)potenza di fuoco” in versione Consiglio Ue

Il Recovery Fund, per come uscito (malconcissimo) dal Consiglio Ue di ieri, sembra la versione comunitaria della “potenza di fuoco” di contiana memoria: risorse ancora non definite, senza alcuna autonomia di spesa, che arriveranno forse fra mesi. Se non addirittura anni, magari a rate e pure sospendibili nel momento in cui un qualsiasi funzionario della Commissione dovesse decidere che l’impiego non è coerente con le priorità dell’Ue. Le quali, in genere, spesso e volentieri sono ben lontane dalle nostre esigenze.

La salvezza sono i nostri Titoli di Stato

Il tutto mentre l’economia italiana registrerà un tracollo in doppia cifra quest’anno, non il prossimo. Mentre il governo aspetta fondi sui quali non vi è alcuna certezza le imprese chiudono, i cassintegrati aspettano, i conti pubblici arrancano e continueranno a farlo stante il buco plurimiliardario che si registrerà a breve dal lato delle entrate: a produzione ferma non si pagano imposte. E cosa ha fatto per tamponare l’emorragia? Ha atteso che gli altri decidessero per noi. Peccato che l’Ue abbia deciso di non decidere, lasciandoci in un limbo nel quale l’unica scialuppa di salvataggio non batte bandiera blu a 12 stelle, bensì l’effige della Repubblica Italiana riportata in testa ai nostri Titoli di Stato (quando ancora erano in formato cartaceo).

Così, mentre chi si affanna a desiderare che l’Italia infili la testa nel cappio del Mes e chi aspetta (Godot) che il Consiglio Ue scelga una qualsiasi strada per farci arrivare una manciata di euro (in prestito e sotto condizione), l’unica certezza sono i Btp che continuano ad andare letteralmente a ruba anche se nei primi mesi di quest’anno il ministero dell’Economia ha già collocato quasi il 50% in più rispetto allo stesso periodo del 2019 (oltre 300 contro circa 230 miliardi) a tassi pressoché in linea con quelli degli ultimi mesi pre-epidemia. Le ultime aste si sono concluse con volumi di domanda ben superiori (certe volte anche il doppio) rispetto all’offerta, a dimostrazione che l’Italia non – sottolineiamo: non – ha perso l’accesso ai mercati, né sconta alcun rischio maggiore. I rendimenti vanno di conseguenza: l’ultimo Btp a 5 anni è stato collocato ad un tasso inferiore all’1%, mentre si attende di conoscere non se sarà un successo, ma di che portata sarà, quello del Btp Futura destinato, così come il Btp Italia “patriottico” lanciato a maggio ed esaurito immediatamente, a mobilitare il risparmio nazionale.

Filippo Burla

4 Commenti

  1. è ovvio che dobbiamo salvarci da soli. via conte e i delinquenti della commissione europea.

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