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Il Recovery Fund, con cui si è voluto rilanciare il sogno europeo, nasce come imponente strumento finanziario utile alla ripartenza economico-sociale degli Stati membri dell’Unione europea e, ad oggi, vanta una ben precisa struttura che ne descrive il funzionamento. Con il Next generation Eu – ossia il vero e proprio strumento di ripresa – l’Ue si propone di aiutare temporaneamente le economie nazionali nella risposta alla crisi innescata dal virus. Come scrive apertamente la Commissione europea nel suo sito ufficiale, per finanziare il bilancio a lungo termine, nonché lo stesso Next generation Eu – comprendente il dispositivo per la ripresa e la resilienza, e il React-Eu – si continuerà ad attingere alle solite e note fonti di entrata dell’Ue: dazi doganali, l’Iva e il Rnl, oltre a un nuovo e anti-popolare pacchetto di imposte gravante indirettamente sui cittadini, già colpiti duramente dalla crisi economica.



Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di marzo 2021

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Il sogno europeo alla prova della realtà

Già all’inizio dello scorso aprile nove Paesi scrissero una lettera richiedendo il varo dei cosiddetti «Corona-bond», ossia strumenti di mutualizzazione del debito utili a raccogliere fondi sul mercato a beneficio di tutti gli Stati membri. Dopo diverse settimane di immobilismo politico, coadiuvato dalla scarsa propensione al lavoro del governo italiano, il 27 maggio 2020 la Commissione europea propone il Next generation Eu come strumento temporaneo per la ripresa, rendendo de facto inutile la nuova linea di credito pandemica del Mes, sebbene vi siano più analogie che differenze tra i due fondi. Per decostruire le convinzioni mediatiche degli organi di stampa filo-Ue, millantatori instancabili della presunta efficacia della macchina europea, è sufficiente osservare…

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