Roma, 14 mar – Dimmi chi citi e ti dirò cosa vuoi. Potrebbe suonare più o meno così la rivisitazione del ben più famoso proverbio “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” dopo le recenti dichiarazioni del presidente juventino Andrea Agnelli. Durante la venticinquesima assemblea generale dell’European Club Association – dal 2017 da lui stesso presieduta – l’imprenditore torinese ha aperto i lavori con dichiarazioni a dir poco “preoccupanti”.



Parlando, tra le altre cose, delle perdite di incassi stimabili in 6,5-8,5 miliardi nell’ultimo biennio e delle stress a cui sono sottoposti i giocatori, il nipote dell’avvocato, dimenticando l’altalenanza propria dello sport (periodi di forma contrapposti ad altri di calo fisiologico) si è concentrato su un presunto cambiamento antropologico e sociale della base tifante: “Molto probabilmente ci sono troppe partite che non sono competitive, sia a livello nazionale che a livello internazionale, questo non cattura l’interesse dei tifosi” e ancora “il sistema attuale non è fatto per i tifosi moderni. Le ricerche dicono che almeno un terzo di loro seguono almeno due squadre; il 10% segue i giocatori, non i club e questo è molto diverso rispetto a qualche anno fa. Due terzi di loro seguono le gare perché attratti dai grandi eventi”. Conclude infine il monologo citando il guru dell’irreversibilità Mario Draghi: “Se non ci muoviamo, rimarremo soli nella illusione di quello che siamo, nell’oblio di quel che siamo stati e nella negazione di quel che potremmo essere”.

I tifosi secondo Andrea Agnelli: perfetti consumatori

Abbiamo purtroppo imparato a conoscere la figura dell’attuale primo ministro e della sua costante presenza negli snodi cruciali della recente storia italiana. Dalla stagione delle privatizzazioni alle sfide del mondo post-Covid 19 (transizioni ecologica e digitale) passando per l’avvento dell’Euro e la caduta dell’ultimo governo democraticamente eletto. Eventi che hanno un unico comune denominatore: l’indirizzo dato al cambiamento è sempre proposto senza la possibilità di alternative e, pertanto, ritenuto irreversibile.

Stessa terminologia utilizzata da Andrea Agnelli, che ritiene sostenibile solamente la via che porterà l’adattamento del sistema calcio a quello che sarà il tifoso del futuro. Annoiato (dalla mancanza di competitività), sradicato (tifa almeno due squadre), atomizzato (segue il campione e non la squadra) e facilmente prevedibile (attratto dai grandi eventi). In una parola, un perfetto consumatore.

Il cambiamento logora chi non lo fa

In base ai dati snocciolati da Agnelli, questo modello di spettatore 2.0 rimane, per il momento, in netta minoranza rispetto al “tifoso tradizionale”. Come però ci insegnano gli uffici marketing dei grandi gruppi multinazionali la ricerca di nuove fette di mercato è senza soluzione di continuità e passa dalla normalizzazione, dal sapersi relazionare con tutto ciò che è ancora “di nicchia” (fuori dal panorama sportivo le campagne dei grandi marchi pro Lgbt e movimenti Blm sono un ficcante esempio).

Questo è quanto sta succedendo anche nel pallone “covidizzato”. Per le dirigenze delle maggiori squadre europee il modello di tifoso come lo abbiamo finora conosciuto, seppur altamente fidelizzato, non è più economicamente profittevole e per restare in vita – o meglio al comando – si cercano vie diverse, anche a costo di snaturare lo sport nazional-popolare per eccellenza. D’altronde, in senso lato, un sistema di dominio tende ad accettare qualsiasi cambiamento pur di mantenere intatta la struttura del proprio potere. Ed è proprio per questo motivo che certi fenomeni, certi trend vengono descritti come già rigorosamente determinati in una certa direzione. Quando invece è solamente l’espressione della volontà di chi ha facoltà decisionale in quel determinato periodo.

La miglior difesa è l’attacco

Se l’innovazione – quella sì – è ineluttabile, il come essa viene orientata non è soggetto a fatalismo alcuno, in quanto sempre frutto del volere umano. La prima reazione, quasi d’istinto, comune a milioni di appassionati, è quindi quella di mettersi sulla difensiva. Ma gli sterili slogan alla “no al calcio moderno” rimangono, appunto, espressioni  infeconde di una protesta condivisibile. Al mondo (anche sportivo) apatico, individualista e influenzabile bisogna contrapporre un’alternativa che sappia andare – anzi tornare – alla radice.

L’arte pedatoria è un mix di fatica, creatività e spirito di gruppo. Lo spettacolo del tifo – ossia l’altra metà della mela – è passione, fedeltà e senso di appartenenza. Senza il primo non ha senso di esistere il secondo, e viceversa. Tutto il resto, per favore, non chiamatelo calcio.

Marco Battistini

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