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Roma, 4 ott – E’ nato un nuovo eroe: l’ultimo James Bond, l’ultimo bianco, etero e maschio. No Time To Die nei cinema in questi giorni, come è noto, è l’epilogo della saga interpretata da Daniel Craig – per chi scrive il miglior Bond dopo il primo e unico, l’inimitabile Sean Connery. Dopo 15 anni si chiude un’era dunque, iniziata con Casino Royale del 2006: Craig non sarà più James Bond. Anzi, come è noto, non lo sarà più nessun attore maschio: il prossimo 007 sarà una donna afrobritannica. Personaggio assolutamente non convincente, interpretato in modo dimenticabile da Lashana Lynch, affiancata a Craig in questo 25esimo capitolo della saga dell’agente segreto britannico. Una delusione per i fan di 007, non tanto perché donna – come da tradizione, in queste pellicole le donne hanno un ruolo fondamentale – ma perché pessima scelta come successore di Bond.



No Time To Die è bellissimo perché non è il solito film di James Bond

Ma basta parlare di cose brutte: No Time To Die è bellissimo. E lo è soprattutto perché non è il solito 007 ma qualcosa di più. Bond diventa qui un eroe tragico, un eroe della tradizione greca. Un salto di qualità nel personaggio, una crescita nello spessore ideale. E’ un Craig molto arrabbiato e determinato – come sempre – quello in scena. Ma per ragioni che vanno oltre le consuete missioni che solo un “doppio zero” può portare a termine. Qui Craig è anche molto intenso, drammatico. Messo di fronte a scelte che solo i grandi eroi possono compiere. Una luce di accettazione del destino da compiere infiamma gli occhi di questo Bond, ormai non più donnaiolo ma innamorato della sua Madeleine Swann (una intensa Léa Seydoux). Ottima prova attoriale per Craig, che va oltre le battute in perfetto stile brit e le mirabolanti scene di azione, arrivando a commuovere lo spettatore.

Tra un combattimento e un inseguimento, tra sequenze di lotta molto realistiche (botte da orbi, proprio nel senso del dove coglio coglio) e effettoni speciali all’altezza della fama di queste pellicole di intrattenimento totale, spesso vediamo un Craig pensieroso e silente, estatico, che domina la scena e i destini intrecciati dei personaggi.

Un eroe tragico a difesa di valori non più di moda

Sì. E’ questa la grande, notevole innovazione. La cifra stilistica che pervade tutto il film: 007 ha un cuore, una coscienza, un compito che va oltre il solito dover salvare il mondo. Lui è un paladino a difesa della famiglia tradizionale, fulcro della vita, radice del suo essere uomo. Premessa di un futuro. Aspetto profondo e fuori standard rispetto all’intrattenimento puro che non è buttato qua e là tra una sparatoria e una scazzottata per farlo sembrare un film serio. Come abbiamo detto, invece, è proprio la chiave di volta di questo ultimo capitolo del Bond-Craig, bianco, etero. Qui eroe tragico, eroe per amore. Difensore della famiglia “normale” nonché vendicatore implacabile di amici fraterni. Temi che in questi tempi dove il mondo ormai va al contrario – con gli eroi della Marvel che da maschi bianchi diventano donne di colore – fanno di No Time To Die un film-manifesto di valori che non vanno più di moda. E a dire che è il primo non diretto da un britannico. Dopo i contrasti con il regista incaricato Danny Boyle, infatti, la produzione ha optato per Cary Fukunaga, nippo-svedese nato negli Usa.

Il tocco del regista Cary Fukunaga si vede eccome

Una scelta a dir poco felice: il geniale regista della prima serie di True Detective, capolavoro assoluto, riesce a imprimere a un film di 007 la dimensione tragica omerica ed elisabettiana con toni e modi assolutamente moderni. L’aver spezzato la tradizione di decenni e decenni di registi britannici ha permesso insomma di fare un film dal respiro molto più profondo. A livello tecnico il film è pazzesco: tutti i comparti sono di altissimo livello – fotografia (Linus Sandgren, La La Land), montaggio, colonna sonora (Hans Zimmer e il bellissimo brano dei titoli di testa di Billie Eilish), effetti speciali. Location come sempre mozzafiato, con ben 20 minuti in Italia tra Matera, Maratea, Sapri e Gravina in Puglia. E poi ancora Giamaica, Cuba, Norvegia. Oltre che l’immancabile Londra.

Un cast eccezionale, con il super cattivo Rami Malek

Ma il fiore all’occhiello della pellicola è il cast, diretto egregiamente da Fukunaga. Oltre a Craig e la francese Seydoux, segnaliamo i due super cattivi. Uno in “pensione” (non possiamo fare spoiler), l’ex capo della Spectre Ernst Stavro Blofeld, ormai imprigionato (l’ottimo tarantiniano Christoph Waltz), l’altro, quintessenza del male, distillato puro di vendetta: Lyutsifer Safin (interpretato da Rami “Freddie Mercury” Malek). Un personaggio di spessore tale da essere l’antagonista ideale di Bond eroe classico in un duello omerico. Godibilissimi come sempre gli altri comprimari, da Q (Ben Whishaw) a M (Ralph Fiennes), rispettivamente il genio-nerd e il capo dell’MI6.

Quella citazione di Jack London che è la chiave del film

Insomma, per gli appassionati dei film à la 007, gli ingredienti ci sono tutti: battute, smoking, donne bellissime che picchiano e sparano come se non ci fosse un domani, esplosioni, mistero e diavolerie tecnologiche. Per chi poi apprezza anche la profondità dei personaggi e una “morale della favola” che va oltre i blockbuster senza arte né parte, vi citiamo una citazione di Jack London, fatta nel film. “La funzione propria dell’uomo è di vivere, non di esistere. Io non sprecherò i miei giorni nel cercare di prolungarli. Io userò il mio tempo”. E Bond lo usa tutto e al meglio. Non c’era modo migliore di chiudere l’era di James Bond di questo No Time To Die. Fidatevi: correte al cinema.

Adolfo Spezzaferro



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