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Mass media: il capitale manipola l'opinione pubblicaRoma, 9 feb – E da ultimo venne Mattarella, neo Cincinnato della Repubblica, e subito i media a dipingerne una figura a tinte quasi eroiche, più che altro facendo risaltare la figura riflessa del fratello morto ammazzato da Cosa Nostra.

Questo è solo un esempio esplicito di manipolazione dell’opinione pubblica da parte dei “mezzi d’informazione” che spesso certi critici a comando (per esempio i grillini) denunziano sempre come corrotta, sussidiata, asservita a questo o quello.

Si potrebbe, tanto per rimanere nella cronaca spicciola, parlare di come ci vengono presentati i fatti in Ucraina oppure in medio oriente, o anche la scandalosa campagna contro il femminicidio, volta a creare una fattispecie giuridica inesistente allo scopo di mettere i genere in lotta fra di loro.

Se si guarda alla realtà con l’occhio clinico dell’investigatore e non con la mascherina degli slogan degli impotenti 2.0 allora si noterà, molto banalmente, che la “libera informazione” non può svolgersi in contrasto con gli interessi delle imprese, delle persone e delle banche che dominano i consigli di amministrazione delle società titolari dei media, nonché delle imprese che pagano il corrispettivo dell’attività economica realmente svolta dai grandi media: vendere pubblicità. Sembra di dire delle ovvietà, ma in realtà quando si parla dell’informazione si tende sempre a dimenticare l’ovvio per puntare il dito contro qualche stortura acuta ed isolata.

Ergo, per fare un discorso serio sui media bisogna partire dall’origine, dalle api e dai fiori: i grandi media nazionali sono strumenti delle società per azioni che ne sono titolari. Più precisamente, la società per azioni è proprietaria del medium: lo strumento che “informa” i cittadini e così forma l’opinione pubblica. Ovviamente, le quote di maggioranza di queste società sono detenute da banche e grandi imprese, che (giustamente, dal loro punto di vista) se ne servono come di un qualsiasi strumento tecnico per promuovere determinate strategie non necessariamente aziendalistiche, ma anche più propriamente politiche, come dimostra il caso De Benedetti

Facciamo un esempio stupido ma forse esplicativo: può un gruppo editoriale, che non solo avrà nel Cda i rappresentanti di qualche banca e dall’altro è direttamente o indirettamente indebitato con le medesime, parlare in maniera seria della necessità di una ferrea regolamentazione del settore finanziario? O magari, Dio non voglia, della sua nazionalizzazione nell’interesse del popolo e dei risparmiatori stessi?

Ancor più importante: dato che giornali e televisioni, fondamentalmente, sopravvivono vendendo pubblicità, a che scopo lagnarsi (come fanno tutti gli antisistema di regime) per l’inezia dei sussidi pubblici all’editoria, quando è evidente a chiunque non sia cieco e sordo che sono gli inserzionisti a dettare legge, e non certo lo Stato?

Estremizzando un pochino, si potrebbe dire tranquillamente che i media sono in pratica degli strumenti per vendere pubblicità, non certo per plasmare un’opinione pubblica solida ed informata. Nessun complotto, nessuna stranezza, nessun inganno: semplicemente in un’economia fondamentalmente deregolamentata come la nostra, è inevitabile che il capitale assuma il potere tremendo di controllare l’informazione e quindi la coscienza civile dei popoli. Ce ne accorgiamo benissimo in Italia, con decenni di propaganda autorazzista che ha inculcato nelle menti di 60 milioni di persone di essere la monnezza della specie umana, indegni anche solo di respirare l’aria in comune con tedeschi ed anglosassoni, loro sì così “seri” e “moderni”.

Inquadrato sommariamente il problema, è anche piuttosto semplice però ipotizzare delle soluzioni possibili quantomeno per limitarne o circoscriverne i danni. Innanzitutto, è giusto porre un limite molto basso alla possibilità per un private di essere proprietario, anche per interposta persona, di una società che possiede un canale o un quotidiano a tiratura nazionale. Questo limite potrebbe tranquillamente essere posto arbitrariamente all’1%.

Non basta però agire sulla mera proprietà, se il potere degli inserzionisti non viene nemmeno sfiorato. La domanda giusta da porsi è: siamo disposti a rinunciare ad un sacco di inutile intrattenimento per usare maggiormente il cervelloSe la risposta è affermativa, allora la conseguenza diventa la più ovvia: le attività economiche di intrattenimento e di informazione non potranno in alcun modo essere finanziate tramite il pagamento di corrispettivi in cambio di pubblicità.

È difficile rendersi conto immediatamente di cosa vorrebbe dire un mondo senza pubblicità. In pratica, la morte della TV generalista, lo stillicidio della stampa femminile ed in generale sussidiata, un enorme impulso all’informatizzazione, la sostanziale impossibilità di importare format, serie TV e film americani sul piccolo schermo, l’azzeramento dei programmi d’intrattenimento variamente intesi.

Non sarebbe un brutto mondo, in fondo in fondo.

Matteo Rovatti

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