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Roma, 20 ott – I terroristi legati a Norbert Burger, capofila della cellula bavarese del Bas, il 19 ottobre del 1962 varcarono il confine italiano per compiere una scorreria al tritolo. Il gruppo si recò prima a Verona dove depositò presso il deposito bagagli della stazione ferroviaria una valigia imbottita con 10 kg di dinamite e bottiglie di miscela d’olio e benzina, il tutto collegato con un detonatore innescato a orologeria. Dopo di che, i terroristi rimontarono in macchina e partirono per Trento, dove, verso le 20, ripeterono la stessa operazione presso il deposito delle valigie della stazione della città del Concilio, lasciando una borsa con 5 kg di tritolo e 5 litri di oli e benzina mescolati assieme. Non soddisfatti tornarono a Bolzano e, intorno alle 22, appoggiarono una bomba a tempo, contenuta in una borsa di pelle e composta da 8 kg di esplosivo, a un muro dell’Istituito Tecnico Industriale “Galileo Galilei”. L’ordigno depositato alla stazione scaligera, deflagrò alle 14.32 del 20 ottobre, cioè in pieno giorno. I delinquenti volevano dunque essere certi di fare scorrere molto sangue. Così fu.

Bolzano, un morto e 19 feriti

La spaventosa esplosione devastò lo scalo ferroviario e dilaniò, uccidendolo, Gaspare Erzen, un lavoratore dipendente della ditta dei lavori di facchinaggio. Oltre alla vittima, l’attentato causò il ferimento di altre 19 persone, delle quali tre furono ricoverate con prognosi riservata. Il bilancio però avrebbe potuto essere molto più grave. Infatti, la deflagrazione distrusse completamente l’intero ambiente con tutte le valigie in esso contenute, le pareti rimasero gravemente lesionate e gli scaffali in acciaio furono piegati come fuscelli. Dopo il boato, scoppiò un incendio e il fuoco si propagò velocemente in tutte le direzioni, mentre alte colonne di fumo rendevano l’aria irrespirabile. I vetri di tutti i locali, anche se posti a decine di metri dal punto dello scoppio, andarono i frantumi e furono scagliati dappertutto. Un’autovettura “Alfa Romeo 1900”, posteggiata all’esterno del deposito bagagli, fu scagliata a 20 metri di distanza. Persino una casa distante oltre 300 metri dal luogo dell’attentato tremò come scossa da un terremoto.

Trento, strage sfiorata

A Trento la bomba scoppiò alle 4.20 mentre la stazione ferroviaria si stava affollando di passeggeri e il personale stava recandosi al proprio posto di lavoro: chi alla biglietteria, chi al bar, chi al deposito bagagli. L’esplosione, preceduta da un bagliore accecante, fu dirompente. L’atrio fu invaso da una pioggia di detriti che, turbinando, saltavano, cadevano e si frantumavano in mille pezzi. Porte, finestre, lucernari e cristalli degli sportelli si fracassarono e si sbriciolarono, fischiando e saettando come lame tra la gente urlante. Una parete del deposito fu squarciata e tutto intorno rimase una devastazione di frammenti d’oggetti, ormai irriconoscibili. Poi divamparono le fiamme, alte e accompagnate da dense coltri di fumo. Anche in questo caso i terroristi avevano cercato la strage, ma fortunatamente l’attentato causò solo due feriti leggeri.

Un’altra, terribile, strage sfiorata

Poco dopo le 8 di sabato 20 ottobre, Luigi Ceccon, bidello presso l’Istituito Tecnico Industriale “Galileo Galilei” di via Cadorna a Bolzano, vide la borsa zeppa di esplosivo appoggiata a una parete seminascosta tra il muro esterno e lo scalone d’accesso alla scuola. Subito pensò che un alunno se la fosse dimenticata e non intervenne. L’involucro rimase lì fino a circa le 9.30, momento in cui Ceccon decise di andare a controllare, così assieme alla moglie scese la rampa marmorea dirigendosi verso la borsa. Sorpresi dal notevole peso, la aprirono e si accorsero che era piena di dinamite: decine di cartucce rosa collegate con un filo di rame ad un congegno a orologeria alimentato con delle pile elettriche. La borsa fu trasportata sul greto del vicino torrente Talvera e fatta deflagrare dagli artificieri che accertarono come le lancette del timer fossero sincronizzate sulle 10.30. Ciò fu appurato anche dal Pubblico Ministero. Il pericoloso contenuto consisteva in ben 72 candelotti del peso di 110 g l’uno, per un totale di 8,5 kg di esplosivo.

Al momento previsto per lo scoppio, l’edificio scolastico era occupato da 791 alunni, 67 insegnanti, 8 impiegati e 19 bidelli, complessivamente quindi da 885 persone. Inoltre, il punto dove il micidiale ordigno era stato collocato era in corrispondenza con due cisterne di combustibile per il riscaldamento, contenenti 544 quintali di nafta. Se la dinamite fosse esplosa, una spaventosa onda d’urto amplificata dallo scoppio dei grossi serbatoi, avrebbe investito centinaia di studenti che sarebbero stati sepolti sotto le macerie e, in particolare, la ventina di alunni che stava seguendo le lezioni proprio nell’aula al piano rialzato dell’edificio, le cui finestre davano sul punto in cui era stata depositata la bomba. In quell’aula, e i terroristi non potevano saperlo, stavano studiando gli alunni della prima A dell’Istituto Tecnico Industriale in lingua tedesca. La scuola, infatti, era destinata, per metà, anche a studenti di questo gruppo linguistico. Per una sorta di beffa del destino, le prime vittime sarebbero state dei giovani innocenti appartenenti allo stesso gruppo etnico dei criminali che asserivano di agire proprio per la loro libertà.

Eriprando della Torre di Valsassina

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