paolo-borsellino[1]Palermo, 19 lug – Una grande cappa di caldo avvolgeva la Sicilia nel luglio del 1992. Tutti andavano al mare per cercare un po’ di fresco. Qualcuno però andava controcorrente. Il 19 luglio un giudice con la sua scorta, si recò insieme alla sua scorta a Palermo in via D’Amelio, dove viveva sua madre.  Ma ad aspettarlo c’era una Fiat 126  imbottita di tritolo. La bomba deflagrò al passaggio del giudice, uccidendo oltre il magistrato e anche i cinque agenti di scorta. Il protagonista di questa storia fu Paolo Borsellino, icona dell’antimafia. Oggi ventitré anni dopo si celebra la giornata del ricordo. Il capo dello stato, ministri ed autorità saranno in prima fila per deporre le ghirlande sul luogo della strage. La parola d’ordine sarà: “Per non dimenticare”.  Molto bene se questo è l’intento di chi rende omaggio al giudice palermitano è opportuno ricostruire la sua breve ma intensa esistenza.
Paolo Emanuele Borsellino nasce a Palermo figlio di Diego Borsellino e di Maria Pia Lepanto il 19 gennaio 1940 nel quartiere popolare della Kalsa (lo stesso quartiere di Giovanni Falcone). I primi anni della sua vita furono essenziali per la sua formazione culturale ed umana. La madre insegnò lui la fierezza e l’amor patrio. Senza retorica, ma con piglio teutonico, vietò ai figli di accettare doni dagli americani. Il futuro giudice cominciò così a capire che i mafiosi erano tali anche se offrivano a piene mani caramelle o barrette di cioccolata.
Dopo aver frequentato il Liceo Classico Borsellino s’inscrisse alla facoltà di Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Palermo. Nello stesso anno decise di far parte del Fuan (Fronte Universitario d’Azione Nazionale) organizzazione degli universitari missini.  Divenne membro dell’esecutivo provinciale e fu eletto come rappresentante studentesco nella lista del Fuan il “Fanalino”. Finì erroneamente in tribunale dinanzi al magistrato Cesare Terranova dopo una rissa tra studenti simpatizzanti di destra e sinistra. La politica l’idea e i rossi che non fan paura…
Il 27 giugno 1962, all’età di ventidue anni, Borsellino si laureò con 110 e lode con una tesi su “Il fine dell’azione delittuosa” con relatore il professor Giovanni Musotto. Ma non ebbe neanche il tempo di festeggiare. Pochi giorni dopo, morì suo padre all’età di cinquantadue anni. Borsellino s’impegnò, allora, con l’ordine dei farmacisti a mantenere attiva la farmacia del padre fino al raggiungimento della laurea in Farmacia della sorella Rita.
Quel giovane palermitano mostrava sempre più di essere Vir, ossia uomo capace di prender su di sé il peso delle proprie responsabilità. Un anno dopo vinse il concorso pubblico per entrare nella magistratura divenendo il più giovane magistrato d’Italia. Enna, Mazzara del Vallo, Monreale, furono i tribunali in cui mosse i primi passi. Il primo stipendio da magistrato di Paolo servì a pagare la tassa governativa per la laurea in Farmacia della sorella Lucia. Il 23 dicembre1968 sposò Agnese Piraino Leto, dalla quale ebbe tre figli: Lucia, Manfredi, Fiammetta. Mentre il mondo virava verso il sovvertimento, lui andava contromano. Egli era il contraltare dell’ideologia degli Hippie, ossia l’odio verso il padre, lo Stato, l’auctoritas. Attenzione, però, non bisogna pensare che egli abbia in qualche modo avallato il familismo amorale siculo. Egli, al contrario, dimostrava che la famiglia non è una buona scusa per astenersi dalla lotta. Sin dal primo giorno in tribunale il suo nemico era la mafia. Scelta folle per i più. Ma, Borsellino amava vivere pericolosamente. Bastano, infatti, le sue parole raccontare il suo impegno contro Cosa Nostra.
Al Csm il giudice palermitano racconterà: “Dal gennaio al novembre del 1985 non credo di essere uscito se non per 4-5 ore al giorno dal mio bunker senza finestre. O meglio: ne uscii perché dopo l’omicidio del commissario Cassarà io e Falcone fummo chiamati dal questore che ci disse che lo stesso giorno dovevamo esseri segregati in un’isola deserta con le nostre famiglie: perché se questa ordinanza non la facevamo noi, se ci avessero ammazzati, non la faceva nessuno perché nessuno era in grado di metterci mano. Siccome io protestai, dicendo che questa decisione non doveva essere attuata immediatamente, perché Falcone è senza figli, ma io avevo famiglia e dovevo regolarmi le mie faccende, mi fu risposto in malo modo che i miei doveri erano verso lo Stato e non verso la mia famiglia. Sta di fatto che riuscii a ottenere 24 ore di proroga, ma dopo 24 ore scaricarono me, Falcone e le rispettive famiglie in quest’isola. Tra parentesi, io non amo dirlo, ma lo devo dire: tutta questa vicenda ha provocato una grave malattia a mia figlia, l’anoressia psicogena, e mi scese sotto i 30 chili. Siamo stati buttati all’Asinara a lavorare per un mese e alla fine ci hanno presentato il conto, ho ancora la ricevuta”.
Ecco come lo stato trattava i suoi uomini. I giudici erano costretti a vivere peggio dei latitanti. Nel 1985, infatti, in una delle migliori cliniche di Palermo nasceva la figlia di Salvatore Riina.
Aveva uno strano rapporto con la politica. Nonostante fosse un fustigatore della classe dirigente era sempre disposto a confrontarsi con tutti.
Giuseppe Ayala nel suo libro “La guerra dei giusti” ci racconta qualche simpatico aneddoto: “Quando lasciai il palazzo di Giustizia perché ero candidato al Parlamento, il dialogo con Borsellino fu surreale: «Non ti posso votare»; «Perché?»; «Sono monarchico, la Repubblica non fa per me. Tu sei repubblicano e io non ti voto». Ayala parla dell’amico e collega Paolo come del camerata Borsellino: “Lui ci rideva su, io entravo sguainando il braccio destro e lui rispondeva allo stesso modo”. Amico vero di Borsellino del resto era Giuseppe Tricoli, il professore di Storia con cui Borsellino passò l’ultimo giorno della sua vita.
Partecipava ai dibattiti de La Rete di Leoluca Orlando ma non dimenticava il suo passato. Anche in questo era un po’ un don Chisciotte. Il coraggio non gli mancava. Alla Festa nazionale del Fronte della Gioventù di Siracusa nel 1990 disse: “Potrei anche morire da un momento all’altro, ma morirò sereno pensando che resteranno giovani come voi a difendere le idee in cui credono”.
Detto ciò speriamo che nessuno descriva Borsellino come una vittima. Egli ha scelto la sua strada e merita di essere ricordato come un caduto. La bomba a via d’Amelio non fu un incidente ma solo l’atto conclusivo di un percorso. Le parole di Borsellino rilasciate al giornalista Carlo Sposini pochi giorni prima di essere ucciso non lasciano spazio a dubbi: “ Io accetto più che il rischio le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall’inizio che dovevo correre questi pericoli. Accetto la sensazione di essere un sopravvissuto. E’ una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare… dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro”.
Lasciamo, dunque, l’onore delle armi a quest’uomo. Vir, retto e giusto, perché sempre fu dalla parte sbagliata.
Salvatore Recupero

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