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Roma, 12 apr – «È una situazione angosciante. Lasci stare le puttanate che raccontano i nani e i ballerini della televisione. Chi può stare bene a casa? Che fantasie idiote sono mai queste? Solo un irresponsabile può avere l’animo sereno in un momento così. In queste condizioni, la casa è un inferno». Probabilmente, in questo sfogo di Massimo Cacciari all’Huffington Post, c’è più l’umanissimo stress da quarantena di cui siamo tutti preda che non qualche riflessione erudita desunta dalla cultura mitteleuropea. È però interessante ragionare sull’inferno casalingo determinato dalla crisi epidemica, sulla torsione esistenziale subita da ciò che ci è più caro, più vicino, più intimo, tanto più questa strana Pasqua forzatamente casalinga.

Regressione infantile

L’esortazione «restate a casa» rimarrà nella memoria collettiva come una delle frasi simbolo di questa stagione. Un’intera popolazione regredita di punto in bianco a una dimensione bambinesca, con le autorità-genitori che si assicurano che abbiamo lavato le mani e che ci indicano le ore e le motivazioni giuste per uscire.

La comunicazione istituzionale, in questo periodo, ha esattamente il tono paternalistico di chi si stia rivolgendo a un bimbetto: ci si raccomanda di avere «pazienza», spiegandoci con tono allarmato a quali conseguenze potrebbe portarci la nostra voglia di trasgredire alle regole. E le stesse restrizioni alla nostra libertà non sono state introdotte, almeno in Italia, da una comunicazione matura, decisa, autorevole che ci spiegasse con tranquillità, ma anche con fermezza, la reale posta in gioco. Al contrario, ci è stato tolto un diritto alla volta, per farci soffrire meno, un po’ come Mary Poppins diceva ai piccoli Banks che «con un poco di zucchero la pillola va giù».

Tutto è infantile, in questa clausura: la noia di giornate tutte uguali, le ore passate davanti alla televisione, per non parlare, in chi ha veri bimbi piccoli in casa, della necessità di farli svagare, di fatto calandosi al loro livello in interminabili sedute di giochi. La vita adulta è «fuori»: al lavoro, nei luoghi dello scambio sociale, delle manifestazioni pubbliche, della politica (che infatti non si svolge nelle case, ma nel foro, nell’agorà, cioè in uno spazio che non è privato, che non appartiene a nessuno perché appartiene a tutti). L’uomo è quindi in qualche modo «a casa», cioè nella sua dimensione più propria, solo quando è «fuori di casa».

La casa: il «dentro» e il «fuori»

Questa dialettica del dentro e del fuori, che non possono stare separati, perché il dentro è dentro rispetto a un fuori, e viceversa, altrimenti diventano due diversi «inferni», ha anche una dimensione politica. Quella della casa è infatti una delle metafore preferite del discorso sovranista: «ognuno  a casa sua», «padroni a casa nostra», «a casa mia comando io, se non ti sta bene vai a casa tua» etc.

Sono tutti argomenti di buon senso e che esprimono esigenze reali, dato che è solo la follia globalista a poter pensare che le regole di uno Stato, di una «casa», siano tarate sulle esigenze, sulla cultura, sulla volontà degli ospiti. Nelle sue degenerazioni conservatrici, tuttavia, il sovranismo prende queste espressioni alla lettera e dimentica quella dialettica tra dentro e fuori che fa sì che la casa non sia un inferno. È l’illusione di risolvere i problemi con l’isolazionismo, con il rifiuto del fuori, con una malintesa idea di sovranità concepita come solipsismo diplomatico. È il rifiuto dell’agorà internazionale, alla ricerca di una felicità illusoria dal vago sapore nordcoreano. Ma l’essere padroni a casa propria passa sempre per la creazione di un nuovo ordine generale. E la creazione di un nuovo ordine passa per la sfida. E la sfida è esattamente ciò che certe scorciatoie sovraniste vorrebbero espungere dalla storia, per uscire dalla storia stessa e ripiegarsi su stesse. Chiudere la porta di casa e a quel paese tutto il resto. Sembra bellissimo, ma potrebbe essere un inferno.

Adriano Scianca

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4 Commenti

  1. La libera circolazione delle persone è uno dei cardini della Unione Europea.
    L’unione europea non esiste più.

  2. “malintesa idea di sovranità concepita come solipsismo diplomatico”. In questa frase è racchiusa tutta l’imbecillità, generata dalla supponenza intellettualoide dell’autore di questo articolo, chiaramente in malafede e che vuole piegare l’interpretazione del “restate a casa” pro sua idea della solita zecca sinistroide, cioè del “quello che è mio è tuo” da esproprio proletario e il famoso “uno vale uno”, la cazzata più grossa della storia dell’uomo, narrata come verbo di un buffone fatto comico!!

    • L’articolo non è certo di immediata comprensione (!), ma capisci Roma x Toma, sei in crisi di astinenza, bevi male, sei incazzato con tutto il mondo o che altro?!

  3. C’avrei scommesso che si andasse finire là: i sovranisti. Non vorrei si finisse a fare il solito discorso che chi è contro 12 vaccini ad un neonato viene definito no vax. Anche se ha avuto uno o addirittura due figli danneggiati.
    Il fatto curioso è che chi è contro i sovranisti invece auspichi il sovranismo della finanza anglo-sion-americana ed il giogo UE. Dove ci sono nazioni in competizione con altre nazioni in cui i lavoratori hanno zero tutele e fanno chiudere le fabbriche nei paesi dove ci sono tutele Quando c’erano i normali scambi commerciali di 30-40 fa, non c’erano muri, avvenivano, non c’era la disoccupazione attuale e la transumanza giovanile. Ed è anche grazie a questo turbinio di persone che girano per il globo se ora siamo in questa situazione. Questa pandemia ha fatto più morti degli atti terroristici degli ultimi 20 anni (guerre escluse s’intende). Chissà che agli aereoporti internazionali oltre a controllare le bottigliette d’acqua, aggiungano dei termoscanner permanenti. Mi sembra, mi sembra, che i cosiddetti sovranisti auspichiamo una certa autodeterminazione e non come avviene ora che dobbiamo confrontarci addirittura con un paesino famoso per i tulipani e le botteghe di droga e sesso.

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