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Roma, 8 ago – Con la morte di Antonio Pennacchi, si è tornati a parlare di «fasciocomunismo». È un’esperienza da cui si può trarre un’interessante lezione. Semplificando per forza di cose un discorso di per sé assai complesso, distinguo qui tra terza via e sintesi. Per «terza via» intendo la ricerca di una soluzione alternativa rispetto a due opzioni o posizioni solitamente tra loro conflittuali. In genere, la ricerca della terza via ha un senso quando ci si rende conto che tra le due posizioni in lotta vi è in realtà una finta opposizione e una segreta «complicità», oppure quando si è consapevoli della natura del tutto astratta e artificiosa della opposizione tra le due parti. In altri casi, invece, la ricerca della terza via è solo una scorciatoia per i pusillanimi e un modo apparentemente «nobile» di sottrarsi allo scontro in atto. In breve, una negazione del fondamentale criterio di amico/nemico di schmittiana memoria. Ad esempio, oggi la ricerca di una terza via al di là delle opposte posizioni di chi è a favore del green pass e di chi è contro, è pura astrazione e fuga dal conflitto.



Non sempre la «terza via» è praticabile

Apparentemente, anche la sintesi sembra essere nient’altro che una terza via, ma in effetti non è affatto così, ed anzi sarebbe un errore assai grave sovrapporre queste due nozioni, rendendole tra loro indistinguibili. La terza via, infatti, è tutt’altra cosa rispetto alle due opzioni sul tavolo, come ad esempio nel caso del corporativismo fascista, laddove la sintesi è invece il tentativo di riunire forzatamente in un’unità le parti in lotta. In breve, la sintesi vuol fare del due un uno, peccando inevitabilmente di astrattezza. Insomma, mentre la terza via non va tentata sempre e comunque, anche a dispetto delle circostanze storico-politiche, per evitare che diventi una mera fissazione ideologica e dunque una presunta soluzione sempre a portata di mano, sebbene, a determinate condizioni, possa effettivamente rappresentare una soluzione efficace e innovativa, al contrario la sintesi è sempre destinata al fallimento in quanto pretende di ricondurre artificialmente a unità ciò che, per sua natura, è refrattario e indisponibile a tali «esperimenti».

Il «fasciocomunismo» di Pennacchi

Un esempio istruttivo di quanto detto sinora a proposito delle sintesi, è il fasciocomunismo di cui parlava Antonio Pennacchi. Ora, mentre del Pennacchi scrittore non ho niente da dire non avendo letto nulla di suo, del Pennacchi diciamo «ideologo» qualcosa va detto. Com’è risaputo, la proposta fasciocomunista divenne programma politico alle amministrative del 2011 al comune di Latina, appunto con la creazione di una lista fasciocomunista, con la benedizione di Pennacchi e col solito contorno di nullità in cerca dei classici cinque minuti di notorietà. Ora, al di là del fatto che tale lista già negava se stessa nel momento in cui dichiaratamente appoggiava un Pd all’epoca ferocemente antiberlusconiano, l’aver raccolto l’1% dei voti credo sia stata la chiara dimostrazione dell’assoluta inconsistenza di tale sintesi, giustamente da allora relegata nel dimenticatoio, dal quale va sottratta temporaneamente come in questo caso, solo per usarla come memento per evitare ricadute ideologiche del genere. E questo è quanto.

Giovanni Damiano

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1 commento

  1. La terza posizione oggi è più che mai necessaria, ma non deve essere folklorismo politico nel modo più assoluto.
    A fronte della presenza di una dx e sx prevalentemente di derivazione illuminista, laico ateo guidata e ipercapitalista è bene esserci sempre più, minimo come esempio calmierante clamoroso, massimo come ritorno rivoluzionario riequilibrante.
    Gli estremi possono e devono riunirsi smussando “partiti presi”, evitando incomprensibili e cinici forme di anarchismo, e dando il loro contributo specifico ed essenziale nello spirito, nella anima e nel corpo di una comunità di forti davanti al finito per l’ infinito.

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