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Seconda parte del nostro approfondimento sulle origini storiche del 25 aprile, ricorrenza che non potrà mai essere considerata al pari di una festa nazionale. Qui la prima parte.

Roma, 24 apr – Venendo all’esame della tanto decantata “superiorità” morale e civile dei partigiani, rispetto agli avversari “fascisti”, ebbene anch’essa dovrebbe essere rivista, dato che è ormai assodato che i “resistenti” si resero responsabili di atrocità e massacri ai danni degli avversari e non solo durante il conflitto, ma anche a guerra finita (2 maggio del 1945). Queste atrocità, a prescindere dalla tipologia e dall’entità, per il fatto stesso di essere avvenute, dovrebbero confutare l’idea – da sempre considerata “dogma” indiscutibile – di una superiorità morale e politica dei “vincitori” rispetto ai “vinti”, se non altro perché tale “superiorità” avrebbe dovuto essere dimostrata dai “vincitori” – sul piano storico, morale e politico – con i fatti, ossia con azioni di alto profilo etico e, pertanto, di segno diametralmente opposto a quanto viene generalmente imputato alla controparte, generalmente dipinta come un’accozzaglia di “bruti”, assassini e torturatori.

A queste osservazioni, però si potrebbe obiettare – come è stato fatto – affermando che la guerra è, per definizione, “inumana” e “crudele” e che, pertanto, le “crudeltà”, gli “assassinii” non possono essere sempre evitati e, spesso, sono utili per conseguire la vittoria. Perfetto, ma se ciò vale per i “vincitori”, dovrebbe valere anche per i “vinti” che, a quanto sembra, fino ad oggi, non hanno ottenuto molta indulgenza di fronte al “Tribunale della Storia”. La verità storica, al di là della retorica, è un’altra, e cioè che la “guerra” praticata dai partigiani, tra il 1943-1945 (ma anche oltre), non fu esattamente la stessa “guerra” praticata dai “vinti” che, a dispetto dei guerriglieri, costituivano un esercito, con tanto di divise, armi, soggetto a regolamenti interni e regole del diritto internazionale – ius in bello – da rispettare (almeno formalmente), come le convenzioni dell’Aia (1899 e 1907) e la Convenzione di Ginevra (1929). La guerra praticata dai “vincitori”, invece, era la “guerriglia”, cioè una forma particolare di guerra che, per sua stessa natura, è fatta di sabotaggi, uccisioni individuali, attentati dinamitardi, terrorismo militare e psicologico e che, ieri come oggi, sfugge al rispetto di tutte quelle limitazioni etico-giuridiche che, invece, caratterizzano – o dovrebbero caratterizzare – un ordinario conflitto inter-statuale (S. Peli, Storie di Gap. Terrorismo urbano e Resistenza, Torino 2014).

Terrorismo più che resistenza

D’altronde, è ormai assodato che molte delle azioni di sabotaggio e “assassinio” compiute dai gruppi resistenziali noti come Gap (Gruppi d’Azione Patriottica) e Sap (Squadre d’Azione Patriottica) – composti, quasi esclusivamente, da militanti comunisti – avevano un chiaro significato politico, più che militare, e miravano soprattutto a creare le condizioni di un’insurrezione generale contro l’occupante tedesco e il suo alleato fascista che, in realtà, non ci fu mai, come è testimoniato dai noti fatti di Via Rasella, un attentato dal chiaro significato politico – in cui perirono anche civili – progettato ed eseguito, non a caso, il 23 marzo del 1944, cioè nel giorno dell’anniversario della fondazione del Fascismo (G. Pisanò, Sangue chiama sangue, Milano 1962). D’altronde, molti dei combattenti della “guerra di Liberazione” avevano già avuto modo di sperimentare certe “specialità” terroristiche nella “Guerra di Spagna” (1936-1939) e non solo ai danni di militanti falangisti, ma anche di preti, civili, “nemici di classe” e persino “compagni politici”, come avvenne ai trotskisti membri del Poum (Partito operaio d’unificazione marxista) o agli anarchici, vittime di vere e proprie “purghe” interne al fronte repubblicano sul modello staliniano (A. Beevor, La guerra civile spagnola, Milano 2006). Non a caso il motto delle Brigate Internazionali fu “Oggi in Spagna, domani in Italia” e così puntualmente avvenne.

Pertanto, non ci si deve meravigliare se sotto il piombo gappista caddero anche – e prevalentemente – fascisti “moderati”, più disposti al “compromesso”, anche col fronte antifascista, come i federali Igino Ghisellini (novembre 1943), Aldo Resega (dicembre 1943), Eugenio Facchini (gennaio 1944) e Arturo Capanni (febbraio1944), oppure intellettuali, cioè persone per definizione poco avvezze alle armi, come l’antichista Pericle Ducati (febbraio 1944), il filosofo Giovanni Gentile (aprile 1944) e il filologo classico Goffredo Coppola (aprile 1945). Il copione era quasi sempre lo stesso: pedinare, studiare le abitudini della vittima e, poi, assassinarla mentre, disarmata, rientrava a casa o prendeva il tram e comprava il giornale. Un copione già attuato durante un’altra “guerra civile”, quella del 1919-1922, spesso dimenticata, e di cui, la “seconda”, più tragica e violenta, rappresentò – dopo vent’anni “di pausa” – il tragico epilogo (M. Franzinelli, Squadristi, Milano 2003). Molti anni dopo, questi metodi violenti furono fatti propri dalle Brigate Rosse e dalle altre formazioni terroriste “di sinistra” che, consapevolmente, si richiamarono a quegli “illustri” precedenti (A. Saccoman, Le Brigate Rosse a Milano. Dalle origini della lotta armata alla fine della colonna «Walter Alasia», Milano 2013).

Ovviamente, nessuno dei nomi di quegli uomini che caddero sotto il piombo gappista è, oggi, ricordato, eppure ci si potrebbe riempire un libro. La cosa non deve meravigliare, perché si tratta di un “silenzio consapevole”, lo stesso “silenzio” che, nei manuali scolastici, grava sulla già citata “guerra civile” del 1919-1922, e sui suoi morti – Giovanni Berta (+1921), Lucio Bazzani (+1922), Giuseppe Dresda (+1922), Nicola Bonservizi (+1923), Armando Casalini (+1924) – o su tragici episodi di sangue – eccidio del Castello Estense di Ferrara (1920), strage del teatro Diana di Milano (1921), strage di Empoli (1922) – che, oggi, quasi nessuno ricorda, ma che furono imputabili ai “marxisti” italiani (G. Pisanò, Storia del Fascismo, voll. III, Milano 1988-1990, vol. I). Ovviamente, è quasi inutile sottolineare come, nella gran parte dei casi, molte delle eroiche “azioni militari” gappiste – che valsero ad alcuni solenni onorificenze – non ebbero alcun effetto concreto sull’andamento generale della guerra o della “campagna d’Italia”, anzi, furono spesso sconfessate e condannate dal comando alleato o dal governo del “Regno del Sud” e contribuirono ad esacerbare i rapporti tra fascisti, tedeschi e popolazione civile che, nella gran parte dei casi, fu lasciata dai partigiani alla mercé di rappresaglie.

Violenze e viltà

A tutto ciò bisogna aggiungere anche il fatto che le violenze partigiane investirono non solo combattenti o ex combattenti, ma anche individui che non avevano mai impugnato un’arma, cioè simpatizzanti veri o presunti del fascismo, preti, proprietari terrieri, donne. Tutto questo – ormai storicamente provato – dovrebbe far comprendere, ancora di più, come certi “sofismi” di cui, da anni, si nutre il dibattito storico e politico sulla “Resistenza” italiana, siano decisamente stucchevoli, oltre che pervasi da profonda “ipocrisia”. Come non dimenticare, ad esempio, il tributo di sangue pagato dalle Ausiliarie della Rsi? Circa 6000 donne, arruolate su base volontaria nel Servizio ausiliario femminile (Saf), non armate e mai impiegate in combattimento ma che, a guerra finita, subirono “trattamenti” atroci: malmenate, rapate a zero, ricoperte di sputi, stuprate e, molte volte, uccise (G. Pisanò, Sangue cit.). Mai, per la violenza perpetrata contro queste signore, c’è stata una presa di coscienza seria e una posizione di netta condanna da parte di chicchessia, se non altro perché fu vera e propria “violenza gratuita” che non ebbe alcun esito politico se non quello di dare libero sfogo ai più bassi istinti.

Furti e rapine

Ovviamente, i “resistenti” non si macchiarono solo di “reati di sangue” ma, più volte, fecero dell’“illecito” una vera e propria professione: rapine, furti, abigeato ai danni della popolazione civile, costituivano, soprattutto nelle aree rurali, fenomeni assolutamente ordinari, come mise in luce, a suo tempo, quel grande “giornalista d’assalto” che fu Giorgio Pisanò (+1997) – di cui fu debitore, sul piano storiografico, lo stesso Giampaolo Pansa (+2020) – nella sua monumentale Storia della guerra civile (1943-1945) pubblicata nel 1965, in occasione del “ventennale” della “guerra di Liberazione”. Lo storico e giornalista – poi senatore del Msi – dimostrò fonti alla mano come, soprattutto in aree rurali, la popolazione sporgesse regolarmente denuncia alle autorità della Rsi contro le angherie delle brigate partigiane presenti in zona che, abitualmente, confiscavano, senza pagare, bestiame e ogni derrata utile all’approvvigionamento degli uomini, sottraendo ai civili risorse preziose in tempo di guerra. Pisanò, quindi, smontandola pezzo per pezzo, mise in crisi l’idea di un rapporto sereno e felice tra “resistenti” e civili, facendo luce anche su altre abominevoli pratiche, come l’uso della “taglia” per “abbattere” l’avversario politico.

Cacciatori di taglie

Molto spesso, infatti, sui fogli “di partito” antifascisti, stampati clandestinamente, i “resistenti” promettevano laute ricompense a chi “facesse fuori” il noto fascista locale, ovviamente senza preoccuparsi minimamente delle eventuali rappresaglie che, ai danni della popolazione, avrebbero potuto scaturire da quelle azioni, perché ciò rientrava pienamente nella strategia di stampo terroristico da loro adottata e a prescindere dall’inutile querelle – che dura da più di mezzo secolo – sull’esistenza, o meno, di manifesti dei comandi fascisti o germanici che minacciavano ritorsioni in caso di attentati.

Le rappresaglie

Venendo, ora, all’analisi delle rappresaglie operate dai tedeschi sulla popolazione civile – che, molto probabilmente, furono la causa di più di 9 mila morti – si rammenti che il “diritto di rappresaglia” era previsto dalle “leggi di guerra” e che la vulgata tradizionale ha molto spesso taciuto fatti importanti, con l’intento specifico di far apparire gli esecutori di queste misure terribili come dei “pazzi criminali”, impedendo, però, che le dinamiche che sottostavano a certe tragiche vicende venissero a galla (G. Pisanò, Storia della guerra civile cit., vol. II). Ad esempio, la fucilazione di alcuni antifascisti, avvenuta a Milano, nell’agosto del 1944, da parte dei fascisti, su disposizione del comando germanico, e l’esposizione dei loro cadaveri in Piazzale Loreto – dove, l’anno successivo, fu esposto per i piedi anche Mussolini con i gerarchi fucilati a Dongo – avvenne in conseguenza di un attentato partigiano compiuto in viale Abruzzi ai danni di una colonna tedesca che era solita, in quella strada, distribuire viveri alla popolazione (quindi non a depredare o fucilare). L’attentato di viale Abruzzi non ebbe alcuna rilevanza sotto il profilo militare, ma conseguenze disastrose sul piano umano e sociale perché, oltre alla rappresaglia conseguente, causò la morte e il ferimento di molti civili che assistevano alla distribuzione dei viveri (G. Pisanò, Storia della guerra civile cit., vol. III).

Sempre riguardo al “diritto di rappresaglia”, ci si dimentica spesso anche del fatto che, in molte sentenze emesse dalla giurisdizione militare italiana e alleata alla fine della guerra, in vicende giudiziarie specifiche connesse al conflitto, esso fu riconosciuto pienamente legittimo. Infatti, non tutti sanno che, nel 1948, uno dei principali responsabili della rappresaglia seguita all’attentato gappista di via Rasella (nell’attentato partigiano, eseguito il 23 marzo del 1944, erano morti 33 soldati altoatesini, riservisti appartenenti al III battaglione “Bozen”, della polizia militare germanica), cioè il colonnello Herbert Kappler (+1978), capo delle SS e della polizia a Roma, fu condannato all’ergastolo, dal tribunale militare di Roma, non per l’esecuzione della rappresaglia (in tutto 335 Italiani fucilati, tra cui due iscritti al Partito fascista repubblicano e Aldo Finzi, sottosegretario alla Presidenza del primo governo Mussolini) – che fu considerata legittima (sentenza del 20 luglio 1948) – ma perché gli fu imputata, a titolo d’omicidio premeditato, l’uccisione di 5 italiani in più (335 anziché 330), di quelli che avrebbero dovuto essere effettivamente fucilati, in base al criterio applicato dai tedeschi e, cioè, “10 italiani per ogni tedesco ucciso”.  Invece, l’atto terroristico dei gappisti fu giudicato come illegittimo dal tribunale militare, cioè contrario alle “leggi di guerra”, perché eseguito in autonomia, in spregio delle direttive emanate dal governo Badoglio – che, nel 1944, si trovava a Salerno – e che miravano a salvaguardare lo status di Roma “città aperta” e, quindi, ad evitare che l’Urbe continuasse a subire il martellamento dei bombardamenti alleati (G. Pisanò, Storia della guerra civile cit., vol. II). Inoltre, ai gappisti fu contestato, dal tribunale militare, il possesso di alcuni requisiti – richiesti dalla Convezione dell’Aia del 1907 – per l’attribuzione della qualifica di “combattenti” a gruppi di volontari armati.

Le torture

Riguardo poi alla tortura – praticata sui prigionieri nel corso della “guerra civile” – la letteratura e la cinematografia hanno contribuito a diffondere l’idea che essa fosse “prerogativa esclusiva” dei tedeschi e dei fascisti o, comunque, delle formazioni “irregolari di polizia” che agivano nel territorio della Rsi, come le famigerate “bande” Koch e Carità, che operavano spesso, in condizione di semi-illegalità, al servizio dei tedeschi. Questa visione, ovviamente, risente della convinzione, ormai risalente, secondo la quale la “violenza” è connotato “naturale” – quasi antropologico – dei fascisti. In realtà, questa è una mistificazione facilmente smascherabile e non occorre certo rispolverare il solito armamentario anti-Titino sulle Foibe, per scoprire che la tortura era pratica comune anche tra le formazioni partigiane operanti in Italia, ovviamente non per puro sadismo, ma per la necessità di carpire dai prigionieri informazioni militari preziose. Si pensi che, nel novembre del 1944, a Bologna, un rastrellamento fascista e tedesco attuato in località Porta Lame, portò all’occupazione dei ruderi dell’Ospedale Maggiore – distrutto dai bombardamenti alleati – e da tempo utilizzati come “base” di alcuni gruppi gappisti. I fascisti scoprirono che i sotterranei dell’edificio erano stati riadattati dai partigiani a “sale” di tortura dei prigionieri, di cui vennero rinvenuti molti cadaveri, denudati e orrendamente mutilati (G. Pisanò, Il vero volto della guerra civile. Documentario fotografico, Milano 1961). Questi brevi esempi – non esaustivi – rivelano quindi l’esistenza di comportamenti ed azioni, imputabili ai partigiani, certamente non “in linea” con la “superiorità” civile e morale attribuita, da più di mezzo secolo, ai “liberatori”, ma che una più attenta conoscenza dei fatti può facilmente smentire.

Altro che combattenti!

Un altro dato poco noto, ma che accresce ancora di più la complessità del fenomeno resistenziale, è questo: alla fine della guerra, quando molti fascisti ed ufficiali tedeschi furono tradotti davanti alla giustizia militare italiana ed alleata, per rispondere delle loro azioni, molti tribunali riconobbero legittima – alla luce delle leggi vigenti in tempo di guerra – la loro condotta, per quanto umanamente spietata, ma negarono legittimità giuridica a molte azioni compiute dai partigiani cui, in molti casi, fu negato addirittura lo status di “combattente”, per tutta una serie di motivi di rilevanza giuridica quali, ad esempio, la mancanza di una divisa o di segni esteriori che rendessero chiaramente riconoscibile il ruolo di “combattente” degli autori di certe azioni belliche, la mancata impugnazione delle armi, la mancata presenza di “capi”, responsabili delle organizzazioni combattenti, durante l’esecuzione delle “azioni” (G. Pisanò, Storia della guerra civile cit., vol. II).

Questa “giurisprudenza”, elaborata dagli organi giudiziari militari, fu prontamente “ribaltata” dagli organi della giurisdizione ordinaria italiana perché, se fosse prevalsa anche in quella sede, avrebbe offerto il pretesto o, comunque, la motivazione giuridica, ai parenti di centinaia di migliaia di civili coinvolti in rappresaglie causate da azioni partigiane  – più di 9 mila persone – per proporre denunce penali contro i partigiani responsabili degli attentati e per promuovere, in sede civile, domande di risarcimento contro di loro e contro lo stesso Stato italiano (G. Pisanò, Storia della guerra civile cit., vol. II). E questo avvenne, nel secondo dopoguerra, durante i processi svoltisi a Roma, davanti alla giurisdizione militare e ordinaria, per i tragici fatti di via Rasella. I familiari delle vittime della rappresaglia tedesca sporsero denuncia contro i gappisti, autori dell’attentato, anche per ottenere congrui risarcimenti, dato che il tribunale militare di Roma, nel 1948, aveva disconosciuto all’azione partigiana il carattere di “azione di guerra”, per tutta una serie di motivi, riconoscendo, invece, la legittimità della rappresaglia. Magicamente, però, davanti alla giurisdizione ordinaria – in primo grado e in quelli successivi di appello, nel 1954, e di Cassazione, nel 1957 – la sentenza militare venne ribaltata e all’attentato gappista fu riconosciuta la qualifica di “obiettivo fatto di guerra”, paralizzando, così, l’azione giudiziaria dei parenti delle vittime contro i partigiani (G. Pisanò, Storia della guerra civile cit., vol. II).

(2-continua)

Tommaso Indelli

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