Roma, 11 giu – Calati nel vortice della tecnosfera contemporanea in rapido movimento, gli uomini faticano a trovare appigli e sicurezze, la vita sembra trascinata da un automatismo senza prospettiva e privo di autentico destino. In una fase di oscuramento e dispersione diventano essenziali quelle visioni lucide e rischiaranti che sono in grado di fornire vie alternative e concrete. Una di queste è quella tracciata lungo l’opera di una vita dal combattente, scrittore e filosofo tedesco Ernst Jünger e che viene oggi richiamata nell’importante saggio di Michele Iozzino, Ernst Jünger: il volto della tecnica, edito da Altaforte Edizioni.

Il volume è un ampio ed esaustivo excursus attraverso le principali figure che contrassegnano in modo determinante le opere dello scrittore tedesco. La triade fatale è dunque costituita da Lavoratore, Ribelle e Anarca, tutti rievocati nelle pagine del libro con chiarezza e ampi richiami alle fonti primarie. Iozzino punta in primo luogo a lasciar parlare Jünger, a scolpire i tratti essenziali della sua opera, riuscendo nel compito di chiarire i punti più complessi con rapidi squarci di sintesi filosofica.

La mobilitazione totale

Tutta l’opera di Jünger, testimonianza realista e profonda di un intero secolo di violenti mutamenti, è stata segnata dalla sua esperienza nelle trincee della Grande Guerra. Com’è noto, Nelle tempeste d’acciaio, La battaglia come esperienza interiore e gli altri suoi scritti di guerra costituiscono un fondamentale punto di riferimento per comprendere cosa fu il primo conflitto mondiale e quali cambiamenti radicali innescò nel mondo e negli uomini. Proprio a partire dalla guerra di materiali divenne chiaro che non ci si trovava più di fronte a uno scontro di tipo ottocentesco ma a un nuovo tipo di conflitto, caratterizzato dalla mobilitazione totale. Jünger intitolò così un suo fondamentale saggio che segnò un’epoca e che conserva tutt’ora la sua rilevanza teoretica. In quelle pagine infatti coglieva l’aspetto fondamentale del suo tempo: tutto diventava lavoro, nessun campo della vita era escluso dal processo di messa in forma in funzione della guerra. Mobilitazione totale significa proprio questo: che nessun aspetto della vita era più considerato neutrale, perché tutto era impiegato per uno scopo. Cadeva la distinzione tra combattenti e civili.

Il paesaggio d’officina, che inesorabile estende il suo dominio attraverso la forza tecnica scatenata con la guerra mondiale, diventa per Jünger l’ambiente abitato da una nuova figura fatale, l’operaio o lavoratore, a cui egli dedicò una delle sue opere più importanti. Iozzino dedica a questo libro fondamentale un’attenta analisi che non si accontenta di ripercorrere i passi cruciali del testo, ma mira a fornire al lettore i più profondi strumenti concettuali per comprendere il presente. Il lavoratore è infatti un tipo che emerge come potenza del destino in grado di confrontarsi con il mondo mutato e le devastazioni fisiche e interiori causate dalla meccanizzazione planetaria. È necessario insomma un essere che sia all’altezza dell’epoca di acciaio e movimento che si annuncia, e il solo a poter tenere testa alla macina inarrestabile che travolge senza tregua il vecchio mondo, lasciando al suo passaggio solo un orizzonte artificiale. Qui marcia il soldato del lavoro, un uomo dai tratti ferrei, semplificato ed essenziale, ma potente nella sua capacità di infondere un senso al processo produttivo. Così il dominio della tecnica diviene in Jünger il campo in cui si imprime una forma primigenia, in qualche modo vicina all’origine.

L’operaio: un nuovo tipo umano

L’operaio jüngeriano, è stato chiarito molte volte, non ha nulla a che spartire con il proletario marxista e, a causa di un’assonanza solo superificiale, il suo libro è stato spesso frainteso. Il lavoratore descritto nelle pagine nervose e dure de L’operaio non rivendica alcuna giustizia sociale e non brama alcuna spartizione degli utili, chiede soltanto di essere attivo e presente nel frenetico flusso di produzione industriale, in cui solo la sua visione e la sua comprensione della macchina lo mettono in condizione di reggere lo sforzo costante: «Il compito dell’operaio è quello di essere la forza di un nuovo destino, nel caso contrario non sarebbe altro che una marionetta in cui si celano le spoglie borghesi. Per adempiere a questo compito l’operaio deve concepire se stesso in modo nuovo». Lavoro totale e trasformazione antropologica vanno di pari passo. L’operaio è così una figura eroica, tragica per certi versi, che si pone in diretta continuità con quella del soldato del fronte e che incarna, per lo Jünger del periodo, una potenzialità rivoluzionaria su scala planetaria, potendo egli realizzare la costruzione organica attraverso la mobilitazione del mondo.

Negli anni successivi Ernst Jünger matura una visione meno fiduciosa nei confronti delle potenzialità rivoluzionarie della mobilitazione totale, perché gli sembra di scorgere l’avvento di un assetto totalitario che si lascia trascinare dalla forza tecnica, senza riuscire ad opporle una potenza di pari entità in grado di fissare un ordine durevole. La missione storica del lavoratore sembra sempre più lasciare spazio a un livellamento massificato da cui è esclusa la natura metallica e creatrice dell’Arbeiter. Partendo da questa critica, che lo accomuna al Martin Heidegger degli stessi anni e soprattutto del dopoguerra, Jünger andrà sempre più maturando una prospettiva di esilio interiore e radicale rottura con la società a lui contemporanea. Si badi, partito da posizioni nazionaliste e rivoluzionare, egli finirà ben presto per collocarsi in posizione critica sia nei confronti del regime nazionalsocialista sia, in seguito, nei confronti del sistema liberal-democratico. I principali modelli di governo affermatisi nei primi decenni del Novecento, democrazia liberale compresa, rappresentano per lui dei tentativi falliti e nichilistici di gestire le energie tecniche e lo spingono a cercare, esaurito il fuoco fatuo dell’operaio, nuovi tipi umani capaci di tenere testa al momento storico.

La via del Ribelle

Fa qui la sua comparsa il Waldgänger, tradotto sbrigativamente in italiano con “Ribelle”, cioè colui che passa al bosco. Prendendo spunto da un’antica usanza islandese, Jünger rievoca il caso di quegli uomini che per conclamata incompatibilità con la società venivano allontanati nelle terre selvagge, dove dovevano sopravvivere con le loro sole forze. Questa figura fa la sua comparsa nell’opera dello scrittore tedesco nel momento in cui egli ritiene che il processo di organizzazione della società sia giunto a un punto tale che il potere del tecno-Leviatano non possa essere contrastato e vinto da un’opposizione operante al suo interno. Pertanto il Ribelle rappresenta il nemico dichiarato del sistema, colui che sceglie di seguire leggi differenti e si affida alla propria saldezza interiore. È attraverso il contatto con tre sfere essenziali che il Waldgänger conferma la propria libertà al cospetto delle forze nichilistiche che vorrebbero tutto assorbire e livellare: morte, arte e amore sono tre ambiti in cui il potere del Leviatano non può addentrarsi. Attraverso questo atto di rottura, il passaggio al bosco, il singolo compie quella scelta simbolica di frattura e riaffermazione della propria sovranità personale. Ciò non è privo di rischi, ma può svelare tesori insperati.

Come chiarisce Iozzino, il bosco per il filosofo tedesco ha ben poco a che vedere con una idilliaca dimensione bucolica. Per Jünger il bosco ha molto a che fare con una condizione di pericolo e di autenticità, collocata in prossimità di quell’elementare che lui aveva scorto annunciarsi nelle devastazioni tecniche. L’elementare è una potenza a-storica, molto vicina al mito e ai movimenti lenti e impercettibili della crosta terrestre. Dove il tempo si spezza, là si spalanca lo spiraglio per l’irruzione di potenze che il moderno razionalismo nichilista non può e non sa comprendere. Si tratta di forze primigenie che mantengono inalterata quella ricchezza ontologica da cui prendono avvio tutti i rinnovamenti storici. La vicinanza a questa dimensione pericolosa e profonda caratterizza la scelta decisiva del Ribelle: il passaggio al bosco come affermazione di libertà personale e rifiuto del nichilismo passivo che contamina la società. Colui che passa al bosco afferma con forza un nichilismo attivo che si pone su un piano differente da quello dell’operaio, ma che non di meno agisce nel suo tempo: «Il compito del Ribelle è quello di creare uno spazio in cui possa sopravvivere la libertà a dispetto dell’automatismo della tecnica e della violenza dello Stato. Questo compito espone il Ribelle a numerosi pericoli». È un’azione di carattere più spirituale e interiore, per certi versi, la sfida del Waldgänger infatti è quella di portare il bosco in ogni luogo, anche nel turbine della devastazione.

Jünger e la tecnica

Se il Trattato del Ribelle era un saggio in cui l’autore esprimeva ancora l’auspicio che si creassero sodalizi e gruppi di ribelli con idee affini, negli anni successivi la visione jüngeriana si farà sempre più individualista e sotto certi punti di vista impolitica. Il tipo dell’Anarca simboleggia l’atto di radicale rifiuto che però si fa silenzio e impassibilità. Il realismo eroico, che aveva rivestito ogni passo dei primi lavori dello Jünger, si trasforma in una sorta di distacco estetizzante ma pur sempre ben piantato nella realtà quotidiana. La figura che compare nei romanzi della maturità avanzata, come Eumeswil, Heliopolis, Le api di vetro o Il problema di Aladino, è un uomo che non sceglie la via dell’auto esilio, non traccia una divisione manifesta tra sé e il sistema (com’era per il Ribelle), ma vive e agisce nella società a lui contemporanea, la osserva e vi opera senza però lasciare che alcunchè scalfisca la sua interiorità. L’Anarca è impassibile ma non indifferente, tiene fermi i propri principi, il suo asse interiore non flette, ma può muoversi con disinvoltura in qualsiasi situazione gli si presenti. Diversamente dall’anarchico che sceglie la via dell’opposizione aperta, finendo così col rafforzare e giustificare il sistema stesso, l’anarca non si mostra per quel che è, non si fa riconoscere, ma studia silenziosamente gli snodi del Leviatano per individuarne qualche punto debole, qualche spiraglio di vera libertà. Una libertà che in Jünger ha sempre a che fare con l’autoaffermazione tragica e la creatività eroica.

Ernst Jünger: il volto della tecnica è un libro che con accuratezza introduce il lettore ai temi centrali dell’opera di Ernst Jünger, ma compie anche un efficace sforzo di attualizzazione e reinterpretazione in funzione del tempo presente. Non stupisce infatti che nelle battute finali del volume faccia capolino il nome fatidico di Giorgio Locchi e il riferimento alla tendenza sovrumanista: l’autore de L’operaio appartiene di diritto alla famiglia dei sovrumanisti europei che molto devono a Friedrich Nietzsche. Attraverso una visione di più vasta complessità storica, come quella del destino dell’origine come atto volontaristico, si coagulano i percorsi interpretativi attraverso i quali Jünger fissa il suo sguardo nell’abisso della mobilitazione mondiale, compiuta dalla tecnica in cerca di un orizzonte di senso che non significhi arrendevole massificazione o supino livellamento nella quiete. L’importanza epocale de L’operaio si manterrà infatti anche a molti anni di distanza dalla pubblicazione dell’opera, confermando come il ruolo di quel tipo umano conservi inalterati la sua potenzialità e il suo dominio fatale e non si collochi in un passato di fuoco e sangue, ma in un avvenire di immense trasformazioni.

Francesco Boco

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