Roma, 13 feb – Sin dai suoi esordi, l’Accademia di Svezia aveva dato a intendere come non fosse del tutto limpida l’assegnazione del premio Nobel: da quello negato al genio di Tolstoj, passando per quello regalato al compagno Quasimodo e quello al guerrafondaio Obama. L’edizione 2021 non ha fatto eccezione. Oscurando un Houellebecq, un McCarthy, un Murakami, la Letteratura se l’è aggiudicata il tale Abdulrazak Gurnah, status di rifugiato e, nel portfolio, tonanti rimproveri all’Occidente e ai trascorsi coloniali. Il nostro Giorgio Parisi si è preso il premio per la Fisica, ripagato forse per la battaglia con cui, nel 2008, tappava la bocca a Benedetto XVI, impedendogli di parlare alla Sapienza di Roma. E come già avvenuto nel 2015 con la Aleksievic, il premio per la Pace è andato al nuovo testimonial anti-Putin, il caporedattore del Novaja Gazeta, Dmitrj Muratov. Messaggio piuttosto chiaro: il Nobel non lo vince chi non si è messo a servizio dell’ordine dominante.

Va da sé che come è messo al collo dell’intellettuale o dello scienziato di turno, così potrà essere revocato, a discrezione della stessa Accademia. E’ il caso del biologo James Dewey Watson, insignito nel 1962 per la rivoluzionaria scoperta della struttura elicoidale del DNA, e castigato cinquantasei anni dopo con il ritiro del premio. Il nostro desiderio di attribuire uguali capacità logiche e razionali a tutti popoli della terra, come una sorta di patrimonio universale dell’umanità, non è sufficiente perché questo sia vero – aveva affermato ad un tabloid, sottoscrivendo la propria pubblica condanna. Del resto, una società che si fregia del multiculturalismo come asse portante delle nazioni, del globalismo come dogma per condurre l’economia, e del politically correct come vulgata unica per l’espressione di parola, potrà mai accettare vi siano, fra soggetti o gruppi umani, qualità distribuite in diversa misura?

Premio Nobel, il QI e lo schianto dei neuroni

A tal proposito, lo studio Lynn-Vanhanen “Intelligence: a unying construct for the Social Sciences”, stila una classifica che, mappando il QI a livello mondiale, pone il nostro Paese a un trentunesimo posto, col punteggio di 96,1. Del resto, a considerare la tabula rasa dialettica di un Di Maio, l’incoerenza concettuale di un Salvini, l’astenia di competenze di uno Speranza, o il vuoto speculativo di un Fico, non è proprio la ragione quella forza trainante le sorti del Paese, in questo frangente storico. Ma si mettano pure da parte le invidie per nazioni che – Hong Kong, Singapore, Corea del Sud in testa – parrebbero più in alte di noi nel ranking QI, poiché studi recenti avvisano che, presto o tardi, tutti si sarà uniformemente uniti nello schianto dei neuroni.

Quando, sul finire del secolo scorso, il docente di Filosofia James Flynn si imbatté negli studi del dott. Jensen dell’Università della California, secondo cui il Quoziente Intellettivo si distribuiva fra gli strati etnici americani, in maniera per così dire anti democratica, lui, politicamente impegnato a sinistra, iniziò una ricerca per dimostrare il contrario. Mise a confronto i risultati dei test di tipo Raven e WISC dell’anno scolastico ’47 con quelli dell’anno ’72, scoprendo, inaspettatamente, un generale incremento del QI di addirittura 8 punti. Raffrontò i suoi dati con quelli di un centinaio di psicologi internazionali, e concluse come tale crescita del quoziente fosse avvenuta in ogni continente, favorita dal miglioramento delle condizioni socio-economiche successive al secondo conflitto mondiale. Questo filosofo ha scoperto un importante fenomeno che noi tutti avevamo ignorato – si congratulò la comunità scientifica per bocca del dott. Steven Pinker di Harvard. Così, allo scopritore fu reso l’onore di dare il proprio nome a quel fenomeno che da allora è detto “effetto Flynn”, in base a cui si guadagnerebbero, ogni decennio, 3 punti in più di QI.

Altro che effetto Flynn

Bisognava però attendere il giro di boa del millennio per venire risvegliati da quella prospettiva troppo ottimistica per essere vera, con la ricerca di una coppia di ricercatori presso l’Università di Oslo. Analizzati i test dell’esercito norvegese su 730.000 nati fra il 1970 e il 2009, Bernt Bratsberg e Ole Rogeberg poterono far notare come, fra i nati dopo il ’75, non solo si fosse verificato l’arresto della crescita, ma perfino un rimaneggiamento delle capacità mentali. Deficit riscontrabile su scala planetaria e accentuato nei Paesi più sviluppati, con ben 7 punti perduti per ogni generazione. “Sono pronto a scommettere che se un cittadino medio di Atene del 1000 a.C. comparisse in mezzo a noi, verrebbe considerato la mente più vivace e brillante”, osserva, a ragione, il professor Gerald Crabtee, della Stanford University. “E scommetterei pure che, uomo o donna, sarebbe il più emotivamente stabile fra i nostri amici e colleghi”. E non dubitiamo che sia così, a guardarci attorno ultimamente.

Alessandro Staderini Busà

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