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Roma, 10 ott – Qualora il lettore cercasse le origini del diffuso atteggiamento anti-cristiano, del popolare disprezzo per l’epoca medievale e dell’ignoranza relativa al mondo antico, dovrebbe voltarsi indietro. Posando lo sguardo sull’avvenimento che, più d’ogni altro, ha segnato l’inizio dell’età moderna.



Ognuno conosce, infatti, la storia della scoperta delle Americhe da parte di Cristoforo Colombo. Prima di suscitare reazioni avverse, va detto che gli storici moderni sanno bene che il genovese non è stato, in ordine di tempo, il primo europeo a calpestare il suolo americano. Poco cambia: ciò che importa è l’ingresso dell’America nella coscienza, nella storia e nell’immaginario europeo. Senza dubbio, ciò è avvenuto a partire dal secolo XVI.

Le grandi esplorazioni geografiche hanno rappresentato un’enorme svolta storica. Una di quelle novità che hanno posto l’uomo del mondo europeo – da lì in avanti del “vecchio mondo” – di fronte a una realtà del tutto sconosciuta. Ad un mondo da indagare, da scrivere e da riscrivere. La portata dei cambiamenti culturali avvenuti con l’interiorizzazione del Mundus Novus fu tale da scuotere in maniera incontrovertibile l’intera struttura culturale, filosofica e religiosa che, fino a quel momento, aveva retto la civiltà europea. Non a caso, il periodo in questione è lo stesso in cui gli storici hanno voluto segnare un confine tra due epoche, la medievale e la moderna.

Cambiano le “mappe”. E con esse la mentalità

Se è vero che gli umanisti avevano mostrato un rinnovato interesse per i testi e per gli autori antichi, riportando alla luce e celebrando, per esempio, la Geografia di Tolomeo (100 – 175 d.C. ca), è vero anche che, di lì a poco, l’auctoritas riservata agli stessi autori, veniva, a mano a mano, messa in dubbio. La Geografia, considerata fino ai primi del ‘500 l’opera geografica più esatta e completa esistente, non conteneva al suo interno, com’è naturale, il continente americano.

Alla stessa maniera, nemmeno la Bibbia accennava all’America e alle sue genti. La Bibbia, in quel tempo, non rappresentava solamente il testo sacro per eccellenza, ma una fonte storica indiscutibile. Il fatto che non vi fosse menzione di un continente d’oltreoceano e di popoli diversi rispetto a quelli già noti, lasciava perplessi certi cristiani e lasciava spazio a infinite domande senza apparente risposta. Ecco allora, seppur senza troppo rumore, che anche l’auctoritas cristiana riceveva una frustata, silenziosa ma decisa.

Il cambiamento epocale è ben visibile sulla carta o, a ben dire, “sulle carte”. E’ dai primi del secolo XVI che le rappresentazioni grafiche del mondo iniziano a mutare drasticamente forma, senso, stile e significato. Se prendessimo una mappa dei secoli XIII o XIV, per non parlare di quelle dei secoli precedenti, avremmo sotto agli occhi un mosaico di simboli, segni, disegni, cartigli e glosse che per l’uomo contemporaneo non avrebbero alcuna utilità.

Le mappe medievali non erano pensate, infatti, per essere consultate così come noi consultiamo le nostre. Al centro di quasi tutte si trovava Gerusalemme, come a dire che lì è il santo cuore d’ogni cosa, il senso dell’umanità. Poco importava la sua “vera” collocazione. Per orientarsi esistevano itinerari per pellegrini o portolani per navigatori e mercanti. L’uomo medievale rappresentava il mondo per raccontarlo, per celebrarne il significato sacro. E al sacro, infatti, era votata la sua intera esistenza.

E se non fossero stati gli europei ad incontrare l’America, ma il contrario?

L’uomo moderno, invece, fece suo l’approccio scientifico-descrittivo. Non poteva che esser così, soprattutto dal momento in cui aveva iniziato a operare, consapevolmente o meno, un suo distacco dal trascendente e dal divino. Dal XVI secolo in avanti, dunque, la cartografia si avviava a essere la scienza che descrive il mondo così come l’uomo lo vede: una scienza dei sensi utile ai sensi degli uomini. O agli “uomini dei sensi”.

Il processo di desacralizzazione dell’esistenza e di svecchiamento della cultura europea, lungo secoli e non sempre lineare, sembra farsi sentire più oggi che cinquecento anni fa, quando l’uomo moderno cominciò a “farsi”, quando gli europei incontrarono l’America. O, ancor di più, quando l’America entrò in Europa.

Melania Acerbi



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