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Roma, 10 ott – “Lieto fine? Quello c’è stato da un pezzo. Ormai si trattava di una realtà storicizzata e normalizzata, con tutti i suoi problemi”. Parole di Sergio Pellissier, bomber di professione, una vita – diciassette stagioni per la precisione – passata sulle rive dell’Adige con la maglietta gialle a maniche blu del Chievo Verona. Dopo i 139 gol con la maglia del Céo lo stesso attaccante valdostano ha deciso di rimettersi in gioco. Provando a far ripartire – giocoforza dal gradino più basso del dilettantismo – il calcio in questo ormai famoso quartiere della città scaligera.



Forse non è mai stata una favola. Per essere tale infatti, avrebbe dovuto avere un qualcosa di mitico o leggendario. Al contrario il Chievo è stato un’esposizione tutta italiana della realtà. Quella che con oculatezza, culto del lavoro e consapevolezza dei propri mezzi ti fa raggiungere obiettivi impensabili all’occhio dell’osservatore esterno. Per lo meno fino al triennio 2014-2017, periodo in cui i giochetti di bilancio, alias plusvalenze, hanno drogato irrimediabilmente i conti delle casse gialloblu.

Il Chievo Verona dai dilettanti alla Champions League

La caduta è così rovinosa per quanto è stata lenta e faticosa la salita. Quello dei mussi volanti è infatti l’unico caso – per lo meno in Italia – di una compagine riuscita ad arrivare in Serie A (con la ciliegina di essersi guadagnata per due volte anche l’Europa) partendo dal calcio (davvero) minore, dai tornei provinciali e regionali.

Il punto di rottura con il passato è il 1964 quando Luigi Campedelli, titolare della Paluani, una piccola pasticceria specializzata in prodotti da forno a lievitazione naturale, diventa presidente della squadra iscritta alla Seconda Categoria Veneto. Così, mentre la ditta si struttura in una vera e propria azienda – che diventerà leader della produzione industriale di dolci da ricorrenza – i clivensi iniziano la loro scalata. Nel 1986 arriva il professionismo, 8 anni più tardi il primo campionato cadetto. Nel mezzo Luca succede al padre, venuto improvvisamente a mancare (1992). La Serie B, tra le altre cose, significa anche derby con l’Hellas Verona.

Proprio nel 1994 viene affidato a Giovanni Sartori il ruolo di direttore sportivo. E se tanto si è parlato di “miracolo” senza ombra di dubbio lo si deve alle intuizioni dell’attuale dirigente atalantino. Suoi i colpi che portano a Verona Corini, Perrotta e Corradi, sua l’idea di “prolungare” la carriera a Marchegiani (nel 2003/04 a 38 anni suonati parerà ben 5 rigori), sue le scoperte dei giovani Legrottaglie e Barzagli. Non a caso il suo addio, nel 2014, coincide con l’inizio dei guai finanziari.

2001/02: il gran ballo della debuttante

Oltre ai Campedelli e a Sartori, l’altra figura indelebilmente legata alla squadra che sul petto portava la statua equestre di Cangrande della Scala è quella di Luigi Del Neri. Il tecnico della promozione in Serie A, l’allenatore che impressiona i salotti buoni del calcio nostrano con un gioco altamente spettacolare. La partenza è col botto: 2-0 a Firenze contro la detentrice della Coppa Italia, stesso risultato in casa contro il Bologna. Avanti alla terza giornata, sempre “all’inglese” anche al Delle Alpi: al ventesimo un doppio Marazzina mette paura ai futuri campioni d’Italia, che però ribaltano la gara e si aggiudicano l’intera posta in gioco. Per tutta l’andata i gialloblu rimangono stabilmente ai piani altissimi della classifica – vittime illustri l’Inter, piegata 2-1 a San Siro e la Lazio, sconfitta 3-1 al Bentegodi – e, nonostante un calo invernale, conquistano il quinto posto.

Nata in un borgo come Opera Nazionale Dopolavoro, si chiude quindi con la qualificazione in Coppa Uefa la più memorabile delle oltre 90 stagioni di vita calcistica del Chievo Verona. Quando i mussi i volarà… succede, a volte, che l’impossibile si tramuti in qualcosa di concreto. E a pensarci bene, spesso, è un qualcosa di tipicamente italiano.

Marco Battistini



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