Roma, 14 set – La morte di Jean-Luc Godard, prolifico regista svizzero-francese che a 91 anni ha deciso di mettere fine alla propria esistenza ricorrendo all’eutanasia, ha dato vita – come era prevedibile – ad un susseguirsi di iperboli. Ci sarebbe una storia del cinema prima e una dopo Godard. Cineasta totale, proteiforme, incarnazione di un’arte in permanente ricerca di liberazione. Potremmo continuare a lungo, riempendo pagine e pagine. Conviene però fermarsi e ragionare intorno ad alcuni equivoci. Macroscopici equivoci.

Un grande regista, ma evitiamo le iperboli

Partiamo dal primo. È stato un grande regista? Certo. Il suo film di esordio, Fino all’ultimo respiro (1960), è un’opera in bianco e nero sfolgorante. Immagini rubate alla vita nelle strade di Parigi. Un protagonista ineguagliabile: il volto canagliesco e seduttivo di Jean-Paul Belmondo. Una ragazza da sogno, Jean Seberg, bionda e con i capelli corti, che parla la lingua di Voltaire con deliziosa inflessione americana, indossando la maglietta attillata alla Picasso resa sensuale da Brigitte Bardot. La carriera cominciata col piede giusto si inceppa in opere diseguali, delle quali si salvano alcune parti. Ad un certo momento parte una sequela inarrestabile di film orribili. Insopportabili. Sostenuti da critica, intellighenzia, storiografia e pubblicistica in perenne adorazione (perlopiù di sinistra, ma non solo). Rifiutati dagli spettatori. Dallo scorcio finale degli anni Sessanta del Novecento ad oggi, ogni film di Godard ha sistematicamente allontanato gli spettatori dalla sala. Quindi, le iperboli della celebrazione odierna, dovrebbero tener conto che la stragrande maggioranza dell’opera di Godard è oggettivamente inguardabile.

Quando Godard era di destra, o un pericoloso “pericoloso fascista”

Secondo equivoco. Godard è un regista di sinistra. Anzi: di estrema sinistra. Certo, però non lo è stato sempre. Anzi, per lungo tempo è stato il contrario, almeno che non si preferisca occultare – come è stato e viene fatto, anche in queste ore – gli esordi di Godard, intimamente appartenenti alla destra. Prima come critico polemista, poi come regista. Negli anni Cinquanta Godard collabora con Arts, il settimanale della destra letteraria francese. Ad introdurlo nella testata è stato l’amico cinefilo François Truffaut, diventato la vedette degli hussards (definiti “pericolosi fascisti” dalla rivista diretta da Jean-Paul Sartre), impegnati nella battaglia contro lo strapotere degli intellettuali francesi comunisti ed esistenzialisti. E fa parte della «banda» (giovane, irriverente, estremista) asserragliata nella rivista specializzata Cahiers du cinéma. La «banda» – lui, Truffaut, Claude Chabrol, Éric Rohmer e Roger Vadim – è orientata a destra. Anche questo dato di fatto, ormai assodato, viene sistematicamente occultato o falsificato.

Quale religione?

Terzo equivoco. È un regista attratto dalla religione? Alcuni anni fa in una rassegna sui film religiosi allestita al MoMa di New York, un suo film figurava in bella vista. Nella formazione intellettuale Godard ha mostrato sincere attenzioni per problematiche riguardanti la religione protestante. Nel suo cinema però non se ne trova traccia. A meno che non si voglia considerare il suo Je vous salue, Marie (1985) un «film religioso». Ancora oggi c’è chi è disposto a giurare – persino teologi, riformati e cattolici – sulla autenticità dell’opera, sostenuta da autentico respiro religioso. In realtà è uno scaltro tentativo provocatorio (Godard è stato un provocatore di altissimo profilo), coronato da successo commerciale imprevisto, propiziato dalla reazione scomposta e dissennata di alcuni gruppi di cattolici oltranzisti. Se non ci fosse stata quell’alzata di scudi sciagurata, il film (davvero insignificante) sarebbe annoverato fra i tanti – troppi – fallimenti di Godard.

Godard, dalla destra al maoismo

Quarto equivoco. L’impegno politico. Con disinvoltura Godard ha ribaltato le origini destrorse, convertendosi al maoismo. Con una magistrale piroetta passa da una «banda» all’altra. Dai fascisti (ovviamente presunti tali) ai maoisti. Il film-manifesto della conversione è La cinese (1967). Il nume tutelare dei giovani maos (marxisti-leninisti con il culto di Mao-Tse-tung) è il filosofo Louis Althusser. Sono pochi, intellettualissimi, motivati. Nella rete del maoismo francese viene attratta la gioventù studentesca in ebollizione pre-sessantottina. Il maoismo sta scaldando anche il cuore di moti intellettuali: oltre a Godard, Michel Foucault, Roland Barthes, Jean Gênet, Sartre e Simone de Beauvoir, gli italiani Bernardo Bertolucci, Alberto Moravia, Maria Antonietta Macciocchi. Tra il 1967 e il 1969 Godard lo si ritrova a Parigi in ogni assemblea, in ogni barricata, armato con una macchina da presa per filmare gli avvenimenti. Legge e agita costantemente il Libretto rosso di Mao. Sicuro di incontrare la loro approvazione proietta La cinese ai maoisti dell’ambasciata di Parigi. È un disastro! Rivela alla moglie l’accoglienza: «Hanno detestato il film. Mi hanno detto che non capisco niente del loro paese, della loro rivoluzione, niente del Libretto rosso. Mi hanno detto pure che il mio film è l’opera di un cretino reazionario e che se ne avessero facoltà mi impedirebbero di intitolarlo La cinese».

La risposta di Truffaut 

Quinto equivoco. Come spiegare l’attività di Godard dopo lo spegnimento del fuoco passeggero maoista? È ancora un regista impegnato? Smessa la tuta dell’operaio o la giacca d’ordinanza maoista (ammesso che le abbia mai indossate!) Godard rimette i panni borghesi del regista. Qualcuno deve produrre i suoi film. Dato che gli spettatori ne hanno sempre di più le tasche piene, diventa sempre più difficile trovare qualcuno disposto a perdere danaro. Ma lui è l’Artista. L’Artista di riferimento, che non accetta alcun compromesso. In fondo lui è la GodArt. Un giorno bussa alla porta del vecchio «capobanda», Truffaut (pure lui passato da destra a sinistra con disinvoltura ma senza arroganza), ora ricco e famoso, diventato una celebrità internazionale, addirittura premiato con l’Oscar per Effetto notte (1973). Godard è alle prese con difficoltà finanziarie. Chiede un aiuto per lettera, usando toni sgarbati. La risposta di Truffaut entra subito nel vivo della questione. Di soldi non se ne parla. Poi inizia a mitragliare. «Ti comporti come una merda». «Non mi importa nulla di quello che pensi». «Hai sempre avuto l’arte di farti passare per una vittima». «Per un certo periodo di tempo, dopo il maggio ’68, non si sentiva più parlare di te, salvo voci misteriose: sembra che lavori in fabbrica». «Sei sempre stato un dandy». La chiusura è un capolavoro di eleganza formale mista a perfidia: chi ti ha «trattato da genio, qualunque cosa facessi, è la famosa sinistra elegante che va da Susan Sontag a Bertolucci […], e anche se tu sembravi impermeabile alla vanità […] rinforzavi il tuo lato tenebroso, inaccessibile, caratteriale […], consentendo al servilismo di prosperare intorno a te […]. Sei come Ursula Andress, appari per quattro minuti, il tempo di far scattare i flash, due o tre frasi a sorpresa e te ne torni al tuo comodo mistero». Altro da aggiungere?

Claudio Siniscalchi

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1 commento

  1. Sono affezionato a “Le Mépris”, opera niente affatto politica, piccolo capolavoro ambientato in Italia con una splendida Bardot e un Michel Piccoli e un Jack Palance superlativi.

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