Roma, 13 set – Gli scavi archeologici del Terzo millennio rivelano scoperte sempre più straordinarie, in grado anche di cambiare la storia finora conosciuta. Talvolta mettono in discussione certezze che fino ad ora sembravano assodate. A volte, invece, come con uno schiaffo correttivo si impongono per riportare le più remote verità sulla vita dei nostri antenati che troppo spesso vengono bistrattati dalle moderne teorie scientifiche. In quest’ultimo periodo, nella lontana Indonesia, gli archeologi hanno scoperto uno scheletro di 7.200 anni. Appartiene a una donna cacciatrice-raccoglitrice che proviene da una “distinta stirpe umana”, mai trovata in nessun’altra parte del mondo. Nel 2015, nella grotta di Leang Panninge a Sulawesi, erano state scoperte le ossa di essere umano adolescente che venne soprannominato “Besse”. Lo scheletro della donna è stato scoperto nelle isole Wallacea, tra i resti della cultura Toaleana, ed è l’unico reperto umano di questo popolo ancestrale. Quella Toaleana era una delle prime civiltà evolute che abitò il globo. Erano principalmente cacciatori e agricoltori che abitavano l’arcipelago di isole situate tra l’Asia continentale e l’Australia.

La storia che si riscrive

In precedenza, gli scienziati credevano che, tramite le migrazioni, circa 3.500 anni fa, una popolazione chiamata austronesiana avesse trasportato il proprio DNA dell’Asia orientale nelle isole Wallacea. Tuttavia, la nuova scoperta di Besse, dimostra che gli esseri umani evoluti dell’Asia orientale potrebbero essere esistiti molto prima di allora. Esaminando un osso interno dell’orecchio, gli scienziati hanno scoperto che Besse condivide il lignaggio con i Papuani moderni, le popolazioni della Nuova Guinea e con gli aborigeni australiani. La ricerca sul genoma riporta però anche a un antichissimo tipo di essere umano, estinto e mai scoperto fino ad oggi. Poiché il DNA si degrada rapidamente con il caldo tropicale, questi elementi scoperti dai ricercatori sono stati un incredibile colpo di fortuna. Dalla ricerca sui resti è emerso che l’esemplare apparteneva a un gruppo demografico collegato ai Papuani moderni e agli indigeni australiani, secondo l’analisi del DNA. Il genoma, d’altra parte, è collegato a una discendenza umana divergente precedentemente sconosciuta che non si trova in nessun’altra parte del mondo.

Una straordinaria scoperta antropologica

Iniziati nel 2015, gli scavi nel sito sono opera di una collaborazione tra ricercatori indonesiani e archeologi internazionali. Il recente studio è stato pubblicato sulla rivista Nature e ha da subito creato un terremoto nella comunità scientifica internazionale. “Questa è la prima volta che qualcuno riporta la scoperta dell’antico DNA umano dalla vasta regione insulare tra l’Asia continentale e l’Australia”. A dichiararlo è un archeologo dell’Australian Research Center for Human Evolution della Griffith University che ha co-diretto la ricerca. Nel suo intervento, il ricercatore ha affermato inoltre che è assai difficile trovare antichi DNA umani nella zona, a causa dei climi umidi e, quindi, in questo i ricercatori sono stati estremamente fortunati.

Il mistero delle origini

Scoperte come questa di Bessie mettono in discussione molte delle certezza raggiunte fino ad oggi dalla scienza. Possono arrivare a sconvolgere, anche radicalmente, le convinzioni moderne su teorie troppo spesso cariche di ideologie progressiste. Scoperte come quella sul più antico DNA orientale, potrebbero però anche riaccendere nuove discussioni su antiche civiltà, tutt’altro che primitive, aprendo nuovi interrogativi e misteri sulle prime albe, antropologiche e spirituali, delle culture umane.

Andrea Bonazza

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