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Roma, 19 giu – Nell’ultimo anno e mezzo, in nome dell’emergenza sanitaria, non si è semplicemente violata la Costituzione. Ciò purtroppo avviene ormai, nell’indifferenza generale, dall’epoca di Tangentopoli. Di più: se ne è fatto strame, intaccando in modo grave e ripetuto gli stessi diritti fondamentali della persona umana. Quelli che pur vengono considerati “inalienabili” dalla Carta medesima e dalla dottrina giuridica. Sembra inutile, tuttavia, procedere a un elenco puntuale di tutti gli articoli negati o disapplicati. Ben li conosciamo. Molto più costruttivo è fornire suggerimenti a chi opera nelle istituzioni per raggiungere lo scopo che riteniamo oggi prioritario, ossia il recupero della sovranità (popolare) del parlamento, quindi della politica, nei confronti di un esecutivo che ha assunto di fatto i pieni poteri.



Iniziamo quindi col ricordare il principio della divisione dei poteri. Comunque lo si voglia intendere o interpretare, è il presupposto indispensabile per l’esistenza stessa della democrazia. Montesquieu, nel libro XI de Lo spirito delle leggi, appare in merito chiarissimo: Quando nella stessa persona o nello stesso corpo di magistrati, il potere legislativo è unito al potere esecutivo, non esiste libertà. Perché si può temere che il Monarca, oppure il Senato, facciano leggi tiranniche e le facciano eseguire in modo tirannico. Tutto sarebbe perduto se il medesimo corpo di notabili, o di popolari, esercitasse questi tre poteri: fare le leggi , applicarle e giudicare i crimini o le liti dei privati”.

Riportiamo il pensiero del filosofo francese perché ad esso c’è ben poco da aggiungere. La funzione dei rappresentanti della sovranità popolare, e quindi dei parlamenti, è esigere il totale rispetto della divisione dei poteri. In sua assenza ci troviamo in un regime tirannico. Tale compito non può mai venir meno, neppure di fronte a stati d’emergenza che, per essere così definiti, devono rispondere a due caratteristiche. Primo: rappresentare una gravissima e documentata minaccia alla sopravvivenza della nazione; secondo: essere di breve durata.

Chi tutela oggi la sovranità popolare?

Un’emergenza a cui non si ponga un termine improrogabile non si può infatti considerare tale, bensì un nuovo e diverso modo di vivere rispetto al precedente. Ipotesi che, sebbene molto rara, talvolta può verificarsi. Se questo è il caso che ci riguarda, non è più materia da cultura emergenziale, implicando invece una profonda revisione delle istituzioni. La quale che deve coinvolgere l’intero Paese, quindi i suoi legittimi rappresentanti. L’ultima volta che assistemmo a qualcosa del genere fu nel 1946 con l’elezione dell’Assemblea Costituente che sostituì le precedenti istituzioni, ovviamente decadute. Questa è la sola via democratica con cui gestire i grandi passaggi della storia.

Di fronte alla sistematica violazione delle norme fondamentali del diritto a cui assistiamo, il modo più normale per opporvisi sembrerebbe il ricorso agli organi incaricati della loro salvaguardia. A partire dal Capo dello Stato e dalla Corte Costituzionale. Purtroppo l’esperienza ci convince della vacuità di simili interventi, visto che sia l’uno che l’altro appartengono all’universo di un sistema di cui sono in pratica i tutori.

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La strada per recuperare una legalità autentica (e con essa la sovranità popolare) è quindi tutta in salita. Percorrerla spetta alla politica, o per meglio dire a quelle parti politiche che tuttora si muovono nel solco della legittimità democratica.

Come si fa una rivoluzione

E’ necessario che i movimenti d’opposizione si pongano alla guida della protesta che sale dalla società civile, ma che finora non ha trovato supporti sufficienti nel mondo politico. Occorre però distinguere tra la protesta fine a se stessa, priva di coordinamento e di scopo e quella che tende a un fine preciso, ossia il cambiamento della situazione esistente. La prima regola è schivare il disordine becero. Inevitabile all’inizio di ogni grande sommovimento storico, come il passato dimostra, ma guai se ci limitassimo a tale fase. Ciò non farebbe che rafforzare il potere, fornendogli il pretesto per una dura repressione, mentre demotiverebbe coloro che si oppongono al suo arbitrio. Il ruolo di una opposizione degna di questo nome, nei periodi di crisi, è assumere la guida di chi è disposto a battersi per la tutela dei propri diritti, ma non lo fa per mancanza di una leadership adeguata.

Lo studio delle rivoluzioni passate si rivela dunque uno strumento prezioso per comprendere la tecnica dei grandi mutamenti sociali, e ciò anche quando non ne condividiamo il merito. La rivoluzione francese, ad esempio, scoppiò per il sovrapporsi di molti fattori oggettivi. Tra essi quali le condizioni catastrofiche della finanza pubblica, una prolungata carestia dovuta ad eventi climatici sfavorevoli, la disuguaglianza di classe divenuta insopportabile che contrapponeva un ceto nobiliare sempre più ristretto e straricco alle masse popolari ridotte alla miseria. Eppure, malgrado la contemporanea presenza di tutte queste cause, e il conseguente prodursi di disordini, nessun radicale cambiamento si sarebbe verificato se non fosse emerso, al momento opportuno, un nuovo ceto dirigente che ne assumesse la guida in nome dei principi illuministici di libertà, uguaglianza e fraternità, dietro i quali si nascondeva il progetto di una diversa forma di Stato.

Lo stesso dicasi per la rivoluzione russa, che si preparava da decenni ma che trovò nella disfatta militare la ragione immediata della propria deflagrazione. Anche allora però se non vi fossero stati gruppi politici e intellettuali organizzati nel nome dell’ideologia marxista, sotto la ferrea leadership di Lenin, lo scontento diffuso non avrebbe mai dato vita a un mutamento di sistema.

Studiare, approfondire, comprendere il momento storico

Ciò che dobbiamo imparare dagli esempi citati è che non basta la presenza di una catastrofe sociale per abbattere il potere. Tale obiettivo diventa realistico unicamente quando a un popolo disperato si propone una concreta via d’uscita. Sia mediante l’indicazione di precise alternative a livello politico, sociale e istituzionale, sia presentandogli un gruppo dirigente credibile, alternativo a quello in carica. Sono proprio queste due ultime le sfide che l’opposizione è oggi chiamata a vincere. Dall’esito di tale battaglia non dipende soltanto il suo successo in termini di recupero della sovranità popolare, ma forse anche l’avvenire della nostra civiltà.

Cerchiamo di comprendere quel che una classe politica veramente consapevole del bene comune dovrebbe fare per recuperare il ruolo di rappresentante del sentimento e degli interessi del popolo. Un ruolo che la prepotenza e l’arroganza di governanti indegni, complici delle tresche dei grandi potentati internazionali, le ha fraudolentemente sottratto.

Innanzitutto non dovrebbe considerare tempo perduto, come invece molte volte fa, quello dedicato all’approfondimento e allo studio dei temi socio-economici e politici. Essa deve infatti sviluppare la perfetta coscienza del momento epocale che la società traversa, non certo da oggi, ma che la pandemia ha drammaticamente evidenziato ed affrettato. Di fronte a una realtà del genere, che accomuna il nostro tempo a quello che vide il crollo dell’impero romano, non basta condurre una opposizione tradizionale, centrata esclusivamente sui fatti del giorno. Questa deve peraltro essere in ogni caso mantenuta, inquadrata però in una visione del mondo di ben più ampio respiro. Analoga a ciò che l’illuminismo e il marxismo rappresentarono nella loro realtà.

La sovranità popolare è il “Nuovo umanesimo”

L’obiettivo da perseguire oggi è la riconquista di quella sovranità popolare che la dittatura finanziaria e sanitaria globale ha di fatto cancellato. Si tratta di riscoprire il primato della persona umana, troppo a lungo umiliata e oppressa, ponendola al centro delle istituzioni pubbliche. Il tutto nel quadro di un assetto sociale veramente partecipativo, in cui il processo decisionale inverta la sua freccia. Non più dal vertice alla base, ma dalla base al vertice. Si tratta di una rivoluzione di portata immensa, di cui è difficile prevedere tutte le enormi conseguenze. Non è un semplice cambiamento socio-politico, ma anche antropologico. Per questo non pare esagerato descriverlo come “Nuovo umanesimo“.

La lotta per la sua realizzazione si profila durissima, trattandosi di sfidare a viso aperto un potere criminale e violento, convinto di vincere sempre. Per condurla a buon fine tutti gli strumenti leciti sono ammessi. Prioritaria si vede la fondazione di una rete di studi legali a livello nazionale in grado di offrire il gratuito patrocinio ai cittadini ingiustamente colpiti da provvedimenti amministrativi, civili o penali, in quanto applicazioni di decreti, leggi o regolamenti derivanti dalla violazione dei diritti fondamentali dell’uomo e della nostra Costituzione.

Anche se la denuncia può sembrare uno strumento inutile e velleitario, conoscendo il modus operandi della nostra giustizia, in realtà può non esserlo affatto. Se 10mila denunce possono venire facilmente ignorate, qualora queste diventassero milioni ci troveremmo di fronte a un fatto sociale rilevantissimo che non potrebbe essere ignorato. Le rivoluzioni sono infatti sempre nate come evento corale e collettivo. Quando un’intera società si mobilita, la storia c’insegna, nessun potere, per repressivo, mafioso o intollerante che sia, può fermarla.

Carlo Vivaldi-Forti



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