L’avvento del fascismo fu salutato negli Stati Uniti con sentimenti contrastanti, ma per tutti gli anni Venti la figura di Mussolini venne spesso descritta oltreoceano con toni molto positivi, in primo luogo per la sua «funzione» anticomunista. Non mancarono articoli e resoconti che ritraevano il Duce come un vero e proprio condottiero capace di risollevare le sorti italiane, mentre i capitali americani giocarono un ruolo importante dopo la fine del primo conflitto mondiale per la ripresa economica della penisola.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di agosto 2022

Nel 1932, il passaggio da un’amministrazione repubblicana a una democratica, con l’elezione di Franklin Delano Roosevelt, sembrava poter interrompere questa tendenza. Tutt’altro: il presidente americano e il capo del fascismo inaugurarono una stagione di fiducia reciproca e rapporti cordiali, con uno scambio di lettere datato 1933 quale testimonianza più importante. In quell’anno, il ministro delle Finanze Guido Jung, in visita negli Stati Uniti, consegnò direttamente a Roosevelt un regalo di Mussolini, due Codici di Virgilio e Orazio di grande valore. Da quel momento, la ricerca di soluzioni alla Grande depressione divenne la base sulla quale impostare contatti e relazioni profonde.

Caro Franklin, dear Benito

Il rapporto tra i due personaggi storici, e in particolare tra il corporativismo fascista e il New deal americano, è una miniera di scoperte. Politici, diplomatici, intellettuali ed economisti, tra le due sponde dell’Oceano, animarono negli anni Trenta una grande stagione di studi che andò spesso oltre i pregiudizi ideologici, stimolando riforme e dibattiti sui temi sociali che lasceranno traccia nelle due nazioni per decenni, dopo un periodo in cui erano stati i problemi dell’avversione al comunismo e della stabilità politica a farla da padrone. Furono i temi della tecnica, delle opere pubbliche, dell’occupazione, della contrattazione collettiva e del controllo del mercato per superare i dogmi dell’economia classica ad animare molti spunti e relazioni tra i sostenitori del corporativismo del regime e gli animatori del New deal.

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Il rapporto tra Roosevelt e Mussolini

In Usa, tra il 1933 e il 1935, solo l’idea di piano fu discussa da politici, intellettuali, professori e giornalisti con un’intensità paragonabile a quelle delle riforme fasciste. Diversi membri dell’amministrazione Roosevelt toccarono superficialmente la materia, ma molti altri espressero un’attenzione degna di menzione a livello storico. Harry Hopkins, James Farley e Rexford Tugwell furono i più importanti esponenti del Brain trust – che raccoglieva i consiglieri fidati del presidente – a recarsi in Italia, con l’ultimo che parlò esplicitamente con Roosevelt dell’inopportunità politica di sottolineare l’attenzione verso il modello italiano, raccontando addirittura di sentirsi ammirato e «invidioso» di fronte alla capacità del Duce di controllare e sfidare gli interessi finanziari che frenavano le riforme politiche. Gli stessi, nella sua visione, che in Usa combattevano le innovazioni sociali del «nuovo patto» rooseveltiano. Il generale Hugh Johnson era un fervente sostenitore del corporativismo e ne trasse ispirazione per guidare l’Nra (National recovery administration), l’istituto centrale del primo New deal per le politiche industriali, all’interno del quale la «terza via» fascista e l’economia italiana furono studiate dalla Divisione ricerca e pianificazione, con toni estremamente lusinghieri. D’altronde, in quel preciso momento i…

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