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Roma, 3 apr – Tra i tanti libri a tema pandemia tornati di moda con il coronavirus, tra Manzoni, Camus e Saramago, c’è anche una lettura meno «alta» di cui in queste settimane si è parlato molto: è L’ombra dello scorpione, di Stephen King. Uscito nel 1978, con il titolo originale di The Stand, il quarto (quinto, in realtà: l’anno prima ne era uscito anche uno sotto pseudonimo) romanzo del «re dell’horror» è una distopia di più di 800 pagine su di un mondo decimato da un virus influenzale fuggito da un laboratorio militare e che ha un tasso di infettività del 99,4% e un tasso di mortalità per gli infetti del 100%. La fase dell’epidemia occupa però relativamente poco spazio nell’opera, che si dedica molto di più a descrivere il modo in cui i superstiti, cioè lo 0,6% della popolazione immune al virus, riorganizzano la vita associata.

I sopravvissuti si dividono in “buoni” e “cattivi”

Qui King, che significativamente tiene conto solo di ciò che accade sul suolo americano, traccia un affresco decisamente caratteristico: i sopravvissuti, infatti, si dividono in due grandi gruppi, guidati da sogni e visioni comuni. I «buoni» si riuniscono attorno ad Abagail Freemantle, una vecchina nera di 108 anni, mentre i «cattivi», che fanno base a Las Vegas, seguono il mefistofelico Randall Flagg. Qui emerge tutto il carattere intrinsecamente americano del pensiero di King, che non riesce a immaginare il mondo post catastrofe se non alla luce di un manicheismo visceralmente veterotestamentario. La comunità dei cattivi è un po’ Canaan, un po’ il Terzo Reich: sono tutti sadici, disturbati, sessuomani e si riuniscono nella «città del peccato»; i buoni sono invece un po’ Sion, un po’ gli Alleati, una comunità libera che vuole ripristinare la democrazia, con al centro un’anziana bigotta che ha delle visioni messianiche e, nel bel mezzo del racconto, lascia tutto per andare nel deserto, come i profeti della Bibbia, tornandone in fin di vita. Più volte, nel dibattito post catastrofe, emerge l’idea di dar vita a un nuovo inizio che, però, non ripeta gli errori del vecchio mondo. E come si fa a evitare ciò? Per l’appunto, ci si affida a una sorta di umanitarismo biblico, più morale che religioso.

La spiritualità: la grande assente di questa crisi

Va da sé che la situazione immaginata da King è molto più radicale di quella che stiamo vivendo: si parla di milioni di morti, della fine di ogni istituzione e infrastruttura, di una civiltà azzerata. C’è un punto che però riguarda anche noi: ogni sospensione traumatica della nostra quotidianità, ogni choc sociale e culturale comporta anche una riconfigurazione spirituale. Ecco, la spiritualità è stata la grande assente della crisi in corso per molti giorni. E questo perché il principale rappresentante della «religione che è venuta a predominare in Occidente», come amava scrivere Evola, dopo aver impostato il proprio pontificato su un registro culturale prosaico e «informale», si è trovato incapace di fornire risposte forti alla crisi di senso apportata dall’epidemia. Solo dopo settimane di silenzi imbarazzati, scialbi appelli di mero buon senso, qualche monito in favore dei migranti, Francesco ha compiuto un vero gesto simbolico all’altezza dei tempi, che è quel discorso accorato in una piazza San Pietro deserta e lugubre. Un’immagine molto forte e che non va sottovalutata.

L’esempio del mondo classico

Quello che tuttavia è interessante chiedersi è se dalla crisi possa semmai emergere un immaginario, una visione, un’idea di società e di destino orientata spiritualmente in senso opposto. In senso, cioè, classico e propriamente europeo. Ovviamente non si tratta di un’operazione intellettualistica che possa essere risolta, a freddo, in un banale articolo giornalistico. Si può, tuttavia, tratteggiare a volo d’angelo qualche traccia per un lavoro in questo senso.

La prima lezione da apprendere ci dice che la salute individuale è indissolubilmente intrecciata con la Salus publica. A Roma, Salus era una divinità di origine sabina che intratteneva un rapporto diretto con il benessere e la felicità dello Stato. Aveva anche uno speciale legame con Pax e Concordia. Solo successivamente Salus cominciò a presiedere anche alla salute individuale. Certo, oggi il coronavirus ha colpito in tutto il mondo: Stati in salute e non, di qualsiasi orientamento. Ma proprio l’esperienza italiana ci dice che la salute personale dipende anche dalla salute dello Stato: la salute del suo sistema sanitario, delle sue propaggini territoriali, delle sue articolazioni decisionali.

Riempire il vuoto cognitivo senza scorciatoie

Ma prima ancora di questo, va risolutamente affermata una nuova forma di amor fati. L’emergenza in atto ci pone di fronte a una sfida inafferrabile, a un vuoto cognitivo, che la sinistra riempie con la morale e la destra con il rancore. Entrambe si trovano in difficoltà di fronte all’impossibilità di produrre una deduzione razionale della realtà, versione laica del piano provvidenziale delle divinità monoteiste. Qui, invece, abbiamo a che fare con l’assenza di qualsiasi piano, di qualsiasi logica. Abbiamo a che fare con un fatum, concetto che l’antichità europea ha declinato in forme più o meno stringenti, ma che in nessun caso ha mai voluto significare un disegno razionale già tracciato. Fatum è l’imperscrutabile concatenarsi degli eventi che suscita la sfida dell’eroe.  Amor fati nell’emergenza coronavirus è in primo luogo la capacità di attraversare quel vuoto cognitivo senza ricorrere alle scorciatoie che tentano di razionalizzarlo e, quindi, di esorcizzarlo. Amor fati è ritrovare il senso del caos, dell’assurdo, dell’imprevisto, dell’imponderabile, dell’insensato, ma anche un modo attivo per rapportarvisi. Ducunt volentem fata, nolentem trahunt.

Un altro aspetto riguarda la ripoliticizzazione del mondo. È propriamente greca la definizione dell’uomo come animale politico, della polis, cioè, come necessario orizzonte esistenziale dell’umano. Anche in questo caso, l’antichità europea ha fornito una serie di possibilità, la più completa, alta e profonda è sicuramente quella dell’imperium romano. Ripoliticizzare il mondo significa quindi contrastare le spoliticizzazioni (tecnocratiche, economicistiche, moralistiche, giuridiche) e cercare una rifondazione delle comunità attorno a quel che realmente vale, attorno a quel che, anche in questa emergenza, è sembrato mancare istintivamente ai più: un simbolo, una bandiera, un rito, un fuoco sacro.

Adriano Scianca

3 Commenti

  1. NON illudetevi …. la Spagnola uccise 250 milioni di persone , in un mondo meno popolato del nostro , e
    che aveva visto la II Guerra Mondiale ….. Poi , tutto tornò come prima !!!!

    Non possiamo attribuire all’ evento pandemico l’ ascesa del Fascismo 2 anni dopo ,
    sarebbe RIDUTTIVO ed un insulto ad un Movimento Rivoluzionario che è VIVO ancora oggi .
    Virus o non virus .

  2. Un unicum atemporale per cavalcare spiritualmente il fato…?!
    Ti seguo A. Scianca, ma perché ho avuto il privilegio di poter coltivare l’ intuito, di documentarmi, di ricevere basi educative, di operare… Troppi altri, oggigiorno, non hanno questa possibilità perché vivono costantemente (!) e pericolosamente (!) sulla linea di galleggiamento materiale, figli compresi. Pongono in gioco così la salute e l’igiene, precludendosi sempre più la crescita interiore… Ecco perché anzitutto bisogna attaccare RdC, sussidi vari inconcludenti che umiliano, affondano, ammalano il vero spirito umano che per emergere deve ricevere gratificazione dal suo lavoro in seno ad una comunità attiva (per tutto quello che è possibile), senza parassiti. Torniamo a rendere praticabili i lavori nella agricoltura, negli allevamenti, nell’ artigianato, ristabilendo scuole a tutto campo, professionali, all’ altezza. Se proprio dobbiamo (e penso proprio di sì), investiamo e acquisiamo insegnanti dall’ estero, e in fretta!!
    Senza capacità e possibilità operative materiali, il tuo importante invito a “trascendere” non può attecchire. Non è questione di pace o non pace, ovviamente (capi spirituali e guerrieri mangiavano, senza debiti come contorno).

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