Roma, 3 apr— La mutanda: i greci non la sopportavano. Platone era certo che la familiarità col nudo che ragazzi e ragazze acquisivano reciprocamente nella pratica ginnica in uso alle póleis, servisse a mitigare i picchi del desiderio sessuale. Al massimo, gli ateniesi potevano legarsi il prepuzio con una fettuccia di cuoio, per un effetto a salame durante le Panatenee, trials ante litteram dei Giochi Olimpici. Mentre le donne, sotto il chitone e il peplo di ogni giorno, erano nude.

Greci e romani contro la mutanda

Nemmeno i romani amavano la mutanda. I soldati coprivano il pube con la loro corta sottana, i proletari dei lavori forti indossavano un grembiulino in lino, gli schiavi avevano facoltà di circolare senza vesti poiché pari alle bestie, patrizi e matrone non portavano nulla, al di sotto della tunica. Unico strappo alla regola poteva darlo il subligaculum, rettangolo di stoffa con un capo a cingere la vita e l’altro a passare fra le gambe. Costume chiuso per attività fisiche e termali da abbinare, per il gentil sesso, a un top come nella sfilata di bellezze dei mosaici di Piazza Armerina.

L’ignobile retaggio di lande barbare

La pratica di segregare le parti intime, il mondo classico l’aborriva considerandola l’ignobile retaggio di lande barbare; dove maschi e femmine, indistintamente capelloni e lerci come poi i seguaci del metal, si chiudevano, dalla cintola in giù, coi prototipi dei primi pantaloni. Rispose bene Luigi XV di Borbone quando, ricevuto da Madame Pompadour un mutandone color porpora di augurio per notti di passione, declinò l’offerta ribadendo che un uomo in mutande non sarà mai un eroe. Strambo, difatti, immaginare l’Ettore trascinato sotto le mura dal carro di Achille o l’Enea che svanisce nelle acque del Numicio con quell’indumento addosso. Probabilmente le imprese di cui ancora si parla, col tenero feticcio che assimila l’uomo su due piedi al bimbo carponi nel pannolone, non sarebbero assurte al rango di èpos.

Il Medioevo e il corpo nudo

Il Medioevo, fase di sviluppo ancora maschia, avrebbe seguito l’esempio classico, in controtendenza a noi che abbiamo reso la mutanda il salvacondotto con cui, a ogni uomo, si procrastina la facoltà di farsi accudire da una donna che è innanzitutto bàlia. Non proprio il tempo di eccesso nella pudicizia che taluni indicano, i secoli medievali li si può definire uno dei momenti di maggior uso sociale del corpo nudo. Lo sosteneva, infatti, il fondamento teologico dell’essere materia di creazione divina, reminder di originaria e promessa beatitudine. E anche grazie a una mitezza climatica che già nel Rinascimento sarebbe stata un ricordo, la vista delle nudità era cosa normale – come scrive il sessuologo Haverlock Ellis. Similmente dice lo storico Jos van Ussel, secondo cui i medievali potevano godere liberamente delle nudità mostrate da donne e ragazzi, ne La repressione sessuale, saggio sul condizionamento del modello borghese alla società tradizionale.

La braghetta

Genericamente detta mutanda – dal latino “mutare”, a intendere “ciò che dev’essere cambiato” – per l’uomo trecentesco che non deve chiedere mai, si fa braghetta con Carlo IX di Valois. Probabilmente un re non soddisfatto delle proprie misure, poiché a questi si deve l’astuto impiego di imbottire “il pacco”, con lana per l’inverno e cotone per l’estate, come avrebbe più avanti riproposto, con ovatta quattro stagioni, il ganzo-coatto dell’Un sacco bello verdoniano. Trattasi, quantomai, di una scelta stravagante, appetibile alle classi abbienti, spesso impiegata come tasca per monete – aver tutte le cose preziose a portata non è forse pratico (NdR)? Quanto alle donne, di nuovo dalla corte transalpina arriva l’uso di quelle che saranno spudoratamente dette briglie da culo. Anche se, in questo caso, il merito va a una nostra connazionale.

La “rivoluzione della mutanda” di Caterina de’ Medici

Quella Caterina de’ Medici che con la morte del consorte Enrico II d’Orléans, si trova ad occupare, da reggente, il trono di Francia. Introdotta, grazie a lei, la cavalcata all’amazzone – piede sinistro nella staffa e gamba destra piegata verso l’incollatura del cavallo – la nobildonna si trova di fronte a un problema non secondario. La postura permette sì la galoppata, cosa fino a quel momento fantasiosa per le dame in sella, ma espone clamorosamente l’area genitale. Ragion per cui Caterina, dopo aver inventato lo stile di monta, deve rinnovare pure il guardaroba. Centocinquanta giovani, scelte fra le casate più illustri quali dame di compagnia e, al caso, agenti segreti per trame di letto e di potere, si prestano a modelle per un calzoncino intimo infiocchettato alle ginocchia.

Il popolo parigino, storicamente refrattario a riconoscere l’ingegno italico, le dileggia con l’appellativo de “lo squadrone volante”; insinua che la regina sia una bisex vorace, antica Betty Page a cui garba disciplinare le sue ragazze a furia di scudiscio. Le donne devono lasciare le natiche nude sotto le gonne – argomentano gli intellettuali con dialettica più erudita – devono rimanere con il sedere nudo come si addice al loro sesso. Ed hanno una bella ragione quanti si opporranno, almeno fino a buona parte dell’Ottocento, ad una donna senza mutanda. Dal momento che l’unico modo per capire come natura l’abbia fatta, a fronte dell’abbigliamento a cipolla via via sovrabbondante, sarà portarla a una battuta di caccia a cavallo. Lì, attendendo il momento in cui la poveretta verrà disarcionata, la si ammirerà chiappe all’aria.

[Fine prima parte – segue]

Alessandro Staderini Busà

 

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