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Sul Guénon di Sandro Consolato

by Giovanni Damiano
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guenon, consolato

Roma, 12 mar – Una delle tantissime testimonianze della sconsolante arretratezza culturale dell’ambiente neofascista, o tradizionalista, o come meglio lo si preferirà definire, sta nell’approccio totalizzante nei confronti di autori e tematiche, per cui ad esempio un René Guénon o lo si venera come un inarrivabile testimone della Verità o lo si attacca con altrettanta virulenza polemica o lo s’ignora ostentatamente. Manca, in generale, un approccio meditato e argomentato, ricco di sfumature e attento alla complessità, e quindi lontano dagli apparentemente opposti (ma segretamente convergenti) atteggiamenti apologetici o denigratori.

D’altronde, così com’è ben difficile accettare in toto un autore, a meno che non si voglia essere un suo acritico e ottuso seguace, è altrettanto inaccettabile pensare che quello stesso autore sia da rigettare integralmente, quasi come se non avesse detto assolutamente nulla di profondo, vero e importante. Ad esempio, di Guénon si possono non condividere tutta una serie di idee come quella di Tradizione unica, o l’eccessiva e ingenerosa svalutazione del mondo classico, o certe ricostruzioni storiche, ma al contempo non si possono non apprezzare la sua sapienza simbolica, la critica corrosiva al mondo moderno o alcuni testi capitali come Gli stati molteplici dell’essere. Poi credo sia ovvio che su determinati aspetti della sua opera, per quanto essenziali, entrino in gioco competenze culturali specifiche; tanto per essere chiari, si può apprezzare e valutare fino in fondo un testo come L’uomo e il suo divenire secondo il Vedanta solo a patto di possedere precise e profonde conoscenze su quell’argomento. Altrimenti si sfocia nel fideismo.

A ovest con René Guénon

È ovvio, però, che anche chi scrive finirebbe per cadere nel medesimo atteggiamento, se si limitasse appunto a un giudizio di condanna senz’appello di un intero ambiente e di un modo a dir poco distorto di fare cultura. Invece non è così perché, per fortuna, esistono alcune felici eccezioni all’approccio totalizzante di cui sopra. È il caso, sempre in relazione a Guénon, di Sandro Consolato, che ha appena dato alle stampe, per le genovesi Edizioni Arya, un volume dal titolo A ovest con René Guénon, che si distingue per l’equilibrio con cui è stato affrontato il ‘metafisico di Blois’. Si tratta di un lavoro importante che ha di mira il rapporto, come scrive l’Autore, tra Guénon “e il tema della ‘Tradizione’ in Occidente, quindi delle tradizioni dell’Occidente, dal più remoto passato al tempo presente” (pp. 5-6).

Ora, su alcuni degli argomenti di cui si è occupato Consolato (Kremmerz, Reghini, la cristianità copta, ecc.) non ho nulla da dire per assenza di conoscenza. Pertanto, dirò qualcosa sul primo degli studi che compongono il volume (e che ne costituisce a mio avviso l’architrave, per lunghezza e ampiezza di prospettive), cioè “René Guénon e la Tradizione Romana“, e sull’ultimo che ha per oggetto il tema forse più decisivo e affascinante fra tutti, che è quello del tempo, intitolato “Profezia, predizione e ‘antiprofezia’ in René Guénon”. Nel primo, Consolato affronta con grande equilibrio e ricchezza argomentativa un aspetto tra i più controversi dell’opera guénoniana, da un lato riconoscendo il sincero interesse del ‘metafisico di Blois’ per il mondo classico, ma dall’altro ricordando come il francese sia egli stesso caduto in un “pregiudizio classico” creato e alimentato proprio dalla cultura “moderna, antitradizionale, laica e cristiana” (p. 105) a lui contemporanea, e soprattutto confutando l’idea, tipicamente guénoniana, che “la cristianizzazione dell’Occidente” possa essere interpretata addirittura “come un surplus di ‘tradizionalità’ rispetto all’epoca precedente” (p. 107).

Intuizioni e deduzioni

Nell’altro scritto, Consolato mette in luce i diversi significati che per Guénon hanno gli strumenti atti a ‘divinare’ il futuro, nel senso d’illuminarne possibili esiti e sviluppi soprattutto in relazione alla dottrina ciclica e in particolare alla fine del ciclo attuale (i segni dei tempi). Innanzitutto, Guénon distingue nettamente, nota Consolato (p. 235), le predizioni dalle vere profezie, essendo queste ultime desumibili esclusivamente dai Libri sacri (p. 238), laddove le prime promanerebbero “essenzialmente dalla sfera del subconscio” (p. 236). Inoltre, sarebbe ben possibile un inganno delle profezie, quindi delle vere e proprie antiprofezie, quando, oltre alla diffusione delle predizioni, di per sé ambigue, si assiste alla circolazione di profezie “del tutto inventate” (p. 239), al fine di creare un clima di suggestioni e turbamenti riconducibile a quel meccanismo di contraffazione tipico segno dell’avvento di un regno ‘anticristico’. Accanto a ciò, Consolato mette anche in evidenza tutte le analisi, per così dire, ‘predittive’ di Guénon che hanno trovato clamorosa conferma con lo scorrere del tempo, a testimonianza delle grandi capacità ‘intuitive’ e insieme ‘deduttive’ del ‘metafisico di Blois’.

Guénon “impolitico”?

Chiudo dicendo qualcosa su quanto scritto da Consolato nella sua Introduzione alla silloge. Sono totalmente d’accordo col giudizio dell’Autore a proposito del fatto che in fondo Guénon, al pari dell’Evola tradizionalista, vada iscritto in una “corrente, antimoderna, del moderno pensiero occidentale del XX secolo” (p. 8), e che il cosiddetto ‘mondo della Tradizione’ sarebbe decisamente “meglio rappresentato” (p. 8) da un Platone o da uno Shankara, piuttosto che da un Guénon. Sono invece meno d’accordo con Consolato quando scrive che Guénon ha “sciolto totalmente da preoccupazioni politiche il suo insegnamento” (p. 10). Se questo è senz’altro vero, laddove ci si fermasse alle intenzioni manifeste dello studioso francese – ed è indubbio che questa ostentata impoliticità spieghi ad esempio perché sia stato ospitato nel catalogo Adelphi, al contrario di altri tradizionalisti ‘contaminatisi’ con le bassure della storia – è altrettanto vero che, senza eccessive forzature, per dire, il ‘regno della quantità’ possa ben essere considerato una ‘istantanea’ precisissima della democrazia, così come il ruolo delle élites intellettuali può ben tradursi in un elitismo politico dalle chiare ascendenze platoniche.

A proposito di eurocentrismo

E d’altronde, lo ammette anche Consolato quando scrive (p. 230, nota 24) che proprio dagli insegnamenti di tali élites discenderebbero “anche applicazioni ordinate e legittime in campo religioso, politico, sociale ed economico”. Infine, pure un altro giudizio di Consolato sul contributo guénoniano ad aver spezzato “l’eurocentrismo della nostra visione spirituale e culturale” (p. 10), suscita qualche perplessità. Al di là del fatto che l’attacco all’eurocentrismo è da tempo all’ordine del giorno nel campo ‘progressista’, il che renderebbe Guénon, ovviamente limitatamente a questo punto, uno strano ‘compagno di viaggio’ di ambienti da lui cordialmente detestati, in definitiva credo si possa ben riconoscere l’essenzialità di altre civiltà e di differenti esperienze spirituali, senza per questo svilire o sminuire le proprie, come ha dimostrato, con chiarezza direi esemplare, Julius Evola.

Giovanni Damiano

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