Roma, 5 feb – Sul sito della rivista Eurasia è uscito un articolo, intitolato L’Europa come rivoluzione, concernente un incontro tenutosi lo scorso gennaio sul libro di Lorenzo Disogra, L’Europa come rivoluzione: pensiero e azione di Jean Thiriart, pubblicato dalle Edizioni all’insegna del Veltro. Dell’articolo, il cui autore è Augusto Marsigliante, tratterò un solo punto, che ho trovato assai significativo; l’autore infatti parla, ovviamente in riferimento a Thiriart, «del progetto di una Europa nazione di stampo giacobino (notevole su di lui risulta l’influenza della rivoluzione francese per quanto riguarda un modello statale centralizzato e unitario)». Concetto ribadito più oltre, praticamente con le stesse parole, sempre a proposito di una Europa «giacobina, centralizzata e unitaria».

Un cosmopolitismo al contrario?

Questi passi hanno il pregio della chiarezza, illustrando, come meglio non si potrebbe, la natura del progetto thiriartiano. Innanzitutto, parlare di «Europa nazione» significa farsi portatori di un progetto totalmente astratto e artificiale, ottenibile solo a prezzo della dissoluzione delle nazioni concrete che compongono il nostro continente. In breve, ci si trova di fronte a una prospettiva che prevede un melting pot su scala continentale, con la contestuale creazione, tutta ideologica, di una fantomatica «nazione europea» in realtà mai esistita nella storia. In cosa si discosti un simile progetto, nella sua essenza, dai tanti utopismi globalisti in circolazione riesce difficile da capire.

D’altronde, l’intima natura assimilazionista e indifferenziatrice di un simile progetto è ulteriormente chiarita dal rimando al giacobinismo, ovvero alla più livellatrice e omologante ideologia del periodo rivoluzionario. Già anticipato ad esempio dal grande dibattito sull’emancipazione ebraica, svoltosi in piena rivoluzione all’insegna della parola d’ordine «rifiutare tutto agli ebrei come nazione e dare tutto agli ebrei come individui», che implicava la scomparsa di una qualsiasi specifica identità ebraica, il giacobinismo porterà alle estreme conseguenze la cancellazione di ogni differenza, a favore di una visione radicalmente assimilazionista della nazione. Lo conferma, ma è un esempio tra i tanti, il rapporto di Barère al Comitato di sicurezza generale del gennaio 1794, in cui si legge che «il federalismo e la superstizione parlano bretone, il fanatismo parla basco», col quale si auspicava la scomparsa di ogni lingua locale al fine di promuovere l’uso esclusivo del francese. Stesso auspicio dell’Abbé Grégoire quando redigeva, nello stesso periodo e nel medesimo tipico lessico giacobino, il suo Rapport sur la nécessité et les moyens d’anéantir les patois [le lingue locali] et d’universaliser l’usage de la langue française.

Il progetto di Thiriart

In breve, l’Europa giacobina di Thiriart comporterebbe il definitivo tramonto dell’Europa reale, intessuta di differenze, plurale, irriducibile a ogni reductio ad unum, mosaico straordinario di popoli e di storie, sostituita da uno spazio senz’anima e senza destino, manifestazione esclusiva di una bruta volontà di potenza. Si assisterebbe, insomma, alla fine dell’Europa, con al suo posto uno spazio amorfo e indifferenziato. Un’Europa, questa sì, mera «espressione geografica». A ciò e non ad altro conduce il progetto thiriartiano.

Oltretutto, Thiriart sembra completamente dimenticare che molti Stati coincidenti con un «grande spazio» sono federali, il che significa che l’esigenza giacobina centralizzatrice e unitaria è smentita non solo dalla storia europea ma anche dall’esistenza di Stati, dall’Australia al Canada, dagli Stati Uniti al Brasile, dall’India alla Russia, che uniscono appunto forma federale e grande proiezione geografica. Quindi è ben possibile immaginare un’Europa del futuro federale o confederata, cioè capace di rispettare le differenze che da sempre la compongono e al contempo di dar vita a una visione politica comune (non unitaria!). Insomma, l’Europa come legame di comunità (plurali), non come unione dispoticamente centralista.

Europa e (con)federalismo

Qualche rapida osservazione conclusiva può essere invece dedicata all’accostamento, questa volta, tra giacobinismo e sovranismo, di cui pure mi è capitato di leggere. Ora, a meno che non si prenda quello francese come unico e solo modello di sovranismo, cosa ovviamente del tutto errata, davvero c’è da rimanere perplessi di fronte a tale accostamento, in realtà del tutto infondato sia dal punto di vista storico che, per così dire, dottrinario. Storicamente, infatti, sono esistiti e continuano ad esistere Stati sovrani federali, come riportato in precedenza. D’altronde, anche a livello dottrinario, il sovranismo non osta affatto a una forma federale dello Stato, quindi aliena da centralismi livellatori, essendo una «categoria del politico» votata principalmente alla preservazione dello Stato medesimo da ogni ingerenza esterna e al perseguimento del proprio interesse in campo internazionale.

Leggi anche: Una volontà di esistenza e di potenza: perché leggere «Sovranismo»

Che poi sovranismo non significhi affatto chiusura verso l’esterno, o ripiegamento sterilmente «autarchico», è cosa talmente ovvia che non credo meriti ulteriori commenti. Così come poco contano le più varie obiezioni sulla condizione subordinata in cui versa oggigiorno l’Italia, che sono a tutti evidenti. Il sovranismo è, infatti, dottrina che lavora nell’oggi per un diverso futuro. È dottrina dinamica per molti versi vicina, a mio parere, alla tradizione rivoluzionario-conservatrice. Non è il rifugio di marginali, in quanto tali pateticamente massimalisti «per natura». E questo è quanto.

Giovanni Damiano

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1 commento

  1. Provo da sempre un qualche fastidio dinanzi alle capriole dei causidici e tanta rabbia a fronte delle sottigliezze talmudiche. Non ho letto il libro del quale parla Damiano e non sono un esperto di Thiriart (ho soltanto ritradotto il suo Un impero di 400… giacchè l’edizione di Volpe era quantomeno fantasiosa). E’ arduo pensare a questa costruzione centralizzata giacobina (e quale la lingua ufficiale?) per cui non ci perdo tempo. Piuttosto merita almeno un commento l’affermazione in merito al sovranismo come dottrina dinamica rivoluzionarconservatrice. In un mondo dove giocano soltanto i grandi, l’Europa (confederata, federale o vattelapesca) giocherebbe, la nazioncina sovranista etc. portebbe al massimo il caffè alle riunioni. A certuni piace fare riferimento alla Tradizione etc. perché sanno che non hanno alcun potere di cambiare di una sola virgola la realtà delle cose (e nella vita privata non sono affatto uomini della Tradizione) ma attirano una manciata di fedeli in una piccola chiesa. Si dicono a vicenda quanto sono bravi intelligenti sapienti, tra una partita di pallone e l’altra. Gente inutile che spreca e fa specare energie che se correttamente indirizzate farebbero la differenza. Ma tant’è. L’universo degli uomini colti non va al mercato a fare la spesa.

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