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Roma, 22 giu – “Iuravit in mea verba tota Italia sponte sua”: così nelle sue Res gestae Ottaviano Augusto, che con le sue parole attribuiva alla nazione italica la scelta libera e spontanea di combattere al suo fianco nella guerra civile che lo opponeva a Marco Antonio, esprimeva l’ideale della totalità dell’Italia. E’ un concetto che nella storia appare qui, come mai prima d’ora, espresso in maniera netta e inequivocabile, rendendo una realtà politica quella che fino ad allora era solo una espressione geografica. Sì, Ottaviano e Marco Antonio, non Mazzini e Garibaldi e Cavour e Metternich e Pio IX. La presentazione della spettacolare mostra visitabile alle Scuderie del Quirinale usa parole e termini che siamo soliti leggere attribuiti alle vicende del Risorgimento nazionale nel XIX secolo, spostandole all’indietro di diciannove secoli.



Tota Italia. Una mostra imperdibile

Tota Italia. Alle origini di una Nazione. IV secolo a.C. – I secolo d.C. – a cura di Massimo Osanna e Stéphane Verger – è il titolo completo di una esposizione nata in un certo modo in sordina, senza un eccessivo battage pubblicitario, che riapre il centro espositivo dopo la Grande Paura della pandemia, e di cui è interessare sapere i tempi del concepimento. Quattro mesi per una mostra che in genere richiederebbe due anni di preparazione, e che viene esplicitamente presentata come una grande operazione di rassicurazione identitaria di un Paese travolto più di altri dalla catastrofe del Covid.

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Autarchica e a basso costo, con opere provenienti esclusivamente da musei nazionali, in un’epoca dove i prestiti internazionali sono difficili e dopo che i noli assicurativi per la precedente mostra su Raffaello, aperta e subito chiusa per il lockdown, hanno fatto barcollare un colosso editoriale come Skira, la mostra non aggiunge molto alle conoscenze e agli studi sulle opere e gli argomenti affrontati, bensì è concepita allo scopo di ribadire e rassicurare gli italiani sulla profondità della loro storia e della loro unità politica e spirituale, che è di molto precedente alla sua ultima incarnazione, lo stato nazionale sabaudo emerso nel 1861.

Probabilmente e paradossalmente il fatto che il dominus dell’iniziativa sia stato il direttore del Museo Nazionale Romano, Stephane Verger, un francese, ha fatto sì che una prospettiva identitaria di lungo periodo fosse assunta come naturale e senza imbarazzi. Anche Franceschini ha fatto cose buone (con le sue nomine). Così come è da notare che in epigrafe è stata posta la mostra sotto la protezione di Mario Torelli, lo scomparso etruscologo, di matrice comunista doc (per un periodo militò nello scomparso PDCI di Diliberto e Rizzo), la cui opera è una continua ricerca delle strutture, in primis sacrali, di lunga e lunghissima durata, che innervano la realtà del territorio italiano fin dalla protostoria.

Una straordinaria selezione di opere

Il periodo preso in esame dalla mostra attraverso una scelta selezione di opere superbe è quello in cui la multiforme realtà etnico-politica dell’Italia entra in relazione con l’inarrestabile crescita della potenza romana, e si viene creando attraverso momenti anche terribili il nesso inscindibile tra queste due realtà. Una attenzione particolare viene posta su un momento critico, quella battaglia di Sentinum (295 a.C.), vera e propria “Battaglia delle Nazioni”, dopo la quale Roma non troverà più ostacoli decisivi al suo ruolo di coagulo della natura plurale delle stirpi italiche, etrusche, greche e celte, senza che questo significasse la perdita delle loro identità. Molte opere, specie quelle magnogreche, sbalordiscono per la incredibile ricchezza che dimostra con loro il sottosuolo della nazione. Attenzione particolare è data all’evoluzione delle scritture e alle manifestazioni del sacro*.

Tota Italia, quel fondamentale giuramento di Augusto

Sinceramente con difficoltà si potrebbe dir meglio di quanto scritto nella presentazione della mostra: “Ecco dunque questa mostra, Tota Italia. Alle origini di una nazione, che nel titolo riprende la famosa formula del giuramento di Augusto, l’uomo che per la prima volta unificò l’Italia in un territorio omogeneo. Un’unificazione sotto il segno di Roma, ma che al tempo stesso manteneva quella divisione in regioni che ancora oggi testimonia la ricchezza e la varietà delle nostre tradizioni. Il progetto illustra dunque il processo, che fu a lungo anche scontro, che dal IV a.C. al I secolo d.C. giunse alla prima grande unificazione della terra chiamata Italia, dalle Alpi alla Calabria. Il nome Italia cessò di essere un’espressione geografica ma indicò invece una unità politica, amministrativa, giuridica: la Penisola chiamata Italia che, pur nel potere centrale riconoscibile nella figura del reggitore, ricomponeva e salvava il caleidoscopio etnico della Penisola.

Ed è proprio a partire dal periodo indagato dalla mostra che l’Italia rimarrà per sempre e comunque un’entità unitaria. Perfino nel sociale. Il programma che in epoca imperiale consentiva di fornire cibo ai bambini bisognosi, che oggi definiremmo un esempio di welfare, non casualmente era denominato Alimenta Italiae. L’immagine della mostra cita la famosa statua del Pugilatore, dal Museo Nazionale Romano, peraltro ritrovata, nel 1885, lungo le pendici occidentali del Quirinale. È un uomo provato ma non vinto, che non ha paura di mostrare le sue ferite ma che mantiene intatta la consapevolezza della sua forza. Ci è parsa una metafora adatta a questi giorni, onesta e fortemente fiduciosa”.

*Qualsiasi visitatore sarà colto, al secondo piano, da un momento di reverenza di fronte alla maestosa Triade Capitolina, che riemerge dal deplorevole esilio in un museo comunale periferico a Guidonia, in cui finì per motivi di ubris municipale che sarebbe bello indagare, dopo la sua esposizione a Roma e al Museo Nazionale di Palestrina. Sarebbe una buona occasione se la mostra riaprisse un dibattito sull’opportunità di ricollocarla a Roma in un luogo degno della sua importanza.

Ernesto Lentoni

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