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mauzanprestitoRoma, 4 nov – Il 4 novembre del 1918, quasi un secolo fa, cessano ufficialmente le ostilità tra l’Italia e l’Austria-Ungheria. La massiccia offensiva italiana, inaugurata il 24 ottobre, aveva ottenuto il massimo successo con lo sfondamento del fronte a Vittorio Veneto e l’entrata delle nostre truppe nella Trento finalmente “redenta” (3 novembre). Dopo secoli di divisioni, umiliazioni e sbeffeggiamenti, gli italiani – ora (ri)divenuti popolo – riescono ad affermarsi in maniera netta e decisiva su un esercito straniero. Non un esercito qualsiasi, ma proprio quell’armata imperiale di antica e consolidata tradizione che a molti sembrava invincibile.

Non bisogna sottovalutare questo aspetto: le altre Guerre d’Indipendenza non avevano mai fruttato vittorie di simile portata, e comunque il contributo della Francia di Napoleone III e della Prussia di Bismarck era stato di volta in volta essenziale ai fini del conflitto. Il Lombardo-Veneto, insomma, era stato ottenuto più con le armi della diplomazia che non con una vera e propria guerra guerreggiata. Questa volta no: il popolo italiano, contro ogni maldicenza o pronostico, ce l’aveva fatta da solo. La vittoria apparteneva solo al suo ardimento, al suo coraggio, al disperato amore di quei fanti che, per quattro anni, avevano condiviso pane e morte, versando lo stesso sangue e mangiando lo stesso fango.

La trincea diviene così il simbolo di quell’unità carnale e morale di tutti gli italiani che nessun plebiscito cavouriano avrebbe mai potuto creare. «Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani», disse Massimo D’Azeglio. Ebbene, gli italiani ora si erano forgiati nelle tempeste d’acciaio della Grande Guerra: il piemontese e il siciliano, il milanese e il calabrese, il romano e il napoletano avevano combattuto e avevano vinto insieme, incarnando quella nazione che fino ad allora era rimasta il sogno sublime di letterati, poeti e minoranze attive di patrioti. L’Italia, coronata della vittoria, diviene così realtà vissuta e tangibile, perché consacrata e fecondata dal sangue dei suoi caduti. Si compiva così la visione di Gabriele D’Annunzio: «Beati i puri di cuore, beati i ritornanti con le vittorie, perché vedranno il viso novello di Roma, la fronte ricoronata di Dante, la bellezza trionfale d’Italia».

Quasi cento anni dopo la Repubblica italiana di oggi ci offre un bel paradosso: il 4 novembre, quella data in cui riunimmo gli ultimi italiani irredenti alla madre patria e anzi divenimmo veramente popolo, non è più festa nazionale. Si preferisce festeggiare il 25 aprile, data di una sconfitta (ebbene sì, cari partigiani, quella guerra l’abbiamo persa) e, ciò che è peggio, data della perdita di alcuni di quei territori che con tanta fatica avevamo “redento”. I rituali e i simboli sono fondamentali: sul 4 novembre il fascismo costruì la sua epopea di rinascita e rigenerazione dell’Italia, con il 25 aprile i profittatori della sconfitta esaltano invece la subordinazione al padrone d’Oltreatlantico.

Naturalmente, in questo circo dell’impotenza, non ci siamo fatti mancare nulla: anche alcuni ambienti sedicenti “nazionalisti” hanno rinnegato quella vittoria fondativa e, addirittura, il “dogma patriottico” dell’indivisibilità e dell’indipendenza della nazione. Chi per clericalismo austriacante, chi per teutomania psicotropa, chi per padanismo d’accatto o per borbonismo buffonesco, in parecchi sono saliti sul carro della sconfitta e del ridicolo. Se l’Italia, quella “vera”, si era formata nelle trincee, ora l’Italia si disfà nei talk show e negli istituti psichiatrici. Breve storia triste di chi ha dimenticato e rinnegato tutto quello che c’era da dimenticare e rinnegare.

Eppure, il 4 novembre – piaccia o non piaccia alla destra terminale o alla sinistra stracciona e antitaliana – rimane un fatto. O meglio un simbolo di gloria e di potenza che continua a parlarci. Ci parla di coraggio e ardimento, di lotta e vittoria. Innanzitutto di vittoria su sé stessi, sulle proprie paure, sulle proprie debolezze, prima ancora che di vittoria sugli eserciti stranieri. Quel 4 novembre di quasi cent’anni fa, una nuova aristocrazia emerse dalle trincee del Carso, del Piave e dell’Isonzo: era la “trincerocrazia” di cui scrisse Benito Mussolini. Il suo battesimo fu il fuoco purificatore della giovinezza e della gloria immortale.

Se vogliamo tornare a esser popolo e nazione, per scongiurare così quella “grande sostituzione” che le arroganti élites antitaliane ci hanno apparecchiato, dobbiamo sforzarci di incarnare quello spirito gagliardo e rivoluzionario. Ascoltiamo le voci degli eroi caduti sul Piave e sul Grappa: sono voci che ci parlano di rinascita e vittoria. Checché ne dicano i traditori di ogni risma, il Risorgimento non è ancora concluso.

Valerio Benedetti

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8 Commenti

  1. Ho appena sentito in radio parlare di “Giornata dell’orgoglio delle Forze Armate”, al pari di un qualunque “-Pride”: me lo son sognato, è un’invenzione di quella disfattista che parlava oppure è successo qualcosa di grave?

  2. Il Risorgimento non è ancora concluso. E’ un qualcosa che vado ripetendomi da anni. Riprendiamoci questa Nazione!

  3. Nella giornata di oggi io ripenso al mio nonno materno che combatté al Fronte nella prima. Non l’ho mai conosciuto ma dopo la morte di mia madre (che lo conobbe poco, essendo morto quando lei era una ragazzina, è nata quando lui aveva già quasi cinquant’anni) la sua medaglia è finita a me. La stringo fra le dita e ci trovo forza. Mia madre era fiera di lui. E io di lui.

  4. In verità la Grande Guerra potè essere quel poderoso amalgama di italiani provenienti da tutte le regioni che riuscì a sconfiggere l’Austria, solo perchè, prima, c’era stato il Risorgimento. E’ dunque il Risorgimento il fondamento della Grande Guerra, anche se, ovviamente, diversi furono i contesti: il piccolo Piemonte dovette vedersela da solo contro gli Austriaci nella 1a guerra d’indipendenza, e poi ricorse all’aiuto della Francia e all’alleanza con la Prussia rispettivamente nella 2a e 3a guerra d’indipendenza. Ma il Risorgimento fu un’epopea di volontari accorsi da ogni dove a combattere per l’Italia. Fu una carrellata di eroismi e di insurrezioni grandi e piccole sparse lungo tutta la penisola, pertanto il modello ideale e morale a cui s’ispirò la Grande Guerra. Senza la gloria del Risorgimento, non ci sarebbe stata neanche quella di Vittorio Veneto.

    Maria Cipriano

  5. Articolo penoso. Il concetto di Nazione si basa sul Volk, cosa che nella cosiddetta Italia non esiste. La cosiddetta Unità è stata un’operazione massonica, i Savoia, Garibaldi e compagnia erano dei criminali. Idem nel 1915: mandare tanti bravi fanti a farsi massacrare comandati da idioti come Badoglio. Il tradimento dell’8 settembre 1943 è stata una riedizione del 1915: sempre pronti a saltare sul carro dei più forti tradendo gli alleati. Nel 1915 mi sarei arruolato solo per passare dall’altra parte e combattere con i tedeschi, che come 30 anni dopo volevano fare la vera Europa.
    9 novembre 1923, altro che 4 novembre.
    Heil Hitler
    Alessandro Botré

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