Per parlare di tratta degli schiavi, non bisogna mai dimenticare che la vittoria nella battaglia tra memorie è un momento essenziale del processo di costruzione di un’egemonia politico-culturale. Nel caso della cancel culture, però, non ci si accontenta di vincere, ma si mira piuttosto o alla radicale cancellazione delle memorie «concorrenti» o alla loro eterna colpevolizzazione. Esito coerente di una dinamica iper-ideologica, che, in quanto tale, dopo aver scelto i suoi nemici, li assolutizza, al fine di evitare qualsiasi compromesso o mediazione, così da poterli poi combattere sino al loro definitivo assoggettamento. E uno dei «meccanismi» utilizzati per mantenerli in questa condizione di sottomissione, sta appunto nel trasformare la loro storia in un perenne monumento della loro colpa. Quando poi anche il sapere storico, invece di fungere da salutare antidoto a questa deriva, si mette integralmente al suo servizio, il successo egemonico è a un passo dall’essere raggiunto.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di febbraio 2022

Visione manichea

Per essere più chiari: la cancel culture si fa portatrice di una visione rigidamente manichea della storia, alla cui costruzione concorrono, in egual misura, le due dinamiche della criminalizzazione e di ciò che io chiamo «angelismo storico». Si tratta, però, di due facce della stessa medaglia, essendo l’una funzionale all’altra, e non certo di due aspetti che si combattono a vicenda. Detto in altro modo ancora, l’utilizzo della nozione di manicheismo non rimanda a una lotta incessante tra concezioni del mondo o «costellazioni» valoriali tra loro irriducibili, ma a una lettura semplificata e schematica della storia che non ammette alcuna idea di complessità e che non si emancipa per nulla da quelle immagini in bianco e nero, totalmente estranee a ogni genuina conoscenza storica ma perfette per conseguire l’egemonia.

In sintesi, il manicheismo in questione consiste nella tendenza a idealizzare le vittime dei presunti crimini, cioè a collocarle in una dimensione di incontaminata purezza e innocenza. Le vittime, insomma, sarebbero angeliche, completamente immuni da colpe, prive di ogni peccato, aliene da ogni negatività, perfetto contraltare di un criminale che è specularmente caricato di ogni genere di colpa e dunque considerato un essere ontologicamente, intrinsecamente malvagio. In breve, all’angelologia della vittima corrisponde la demonologia del criminale. Ovvia conseguenza di questa «logica» sarà l’iscrizione del presunto carnefice a un’unica e sola categoria, alla quale finirà invariabilmente per appartenere; che è quella – per essere chiari fino in fondo – del maschio di ascendenza europea.

La vulgata sulla tratta degli schiavi

Un esempio paradigmatico, che riassume come meglio non si potrebbe entrambe le dinamiche (angelismo e criminalizzazione), è quello delle tratte negriere, la cui vulgata è semplicissima: gli africani sarebbero le vittime inermi della barbarie schiavista degli europei e del loro cinismo mercantile. Ma la realtà storica è ben diversa. Innanzitutto, Daniel Headrick nel suo Il predominio dell’Occidente (il Mulino, 2011, pp. 127-128) fa notare come, pur essendo stata l’Africa circumnavigata dai portoghesi sin dal 1488, fu soltanto «verso la metà del XIX secolo, cioè quattro secoli dopo, che gli europei riuscirono a penetrare nelle aree interne del continente», e questo perché, al contrario delle Americhe, «a fermarli fu la barriera delle malattie africane», che si rivelò, sino a Ottocento inoltrato, «impenetrabile».

Pertanto, lungo tutto l’arco temporale in cui si sviluppò la tratta atlantica, cioè quella gestita dagli europei, questi ultimi non riuscirono mai a insediarsi nell’entroterra del continente africano, così da potersi procurare direttamente tutti gli schiavi da inviare poi nelle Americhe.

Il ruolo degli africani (e degli arabi)

È insomma evidente il ruolo essenziale degli stessi africani nella tratta atlantica, senza il quale quest’ultima non sarebbe mai nemmeno esistita. Lo spiega benissimo John Thornton nel suo L’Africa e gli africani nella formazione del mondo atlantico (il Mulino, 2010, p. 108): «La tratta degli schiavi (e il commercio atlantico in genere) non fu una sorta di “impatto” esercitato dall’esterno né fu un fattore esogeno nella storia dell’Africa. Al contrario, la tratta nacque nelle società africane e fu razionalizzata al loro interno. Esse contribuirono in modo decisivo al funzionamento della tratta e ne ebbero il controllo totale almeno fino alla fase in cui gli schiavi venivano caricati sulle navi europee». Il che significa 1) che gli africani ebbero un ruolo nella tratta non meramente passivo e subalterno, bensì appunto cruciale ed autonomo, e 2) che le società africane praticavano da tempo immemore al loro interno la schiavitù, non a caso definita sempre da Thornton «un aspetto pervasivo» (p. 108) di quelle stesse società.

Alle medesime conclusioni giunge anche Olivier Petré-Grenouilleau, nel suo imprescindibile La tratta degli schiavi: saggio di storia globale (il Mulino, 2006), quando riconosce «il fatto che l’Africa nera non sia stata solamente una vittima della tratta, bensì uno dei suoi principali artefici» (p. 439), in quanto «essenzialmente, in Africa furono i poteri radicati sul posto a “produrre” prigionieri» (p. 75) e  furono sempre questi poteri locali a rimanere «i padroni degli scambi per tutta la storia della tratta» (p. 75), tanto che «soltanto il 2% dei prigionieri della tratta atlantica venne catturato da negrieri venuti dal mare» (p. 74).

Ma il testo di Petré-Grenouilleau è fondamentale anche perché getta luce sulle altre tratte negriere che interessarono l’Africa subsahariana, cioè quelle gestite dagli arabi già dal VII secolo, attraverso le rotte transahariane o partendo dalle coste orientali del continente. A fronte dei circa undici milioni di prigionieri deportati nelle tratte atlantiche, circa diciassette furono invece i milioni di africani venduti come schiavi nel mondo arabo-islamico (p. 148); da qui, il condivisibile giudizio che «i più grandi mercanti di schiavi non furono occidentali» (p. 150). Inoltre, lo storico francese denuncia con forza la…

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1 commento

  1. Dal xvi secolo fino a parte del xix, dal Nord Africa partivano i pirati barbareschi che razziavano le coste europee (o assalivano navi), schiavizzando centinaia di migliaia di europei(uomini, donne, bambini). Tra questi vi fu anche Miguel de Cervantes, che in schiavitù passò 5 anni della sua vita, prima di venire riscattato.
    Ma tutto ciò è praticamente dimenticato dall’Occidente liberal e dai suoi utili idioti “woke”, anche perchè le vittime erano solo europei bianchi ,per loro natura brutti, zozzi e cattivi…

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