Roma, 5 mar – Esattamente un mese fa calava il sipario su una delle edizioni più tediose di sempre del festival di Sanremo, precisamente 79 anni or sono vedeva la luce, in un piccolo comune del reatino, il maggior interprete della canzone italiana. La sfaccettatura più conosciuta di Lucio Battisti, quella del cantante, salirà una sola volta sul palco del casinò ligure (l’Ariston arriva nel 1977): in piena contestazione giovanile – è il ‘69, Dario Fo e consorte organizzano un controfestival a tinte rosso borghesi – questo giovane autore si presenta con Un’avventura, sempreverde inno all’amore estivo che prende forma diventando la storia di una vita.

Un’Italia moralmente divisa tra educazione cattolica e utopia sessantottina. Il mio canto libero, La canzone del sole, I giardini di marzo – solo per citare le più famose, l’elenco sarebbe interminabile – musiche e testi che si trovano al di fuori, si pongono più in alto, parlano d’altro. Poesie ancora oggi idealmente scolpite nel marmo: sì perché anche tra i nativi digitali (per lo meno chi rifiuta per davvero il piattume conformista) c’è chi riesce ad apprezzare la produzione di questo artista che secondo la leggenda – e forse anche i servizi segreti – ha avuto simpatie rivoluzionarie.

Il sodalizio con Mogol

Compositore e in seguito interprete, musicalmente Battisti ha sempre sperimentato, amalgamato, innovato e rinnovato trovando ogni volta nuove sintesi senza che il continuo (nonché imparagonabile) successo lo abbia adagiato sullo status quo o, peggio, fatto guardare indietro. Originale e originario, a tratti visionario è legato nell’immaginario collettivo al paroliere Giulio Rapetti, conosciuto da tutti come Mogol, con il quale condivide una parte importante della propria carriera. Vince due edizioni del Festivalbar – sempre nel 1969 con Acqua azzurra, acqua chiara e l’anno successivo grazie a Fiori rosa fiori di pesco – quando ancora il premio in diretta televisiva è assegnato al brano più gettonato nei juke-box italiani.

“L’artista non esiste. Esiste la sua arte”

Riservato fino agli ultimi giorni – tormentato, dai primi anni ‘70 il rapporto con l’invadenza dei mezzi d’informazione – si definisce personaggio “disimpegnato”. Ma la sua musica non sono solo temi “leggeri” quali l’amore, trattato quasi sacralmente e che seppur calpestato ritorna sempre puro, o ricordi velatamente bucolici. Battisti è anche critica (criptica nei testi, molto più esplicita nei centellinati interventi pubblici) al cappio capitalista. “Devo distruggere l’immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso”, una corda che inizia a stringersi sempre di più anche attorno al collo di quella bellissima donna turrita e stellata: “Con l’anglicismo e l’americanismo…andavamo perdendo, proprio noi mediterranei più di tutti, lo spirito creativo, la vitalità che ci caratterizzano da sempre e che non sono morti, ma semplicemente addormentati”.

Un paragone impietoso

Ancora oggi ascoltare le sue canzoni è un’esperienza estetica in cui la bellezza diventa qualcosa di oggettivo. “Un artista non può camminare dietro il suo pubblico, deve camminare davanti”: il risultato sono opere d’arte destinate a vincere il tempo in totale contrasto – anzi, in guerra dichiarata – con gli odierni tormentoni, falsamente impegnati quando non vuoti e insignificanti, i quali compulsivamente si sostituiscono l’un l’altro sulle frequenze radio, dentro un talent show e nei servizi digitali.

Ci ritorna in mente, nel giorno del suo genetliaco. Lucio, nome che dal latino prende il significato di luminoso, splendente: non abbiamo bisogno di un nuovo Battisti – per dirla con Mogol, “ce n’è soltanto uno” – ma di qualcuno che abbia la forza di incarnarne nuovamente lo spirito. Le giornate (riempite da canzoni) uggiose iniziano ad essere troppe.

Marco Battistini

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1 commento

  1. Bei tempi, belle poesie, canzoni, sentimenti nobilitati ma che ci hanno lasciato un po’ ciula, alla Mogol.

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