«Cosa è una donna?». Può una domanda di sconcertante banalità essere percepita come un’autentica minaccia? Può la risposta a questo interrogativo – una verità assiomatica, ancora più banale della domanda stessa ­– essere messa in discussione fino alla negazione allucinata della realtà? La risposta è sì e il substrato ideologico in cui nasce questa deriva è quello del gender, del self-id e dei dogmi Lgbt. E proprio intorno a tali quesiti ruota il documentario What is a Woman? che The Daily Wire ha fatto uscire agli inizi di giugno, in concomitanza con il mese del Pride. A investigare sul pericoloso quesito è Matt Walsh, commentatore e podcaster americano e collaboratore di punta del Daily Wire stesso.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di settembre 2022

Il successo di «What is a Woman?»

Siamo infine giunti al tempo delle spade «sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate» di chestertoniana memoria: l’ora e mezza di interviste raccolte da Walsh percorrendo in lungo e in largo gli Stati Uniti è lì a dimostrarlo. What is a woman è prima di tutto una dantesca discesa, illuminante e spaventosa – soprattutto per uno spettatore donna come chi sta scrivendo – nel baratro del relativismo più radicale. La distruzione di qualunque identità, politica, culturale e sessuale, nel nome di una prevalenza dell’io e dei capricci individuali sulla biologia, porta infine all’idea che chiunque possa proclamarsi «donna» solo perché così si percepisce.

E proprio in questo quadro, la domanda che Walsh pone per strada o in interviste con psicologi, studiosi di gender studies, politici, medici, attivisti Lgt e persone non-binarie, diventa una miccia capace di innescare crisi di nervi o cervellotiche riflessioni sulla impossibilità di definire in senso oggettivo cosa sia una donna. Proprio per questo, Walsh punteggia le asserzioni più grottesche con un po’ di sano buonsenso redneck («Non sei uno scienziato: come sa di essere un uomo?», risposta: «Immagino di saperlo perché possiedo un ca**o»), o addirittura tribale, prendendosi la briga di volare fino in Africa per confrontarsi con i membri di una tribù Masai. I quali se la sghignazzano di gusto trattenendo a stento commiserazione e disprezzo per le «questioni di autopercezione» squisitamente occidentali, che in quel punto del globo vengono considerate alla stregua di ciò che sono veramente: disordini della natura e malattie mentali. Mostrando così che le cosiddette culture «etniche» – peraltro tanto idealizzate dal mondo progressista – sono quelle più impermeabili alle derive psicotiche e destrutturanti del relativismo di cui i libtard hanno fatto la loro bandiera.

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D’altronde, il principio stesso della civiltà ha eretto attorno a sé alcuni aspetti dicotomici, tra cui quello mascolino-femmineo: si tratta di un cardine che attinge al biologico e allo spirituale e su cui si sono fondate società, imperi e città. Il relativismo al contrario – e lo dice molto chiaramente Jordan Peterson criticando il concetto stesso di «gender» – distrugge, afferma «realtà» del tutto indimostrate e prive di una sostanza su cui poter edificare qualcosa.

E quindi ecco gli studiosi del gender e questi nuovi profeti del relativismo estremo affermare il principio per cui la biologia fa parte di uno schema vetero-patriarcale incapacitante, una sorta di prigione che castra le legittime aspirazioni dell’individuo, ma che in una sorta di gioco di specchi distorto finisce per diventare agente oppressore della donna più e peggio di quello stesso patriarcato eletto a male assoluto.

Se questo è uno scienziato

E a proposito di castrazione, la lente di ingrandimento di Walsh si sofferma in particolare su scienziati, medici e attivisti che si spendono – teoricamente e praticamente – per bloccare lo sviluppo sessuale dei minori con trattamenti farmaceutici invasivi quali i bloccanti per la pubertà. O peggio ancora, con interventi di mutilazione chirurgica dei caratteri sessuali primari e secondari dei minori. Realizzati a danno di bambini il cui sviluppo cognitivo è ancora in essere e che pertanto risentono delle velleità ideologiche dei genitori e del contesto subculturale – spesso annaffiato da abbondanti dosi di indottrinamento social –, diventano un’oggettiva forma di violenza, camuffata dalla coltre glitter di tutte le «belle» e confusionarie teorie degli attivisti non-binari. Così, mentre la psichiatra Miriam Grossman denuncia la…

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

1 commento

  1. conosco questo documentario, cosi come tante altre iniziativi accomulate dallo scopo di mostrano il volto genderista – che in Italia e’ strategicamente ancora avvolto dietro il cavallo di troia dei “diritti”. Devo dire che la giornalista e’ stata brava nel suo spiegare a un pubblico (che suppongo in larga parte a digiuno sull’argomento) questo docomentario in modo informato e acessibile. Se la sua missione e’ salvare individui dalle catene ideologiche del pensiero neo-puritano progressista, credo lo faccia con un’ottima preparazione. Complimenti e grazie da un liberale (nel senso classico del termine)

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