Roma, 11 dic –  La Bce sta preparando un bel regalo alle imprese italiane. Infatti Francoforte è pronta a rialzare i tassi d’interessi. Le critiche all’operato di Christine Lagarde si sprecano. Infatti il caro vita è determinato principalmente dall’aumento dei prezzi energetici. Nonostante le critiche la Bce va avanti anche se a rimetterci saranno le imprese. Vediamo come.

Aumentano i tassi e pagano gli imprenditori

L’aumento dei tassi di interesse deciso dalla Bce in questa seconda parte dell’anno (a cui dovremo sicuramente aggiungere il nuovo incremento che verrà introdotto il prossimo 15 dicembre) comporterà, tra il 2022 e il 2023, un aggravio degli oneri sui prestiti alle imprese di circa 15 miliardi di euro. A riportare questi dati è l’Ufficio studi della Cgia di Mestre.

Questa stima è stata “costruita” ipotizzando un incremento medio dei tassi di interesse del 2 % tra il 2022 e il 2023. Come si è giunti a questa cifra? Semplice. È stato applicato questo incremento alla luce del fatto che quest’anno il valore medio del tasso Bce (ponderato per i giorni) si attesterà attorno allo 0,6%. Per effetto dei provvedimenti che tra lo scorso mese di luglio e l’inizio di novembre lo hanno alzato dallo zero al due per cento.

Pertanto, applicando un tasso di incremento degli interessi medio del 2 per cento ai 749,2 miliardi di consistenze degli impieghi erogati alle imprese al 30 settembre scorso, l’anno prossimo queste ultime subiranno un aumento del costo del denaro pari a 14,9 miliardi di euro.

Le regioni più colpite

Seguendo l’analisi eseguita dalla Cgia possiamo stilare una mappa delle aree maggiormente coinvolte. Le regioni più penalizzate da questo aumento dei tassi saranno quelle dove sono maggiormente concentrate le attività produttive che si avvalgono dell’aiuto degli istituti di credito. Vale a dire la Lombardia (+4,33 miliardi di euro), il Lazio e l’Emila Romagna (entrambe con +1,57 miliardi), il Veneto (+1,52 miliardi) e il Piemonte (+ 1 miliardo).

Quasi 2/3 dei 15 miliardi di maggiore costo del denaro che le aziende dovranno farsi carico l’anno prossimo saranno riconducibili alle imprese del Nord. Gli aumenti dei tassi di interesse avranno anche delle ricadute negative sulla spesa delle famiglie, sugli investimenti delle imprese e sul costo del nostro debito pubblico.

La stretta sui prestiti

Ci sarà dunque un forte correlazione tra l’aumento dei tassi e una significativa frenata della crescita economica che l’anno prossimo in Italia dovrebbe attestarsi sullo 0,3/0,4%. Una soglia che, molto probabilmente, avrà delle ricadute negative anche sull’occupazione.

Il trend crescente dei tassi previsti nel 2023 provocherà anche un altro effetto negativo. Secondo le ultime stime elaborate da Ernest & Young, in Italia i prestiti bancari complessivi sono destinati a scendere dell’1,8 per cento. A questa contrazione contribuiranno, seppure in proporzioni diverse, tutti i segmenti creditizi. Quelli ipotecari, ad esempio, dello 0,3 per cento, il credito al consumo dell’1,5 per cento e gli impieghi alle imprese addirittura del 2,8 per cento. Una contrazione che, purtroppo, interesserà tutta Europa. Questa criticità, comunque, è destinata a durare poco. Nel 2024, infatti, nel nostro Paese il credito a famiglie e imprese tornerà ad aumentare complessivamente dell’1,3 per cento.

A livello territoriale, infine, Milano sarà la provincia più “penalizzata” d’Italia: le imprese ubicate nel capoluogo regionale lombardo dovranno farsi carico nel 2023 di un maggior aggravio dovuto all’aumento dei tassi di interesse pari a 2,3 miliardi di euro. Seguono le provincie di Roma con 1,4 miliardi, Torino con 567,5 milioni di euro, Brescia con 524,3 milioni e Bologna con 403,9 milioni di euro. Chiudono la graduatoria a livello nazionale Enna con maggiori costi pari a 9,7 milioni, Isernia con 9,5 e Vibo Valentia con 9,3 milioni di euro.

Resta ora da capire se davanti a queste cifre, qualcuno chiederà conto delle sue azioni anche alla blasonatissima Christine Lagarde.

Salvatore Recupero

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