Roma, 27 ott – L’indice Morgan Stanley All Country World Index è composto da azioni quotate in 23 nazioni economicamente sviluppate e in 24 paesi emergenti. Viene comunemente indicato come un misuratore delle performance dei mercati azionari mondiali e un importante indicatore della salute dell’economia mondiale. L’indice segue gli andamenti di mercato di 2700 aziende, tra cui le prime 4 per capitalizzazione sono multinazionali del calibro di Apple, Microsoft, Amazon e Facebook.

Negli ultimi 10 anni, a partire quindi dagli anni immediatamente seguenti la grande crisi del credito, i profitti medi di queste aziende sono aumentati in maniera considerevole, passando dal 6% del 2009 al 9,4% del 2019; con un aumento percentuale di oltre il 56 %, non male per anni considerati di grande crisi.

La spiegazione di questa apparentemente strana dinamica è in realtà molto semplice: i profitti sono aumentati grazie a politiche fiscali ed economiche che hanno portato ad abbassare le tasse per le aziende, a diminuire fino quasi ad azzerare i tassi di interesse e quindi il costo del finanziamento, il tutto accompagnato da una stagnazione dei salari reali, che ha reso il costo del lavoro sempre più conveniente per le imprese.

La responsabilità delle banche centrali

La risposta più comune a livello globale alla grande crisi del credito iniziata nel 2008 è stata quella di usare le leve di politica monetaria da un lato, e dall’altro quella di porre l’accento sull’austerità, ovvero grandi tagli alla spesa pubblica in modo da tenere il debito pubblico ed in generale i bilanci dei singoli stati sotto controllo.

Le banche centrali dei paesi più sviluppati hanno perseguito una politica fatta di continui tagli ai tassi di interesse accompagnati da massicci acquisti di titoli sul mercato e di condizioni particolarmente favorevoli per le imprese creditizie (il famigerato Quantitative Easing). Ma queste manovre non sempre e soprattutto non ovunque hanno ottenuto gli effetti sperati: se negli Stati Uniti si è assistito ad un consistente ripresa economica, in Europa i risultati sono stati molto deludenti.

Quello che più preoccupa però è che queste politiche hanno fatto si che il divario tra le classi sociali aumentasse in maniera considerevole, in pratica i ricchi sono diventati più ricchi ed i poveri sempre più poveri. I guadagni generati dalla crescita economica più o meno marcata a seconda dei paesi, si sono comunque riversati quasi esclusivamente a favore di imprese multinazionali e grandi azionisti, lasciando le briciole a consumatori e forza lavoro.  Un interessante studio dell’Economic Policy Institute mostra come dividendo in fasce la media dei salari reali dal 1980 ad oggi, scopriamo come nel 90% delle fasce più basse il salario reale è aumentato solo del 25% negli ultimi 40 anni, mentre per quanto riguarda l’1% dello scaglione più alto, lo stipendio medio è aumentato nello stesso arco di tempo del 150%.

Le multinazionali nel mirino

Appare chiaro come l’acuirsi delle diseguaglianze abbia non solo messo sotto accusa le banche centrali ma abbia anche scatenato una rivolta sociale sfociata nel successo elettorale dei movimenti e delle idee populiste e sovraniste, che stanno portando o potrebbero portare nel prossimo futuro ad un cambiamento significativo. In America come in Europa iniziano a farsi sentire le voci di chi vorrebbe una maggiore regolamentazione a carico delle grandi aziende per porre fine o comunque limitare il regime di quasi monopolio che si è venuto a creare in alcuni settori, una maggiore pressione fiscale per i colossi multinazionali unita ad una richiesta di introduzione o reintroduzione di maggiori diritti e di salari più alti per i lavoratori. Tutti fattori che andrebbero a discapito degli enormi profitti delle aziende e a favore di una più equa redistribuzione sociale.

Spesso da ambo i lati dell’oceano atlantico sono gli stessi governi ad essere preoccupati del fatto che interi settori industriali siano dominati in maniera sempre più evidente da pochissime aziende, basti pensare ad Amazon che controlla il 50% del mercato del commercio on line, ed iniziano a vedere di cattivo occhio se non proprio ad ostacolare, la costante crescita di questi colossi. Ecco che in molti paesi, perfino nella insospettabile Cina, si inizia a pensare di trasferire lo stimolo fiscale dalle aziende ai consumatori, ovvero si pensa di alzare le tasse sui profitti aziendali e diminuire quelle a carico dei cittadini.

Soprattutto in Europa vi è inoltre una forte spinta da parte dei singoli Paesi per arrivare ad una legislazione efficiente nella lotta contro la pratica comune da parte delle grandi aziende di stabilire la loro residenza in paradisi fiscali. Una battaglia difficile e non sempre appoggiata dalle istituzioni dell’Unione Europea ma che prima o poi dovrà essere affrontata e vinta.

Qualcosa comincia a muoversi anche sul fronte del costo del lavoro. Per la prima volta da 40 anni a questa parte, i salari reali su scala globale sembrano abbiano arrestato la loro caduta, e forse nei prossimi anni assisteremo ad una loro crescita maggiore seppure ancora del tutto insufficiente. I motivi non sono certo da ricercare in una improvvisa svolta politica alla ricerca di maggiore equità e tantomeno in uno slancio di generosità da parte delle grandi aziende, bensì dal fatto che nelle economie più sviluppate come gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Giappone e la Germania, la disoccupazione ha raggiunto livelli molto bassi dando ai lavoratori un minimo di leva nelle contrattazioni.

Se consideriamo infine che almeno in alcune parti del mondo, Europa esclusa, le politiche monetarie tenderanno a normalizzarsi con un rialzo dei tassi di interesse e quindi con costi di finanziamento più elevati, ecco che possiamo ragionevolmente aspettarci nel prossimo quinquennio un calo dei profitti per le grandi aziende multinazionali, con la speranza che si possa assistere ad una graduale redistribuzione dei redditi e non alla richiesta di un repentino ritorno alla politica dei privilegi per pochi a scapito dei tanti.

Claudio Freschi

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