Roma, 27 ott –  JP Morgan torna a dettar legge nei fragili equilibri della nostra economia. L’ultima consacrazione, solo in ordine di tempo, è stata la nomina a presidente di Cassa Depositi e Prestiti di Giovanni Gorno Tempini (ex banchiere di JP). Il passaggio di testimone ha avuto un valore particolarmente simbolico. Infatti, il predecessore Massimo Tononi ha lavorato per lungo tempo per Goldman Sachs. Il fatto non è passato inosservato. Il Sole 24 Ore non ha perso l’occasione per sottolineare il nuovo ruolo della banca d’affari statunitense.

JP Morgan prende il posto di Goldman Sachs?

L’analisi del quotidiano di Confindustria è molto chiara: “JP Morgan è il principale partner bancario internazionale dello stato italiano. Non solo agendo come collocatore dei titoli di Stato, ma anche come serbatoio manageriale – replicando il ruolo che McKinsey ebbe venti anni fa nelle aziende private – per ruoli apicali di società pubbliche”. La lista degli uomini legati alla società di Jamie Dimon è lunga. Facciamo solo qualche nome.

Iniziamo da Matteo del Fante, che dopo essersi fatto le ossa in JP per 13 anni arriva ai vertici di Terna. Dal 2017 è amministratore delegato e direttore generale del gruppo Poste Italiane. Nello stesso ente pubblico è arrivato anche Guido Maria Nola, ex country manager di JP Morgan per l’Italia, dove ricopre il ruolo di “group cfo”. Lo stato ripone tanta fiducia nella società newyorkese tanto da affidare ai suoi uomini anche i dossier più delicati. È il caso di Mps. Marco Morelli, nato e cresciuto in Jp, che dal 20 settembre 2016 ricopre la carica di amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena. L’intervento di Jamie Dimon di Jp Morgan con il suo plenipotenziario per l’Italia Vittorio Grilli per la banca toscana è stato determinante. Rocca Salimbeni, però, non è un’eccezione.

JP Morgan: il “grande consigliere”

In una nazione a sovranità limitata il peso politico degli americani si fa sentire. Non dimentichiamoci che JP Morgan è una delle Big Four americane insieme a Bank of America, Citigroup e Wells Fargo, la più grande banca negli Stati Uniti e la sesta più grande banca al mondo con un patrimonio totale di 2.534 miliardi di dollari. Dal 2017 è anche una delle più grandi società di gestione patrimoniale al mondo con 2,79 trilioni di dollari in gestione e 30 trilioni di dollari in custodia.

JP Morgan è stata e continua ad essere l’advisor delle principali operazioni finanziarie di Piazza Affari. L’elenco sarebbe lungo. Un esempio su tutti è l’accordo per l’acquisizione di Pirelli da parte di ChemChina, il gruppo cinese sceglie come advisor JP Morgan (oltre a Rothschild e ChemChina Finance). Senza dimenticare che i newyorkesi sono azionisti di Intesa San Paolo anche se oggi hanno ridimensionato la propria partecipazione nel colosso creditizio, al 2,923%, detenuta a titolo di diretta proprietà. Il potere di Jp non si ferma certo alla mera consulenza bancaria.

L’inestricabile intreccio tra finanza e politica

L’interesse della multinazionale americana non si limita alle operazioni in Borsa, ma si estende anche ai palazzi del potere della capitale. Tutti ricorderanno nel 2013 il famoso documento “Aggiustamenti nell’area Euro” in cui la banca d’affari americana caldeggiava una serie di riforme economiche per i Paesi dell’Europa Meridionale tra cui l’Italia.

Tornando al cambio al vertice di Cassa Depositi e Prestiti, infatti, ci sono questioni politiche che non possiamo fare a meno di sottolineare. La nomina del presidente di Cdp è da statuto in mano alle Fondazioni bancarie (azioniste di minoranza di Cdp) che ancora oggi sono legate all’ex presidente della Fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti e all’ex presidente di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli. Questi ultimi sono esponenti della sinistra cattolica vicina al ministro Franceschini. Certo forse è ancora troppo presto per dire che ha scalzato Goldman Sachs. Assistiamo piuttosto ad un riposizionamento. Gli uomini legati a Goldman e alla stagione delle privatizzazioni lasciano lo spazio ad altri protagonisti. Ergo, la lista degli ex banchieri legati a JP Morgan in futuro è destinata ad allungarsi. Nei prossimi mesi, infatti verranno nominati i vertici delle partecipate pubbliche. Si tratta di aziende che nonostante la vulgata liberista godono di ottima salute.

Purtroppo il fatto che le partecipate statali finiscano in mano a degli ex banchieri d’affari non spaventa nessuno. Ormai un Cda vale l’altro. Per cui chi fino a ieri era legato ad una banca d’affari potrebbe essere presidente dell’Eni. Qualcuno potrebbe pensare che in fondo è un bene mettere delle persone competenti al posto giusto. Poniamoci però qualche domanda. A chi si rivolgerà il manager di Stato quando dovrà scegliere un advisor per un’operazione bancaria? Non andrà forse a chiamare i suoi ex colleghi? La risposta è scontata. Se, però il concetto non dovesse essere sufficientemente chiaro, una metafora ci aiuterà a comprenderlo meglio.

Immaginiamo una partita di calcio. È come se un giocatore giocasse il primo tempo nelle file della sua squadra per poi fare l’arbitro nel secondo. Chi si fiderebbe del suo giudizio? Nessuno. E se qualcuno dicesse che è talmente competente da essere al contempo arbitro e giocatore, sicuramente verrebbe sommerso dalle risa di tutti.

Non si può essere giudici ed imputati allo stesso tempo: ognuno segue interessi paralleli che difficilmente potranno convergere. Ecco perché va fermato il meccanismo delle porte girevoli che porta i banchieri d’affari alla guida delle aziende strategiche della nazione.

Salvatore Recupero

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