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Roma, 2 ago – Una comprensione del sistema previdenziale italiano non può prescindere dalla conoscenza del quadro demografico della nazione. Il tasso di natalità italiano, pari a 9,2 nascite ogni 1.000 persone, è al 183mo posto su 195 Stati del mondo. Il  tasso di fertilità italiano, pari a 1,38 figli per donna, è al 174mo posto su 195 Stati del mondo ed è inferiore a quello medio dell’Unione Europea (pari a 1,59 figli per donna). Per l’aspettativa di vita, invece, l’Italia è al sesto posto su 195 Stati del mondo (82,7 anni in media, 80,5 per gli uomini e 84,8 per le donne). L’aspettativa di vita è peraltro destinata a salire vertiginosamente nei prossimo anni. Ciò si ripercuote sul nostro sistema pensionistico, che nel 2018 ha assorbito il 16,6% del Prodotto interno lordo (dati Sole 24 Ore).

La riforma Dini

Con la riforma pensionistica Dini del 1995 fu introdotto un nuovo sistema di calcolo del trattamento pensionistico, c.d. contributivo, per chi iniziò a versare a partire dal 1° gennaio 1996. La pensione contributiva viene calcolata sulla base del montante dei contributi versati durante tutta la vita lavorativa, sulla base di un coefficiente di trasformazione indicizzato al tasso di crescita del Pil, commisurato all’aspettativa di vita del futuro pensionato e periodicamente aggiornato. Per chi invece al 31 dicembre 1995 aveva maturato 18 anni di contributi, il calcolo della pensione viene effettuato con il più vantaggioso sistema retributivo, ovvero in base alla retribuzione degli ultimi anni di servizio che sono i meglio remunerati per il lavoratore. Chi al 31 dicembre 1995 aveva già contribuzione, ma in misura inferiore a 18 anni, rientra nel sistema misto, costituito dalla somma dei calcoli retributivo per i periodi fino al 31 dicembre 1995 e contributivo per i periodi successivi al 1° gennaio 1996. Infine per tutti i lavoratori, a prescindere dall’anzianità maturata, per i periodi successivi al 1° gennaio 2012 viene applicato comunque il sistema contributivo (già in vigore per gli assunti dopo il 1° gennaio 1996).

Un sistema previdenziale che penalizza i giovani

Pertanto, l’attuale sistema pensionistico penalizza particolarmente i giovani. Nell’attuale sistema a ripartizione, il peso del finanziamento del sistema previdenziale ricade su una platea di lavoratori attivi sempre meno numerosa. Il c.d. indice di dipendenza (numero degli ultrasessantenni in rapporto alla popolazione di età compresa tra i 20 e i 59 anni) salirà progressivamente dal 45,1% del 2005 al 95,5% del 2050 (cioè praticamente un pensionato per ogni lavoratore). Inoltre i lavoratori attivi interessati dal sistema contributivo, al momento del pensionamento, godranno di un tasso di sostituzione (rapporto tra stipendio e pensione) pari al 64% con 40 anni di contributi nel 2050 (rispetto all’80% di chi va in pensione con il sistema retributivo), con riduzioni proporzionali per pensionamenti con anzianità contributiva inferiore.

L’Inps, primo ente previdenziale italiano, amministra oltre 17 milioni di lavoratori dipendenti, oltre 4 milioni e 200mila lavoratori autonomi e circa 800mila parasubordinati iscritti alla gestione separata. I percettori di trattamenti pensionistici da lavoro dipendente e autonomo sono circa 16 milioni, mentre circa 3 milioni e mezzo sono i percettori di pensioni di invalidità civile, assegni e pensioni sociali. Di questi utenti, 2,6 milioni di pensionati e 3,3 milioni di lavoratori del pubblico impiego sono stati presi in gestione dall’Inps nel 2012, a seguito della soppressione del secondo ente previdenziale italiano, quello dei dipendenti pubblici, l’Inpdap.

Il 35% delle entrate dell’Inps è peraltro costituito da trasferimenti statali aventi varie finalità, tra cui il finanziamento dei trattamenti pensionistici non fondati sul versamento di contributi (come le pensioni per gli invalidi civili e l’assegno sociale) nonché delle prestazioni a sostegno del reddito, che in alcuni casi non sono finanziate da appositi prelievi contributivi.

L’elevazione dei requisiti (anagrafici e contributivi) necessari per il conseguimento del diritto a pensione è stata il minimo comune denominatore delle riforme degli ultimi 20 anni (Amato 1992, Dini 1995, Prodi 1997, Maroni 2004, Damiano 2007).

Arriva la Fornero

L’ultima grande riforma pensionistica, quella Monti-Fornero del 2011, ha stabilito nuovi e più restrittivi requisiti per l’accesso al pensionamento. La pensione di vecchiaia si ottiene con un’anzianità contributiva di 20 anni e un’età anagrafica di almeno 67 anni. Per ottenere la pensione anticipata occorrono 41 e 10 mesi di anzianità contributiva per le donne e 42 e 10 mesi per gli uomini. Coloro che hanno un’anzianità contributiva successiva al 1° gennaio 1996 potranno andare in pensione anticipata a 64 anni di età con 20 anni di contribuzione effettiva. La quota di pensione relativa alle anzianità contributive maturate prima del 1° gennaio 2012 è ridotta di 1 punto percentuale per ogni anno di anticipo nell’accesso al pensionamento rispetto all’età di 62 anni e di 2 punti percentuali per ogni anno ulteriore di anticipo rispetto a 60 anni di età. Resta ferma la possibilità di richiedere la pensione di anzianità con i requisiti eventualmente già maturati al 31 dicembre 2011 e la pensione c.d. opzione donna avendo raggiunto entro il 31 dicembre 2019 i requisiti di 35 anni di anzianità contributiva e 58 anni di età (59 per le lavoratrici autonome). La pensione c.d. quota 100, introdotta dal precedente governo giallo-verde e destinata a coloro che, nel periodo compreso tra il 2019 e il 2021, hanno maturato un’età anagrafica non inferiore a 62 anni e di un’anzianità contributiva non inferiore a 38 anni, per un totale pari almeno a 100. Fino al 31 dicembre 2019 era possibile anche accedere alla c.d. APE sociale, un’indennità destinata a durare fino alla maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia a soggetti in determinate condizioni previste dalla legge che abbiano compiuto almeno 63 anni di età e che non siano già titolari di pensione diretta in Italia o all’estero.

Una delle misure più inique della riforma Monti-Fornero del 2011 fu l’abrogazione degli istituti dell’accertamento della dipendenza dell’infermità da causa di servizio, dell’equo indennizzo e della pensione privilegiata per tutti i dipendenti pubblici, a eccezione del personale appartenente al comparto sicurezza, difesa, vigili del fuoco e soccorso pubblico. In conseguenza di questa scelta legislativa, il personale sanitario che durante l’emergenza sanitaria coronavirus si è ammalato o ha perso la vita, non potrà godere di tutti quei benefici che una volta spettavano in conseguenza delle infermità contratte per causa di servizio.

Non è questa la sede per approfondire i vari istituti che consentono la riunione dei contributi giacenti presso le diverse gestioni pensionistiche, siano esse interne all’Inps o esterne (casse autonome). Oltre agli istituti già consolidati della ricongiunzione e della totalizzazione, negli ultimi anni ha acquisito notevole importanza il c.d. cumulo, che rispetto alla ricongiunzione ha il vantaggio della gratuità e rispetto alla totalizzazione ha il vantaggio di non precludere il calcolo retributivo del trattamento pensionistico.

Le pensioni liquidate con il sistema contributivo, invece, avrebbero dovuto essere sostenute mediante un sistema di indicizzazione e l’introduzione di elementi propri della tipologia c.d. a prestazione definita: ai futuri pensionati assunti dopo il 1° gennaio 1996 deve essere garantito un tasso di sostituzione (rapporto tra la pensione e l’ultima retribuzione) minimo inderogabile.

Per una nuova previdenza pubblica

In ogni caso, sarebbe auspicabile rivedere l’attuale normativa pensionistica sulla base dei seguenti criteri: 1) fissazione del requisito massimo dei 65 anni per l’accesso alla pensione di vecchiaia; 2) fissazione del limite massimo dei 40 anni per l’accesso alla pensione anticipata; 3) piena salvaguardia dei lavoratori che perdono il lavoro dopo i 55 anni, con diritto di accesso anche anticipato al trattamento pensionistico; 4) completamento dell’opera di armonizzazione e semplificazione della normativa pensionistica mediante l’adozione di un codice o testo unico della previdenza sociale; 6) tutela del sistema previdenziale pubblico obbligatorio e conferma della sua centralità rispetto a qualsiasi sistema di previdenza complementare o integrativa.

Fermi restando i provvedimenti proposti, l’unica soluzione duratura al problema della sostenibilità del sistema pensionistico nel lungo periodo resta da un lato l’abbassamento del c.d. indice di dipendenza, ovvero il miglioramento del rapporto numerico tra pensionati e lavoratori attivi, perseguibile in modo strutturale attraverso un piano nazionale di reinserimento nel mondo del lavoro dei disoccupati italiani attraverso un sostegno alle famiglie con figli in vista di un incremento demografico della popolazione italiana, non certo attraverso l’ormai totalmente screditata teoria degli immigrati che ci pagherebbero le pensioni.

Aver ritardato ulteriormente l’accesso alla pensione è stata una scelta, oltre che molto più penalizzante rispetto agli altri Stati europei, sicuramente insensata in un quadro finanziario di ormai raggiunta piena sostenibilità del sistema pensionistico italiano. In ogni caso la previdenza, come ogni altro aspetto della vita economica nazionale, cesserebbe di costituire un problema se l’Italia, uscendo dall’Unione Europa e dall’Eurozona, recuperasse la propria sovranità e in particolare l’uso delle leve monetaria e fiscale, potendo in tal modo garantire i necessari interventi riequilibrativi anche a favore del sistema pensionistico.

Carlo Altoviti

3 Commenti

  1. Bravissimo il relatore. Io mi occupo della stessa materia e finalmente sento esprimere chiaramente quella che è la situazione pensionistica italiana.
    C’è una preoccupazione da parte mia, e penso neanche troppo immotivata.
    L Inps è un forziere molto appetibile, sul quale hanno messo le mie in parecchi, a cominciare dalle assicurazioni/banche con il trucchetto della previdenza complementare.
    La previdenza deve rimanere assolutamente pubblica, e gestita dallo stato.
    Via i tentacoli delle banche dalla previdenza

    • Concordo pienamente con Elena. Ho però seri dubbi sull’ aspettativa di vita in aumento… Con la innegabile, attuale, caduta della qualità della vita, l’ esistenza si accorcerà.

  2. Sicuramente 65 anni é l’età di riferimento per fissare il pensionamento, che credo vada messo su base volontaria, perché se un/a lavoratore/trice ha superato quell’età e si sente ancora di lavorare, é giusto permettergli di continuare a farlo.

    A mio avviso però più che in base agli anni dei contributi bisogna la pensione va data in base al numero di figli generati. Ad esempio, chi ne ha fatti due va a 65 anni, chi ne ha fatti meno a 70 e chi non ne ha fatti 75. Chi ne ha fatti 3 pensione a 60 anni, da 4 in su a 55. Lo reputo un criterio giusto perché sono i figli che pagano le pensioni ai genitori, non il contrario. Con l’attuale sistema, un lavoratore deve pagare la pensione non solo a suo padre, ma anche a chi di figli non ne ha fatti.