Partiamo dai fondamentali: l’euro – nella sua veste «fisica», sotto forma di banconote cartacee o monete metalliche – è l’unica valuta a corso legale all’interno dell’unione monetaria. Non siamo noi a dirlo, ma il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea all’articolo 128 e il regolamento 974/98 del Consiglio Ue. Si tratta di fonti primarie del diritto comunitario, rispetto alle quali possiamo muovere (e muoviamo) ogni sorta di critica, ma nel cui merito risulta un po’ complicato derogare. Specie se l’osservazione parte da presupposti che definire fragili è fargli un complimento. Come nel caso dell’ormai annosa vicenda sull’obbligatorietà o meno dei pagamenti elettronici per combattere l’evasione fiscale.

Un dibattito infinito

La vicenda è nota e riguarda la «soglia» oltre la quale chi intende ricevere un pagamento non potrebbe esimersi dall’accettarlo, su richiesta del cliente, in formato digitale. Inizialmente fissata a 30 euro, poi innalzata a 60, mentre questa edizione va in stampa la discussione parlamentar-governativa è ancora in corso.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di gennaio 2023

Il valore in sé, in realtà, non ci è di grande interesse. Se prima abbiamo accennato al merito, la questione ora diventa di metodo. E risponde a una precisa domanda: perché forzare un esercente o un libero professionista a dotarsi di Pos – o qualsiasi altro strumento telematico – per incassare i corrispettivi per i beni ceduti o i servizi prestati? Se l’unica moneta avente corso legale è quella fisica e tangibile, questi potrebbe benissimo rifiutarsi. E il cliente, se proprio non volesse fare a meno di pagare con il Pos, sarebbe libero di rivolgersi ad altri. Finirebbe qui, non fosse che sul tavolo viene immediatamente gettato il tema dell’evasione fiscale, che a sua volta fa immancabilmente il paio con un altro limite: quello all’utilizzo del contante.

Gira che ti rigira, siamo sempre nelle stesse variazioni sul tema. Identico è sempre l’assunto: maggiore circolazione del contante = maggiori somme nascoste al fisco. Un pagamento effettuato in forma digitale è più facilmente tracciabile, su questo non ci piove. Ma siamo sicuri del contrario, cioè che – estremizzando il discorso – eliminando del tutto il contante, se tutti i pagamenti fossero dunque dematerializzati, a ciò corrisponderebbe una minore, pressoché azzerata secondo alcuni, infedeltà fiscale?

Evasione fiscale: il vero punto

Numerosi studi hanno provato ad analizzare la presunta correlazione, offrendo tuttavia risultati contraddittori. La verità, insomma, è che non vi è alcuna prova di ciò. Basti pensare alle vicissitudini italiane degli ultimi dieci anni, con tetti inseriti e poi modificati, resi di volta in volta più o meno restrittivi, ma senza alcun impatto sensibile sui dati – anch’essi da prendere con le molle, essendo la risultante di analisi deduttive caratterizzate perciò da un forte margine di indeterminatezza – relativi all’evasione fiscale, rimasta pressoché costante nello stesso periodo.

Poi certo, ci si può continuare a baloccare disquisendo di boss della malavita che ancora trattano affari con la proverbiale valigetta stracolma di contanti, la cui libertà di utilizzo sarebbe un favore nei loro confronti. Peccato che le mafie siano già da tempo operative sul terreno delle criptovalute, sfruttando la riservatezza dei portafogli anonimi che queste garantiscono. Se l’ultimo fenomeno è difficile da cogliere, più osservabile è invece quello dei profitti che grandi aziende – i colossi della tecnologia, ma non solo – riescono a…

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