Roma, 02 ott –  La Germania si muove da sola nella lotta contro il caro energia. Pochi giorni fa Olaf Scholz in una conferenza stampa con i ministri dell’Economia Robert Habeck e delle Finanze Christian Lindner ha annunciato una nuova misura per calmierare il prezzo dell’energia.

Si tratta di un finanziamento fino a 200 miliardi di euro al Fondo di stabilizzazione economica (Wirtschaftsstabilisierungsfonds Wsf) con il compito di frenare la pressione al rialzo dei prezzi del gas. Il provvedimento si struttura come uno scudo difensivo che permetterà a Berlino di salvaguardare le imprese e le famiglie tedesche. Vediamo perché.

Il Fondo di stabilizzazione economica

Il Wsf è uno strumento che già fu utilizzato ai tempi del Covid. Il Fondo creato nel marzo 2020 e mantenuto operativamente attivo fino allo scorso giugno, riceve così nuovo carburante che eviterà un rallentamento eccessivo della locomotiva d’Europa. Gli ostacoli sono tanti: la recessione è alle porte e l’inflazione viaggia al 10%, +2,1% rispetto ad agosto.

Nella già citata conferenza stampa in cui è stato presentato questo progetto si è parlato solo dei principi e delle motivazioni, non sono stati svelati i dettagli. È ancora troppo presto. Il pacchetto da 200 miliardi di euro dovrà essere approvato entro quattro settimane dai due rami del parlamento, il Bundestag e il Bundesrat, la camera dei Länder.

Il Wsf, in sintesi, consentirà allo Stato federale di farsi carico in gran parte del caro bollette. Servirà ad alleggerire l’onere dell’alto prezzo del gas per imprese, Pmi, artigiani, famiglie e pensionati, compensando direttamente i produttori/distributori e riducendo la forchetta tra i prezzi di mercato e i prezzi di vendita alla clientela. La Germania prova a risolvere da sola i suoi problemi senza aspettare il famoso price cap che al momento appare piuttosto utopico.  

Lo “scudo” e la guerra

Nel presentare i principi ispiratori di questo “scudo” il cancelliere non ha esitato a parlare apertamente di guerra: “La Russia prosegue l’aggressione all’Ucraina e ora utilizza le forniture energetiche come arma di guerra”, ha esordito Scholz “dopo gli attacchi ai gasdotti Nord Stream il gas non arriva più da Mosca. Siamo preparati a questa situazione, riceviamo forniture da altri paesi, ma questo non impedirà l’aumento dei prezzi del gas che oggi diventano la priorità del governo”. Da notare i termini bellicisti (scudo, guerra). Quest’ultimi servono a giustificare l’eccezionale ricorso alla spesa pubblica.

Dello stesso parere i suoi vice. Robert Habeck ha parlato di “un enorme forza finanziaria” che viene in aiuto di cittadini e imprese. “La guerra militare rischia di diventare una guerra economica”, ha proseguito il ministro dell’Economia, aggiungendo che l’impegno del Fondo di stabilizzazione si propone come misura non burocratica, veloce e potente per il volume finanziario impegnato.

E di “guerra energetica”, ha parlato anche Lindner, paventando un attacco al benessere e alla prosperità dei paesi occidentali: “È una risposta diretta a Putin, noi siamo economicamente forti e mobilitiamo questa forza quando è necessario”.

Il Fondo di stabilizzazione economica e il debito pubblico

A questo punto si pone un problema. L’austera Germania non può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Lo “scudo” che servirà in questa “guerra economica” ha un prezzo. Per questo non mancano i clamorosi ripensamenti. Ad esempio il ministro delle Finanze Christian Lindner, (“falco” rigorista dei Liberali). In pochi giorni Lindner è passato dalla proposta di un ritorno al Patto di Stabilità al via libera al nuovo bazooka contro il caro bollette. C’è anche da dire che il predecessore di Lindner, Olaf Scholz (oggi cancelliere) aveva messo in cantiere sia spese per il riarmo della Germania che misure costosissime per contrastare la dipendenza del gas da Mosca.

Tutti questi provvedimenti uniti al Wsf non possono non creare altro debito pubblico mettendo in discussione il rigorismo della Germania. Secondo quanto riporta Andrea Muratore su InsideOver: “Berlino è in grado di arrivare a 240 miliardi di nuovo debito nel 2022, una quota pari al 6% del Pil. Alla faccia di ogni prospettato ritorno all’austerità. Dal 58,9% del 2019 la quota debito/Pil è salita al 68,3% nel 2021; ora l’indebitamento netto lo potrebbe portare, come minimo, al 70,9% a fine anno con prospettive di peggioramento connesse alla prossima recessione”.

Il mito dell’austerità inizia a sgretolarsi perfino in Germania sarà il caso di cominciare a ripensare la funzione del debito pubblico non solo in Italia ma anche in tutto il Continente europeo.

Salvatore Recupero

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3 Commenti

  1. Dalla Svizzera la Germania è considerata solo un grande cantone con l’ Austria cantone e basta. Partite da qui per comprendere gli sviluppi in frenata, retrogradi e giunti alla pura sopravvivenza materiale dei crucchi sempre più incapaci di fare storia causa il cancro globalista, alias capitalismo saccheggiatore che hanno nutrito in qualità e che ora li uccide in quantità ben più fatturante…

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