Il Primato Nazionale mensile in edicola

lavoro neroRoma, 15 ott – Un aumento continuo, costante, senza fiammate improvvise ma anche senza tregua. Aiutato dalla crisi e dalle scellerate politiche di svalutazione interna, il lavoro nero non smette di crescere, facendo segnare ad ogni rilevazione nuovi record.

Gli ultimi dati disponibili sono quelli appena pubblicati dall’Istat, che nel rapporto sull’economia non osservata traccia un quadro che non offre segnali confortanti. Il totale del sommerso vale, in Italia, qualcosa come 211 miliardi di euro, il 13% del Pil. Numeri ovviamente solo stimati, dato che non è agevole definire la dimensione delle attività nascoste agli occhi del fisco e delle amministrazioni pubbliche. Un carico, quello degli oltre 200 miliardi di prodotto interno lordo, che porta con sé un ovvia e pesante carico di lavoratori che, per le statistiche ufficiali, lavoratori non sono. Eppure prestano la loro opera – sotto forma di lavoro nero, appunto – in una miriade di settori, ma senza godere di alcun tipo di tutela: spesso esclusi dai contratti collettivi, senza coperta Inail in caso di infortuni, zero versamenti contributivi all’Inps, niente assegni di disoccupazione, nessuna possibilità di accedere alle forme (cassa integrazione, etc.) di sostegno al reddito previste per le crisi aziendali. Chi lavora in nero è come se non esistesse.

Il problema è che, stando alle cifre fornite dall’ Istat, nel 2014 (ultimi mesi disponibili dalle statistiche) “le unità di lavoro irregolari sono 3 milioni 667 mila, in prevalenza dipendenti (2 milioni 595 mila), in significativo aumento sull’anno precedente (rispettivamente +180 mila e +157 mila)”. Una crescita che fa schizzare all’insù anche il tasso di irregolarità: se per l’economia sommersa è al 13%, per il lavoro nero sul totale degli occupati è al 15,7%, con punte vicine al 50% nei servizi alla persona e vicine al 20% in agricoltura e commercio. L’andamento non lascia scampo a dubbi o interpretazioni di sorta: nell’arco che va dal 2011 al 2014 l’aumento è stato continuo, anno dopo anno, sia fra i lavoratori dipendenti che fra gli autonomi.  Una crescita che ha seguito, passo dopo passo, dal governo Monti in avanti, la politica di svalutazione interna che proprio sul lavoro ha inciso pesantemente al fine di ridurne il peso – in termini di costi – per riassorbire, insieme alla mannaia sullo Stato sociale, gli effetti del cambio fisso. D’altronde, il lavoro nero non è proprio una forma di taglio dei costi?

Filippo Burla