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Roma, 6 dic –  Il tre dicembre scorso Eni e le organizzazioni sindacali aziendali hanno sottoscritto un nuovo protocollo di relazioni industriali denominato “Insieme”. Nel 2020 parlare di contrattazione collettiva può sembrare un’utopia, eppure la società di San Donato Milanese ha accettato questa sfida, così come sta facendo nel campo della transizione energetica.



Le relazioni con i lavoratori

Con il progetto Insieme Eni ha voluto coinvolgere i lavoratori nelle nuove sfide della diversificazione energetica. L’obiettivo è di dar vita ad un nuovo “Patto Generazionale che consenta il rinnovamento e l’aggiornamento delle competenze professionali e l’individuazione di iniziative congiunte con l’obiettivo di costruire, insieme agli stakeholders, un quadro normativo chiaro, favorevole agli investimenti e in grado di combinare la sostenibilità economico-finanziaria con quella ambientale e sociale”. L’azienda inoltre nel comunicato stampa ci tiene a ribadire “l’intenzione di continuare ad investire in Italia per esserne motore di una sospirata ripresa del sistema industriale”.

Attenzione: non si tratta di una concessione paternalistica. Il management dell’Ente nazionale idrocarburi vuole che il processo di trasformazione tecnologica sia condiviso con le maestranze. Un progetto ambizioso che punta sulla partecipazione.

Per passare dalle parole ai fatti il protocollo d’intesa prevede “l’illustrazione del Piano Industriale quadriennale (entro i primi quattro mesi di ogni anno) dei principali investimenti”. L’azienda, in quest’occasione non si limiterà a mostrare una serie incomprensibile di diapositive. Al contrario ci saranno incontri periodici a cadenza semestrale o quando ci saranno comunicazioni rilevanti da condividere. Si costituirà a tale scopo un comitato strategico con composizione paritetica tre rappresentanti aziendali e tre rappresentanti sindacali della segreteria nazionale.

Una nuova organizzazione del lavoro

Il protocollo Insieme non si limiterà soltanto alle strategie industriali, ma comprende anche una parte riguardante le nuove modalità di organizzazione del lavoro. Eni, anche in momento difficile come quello che stiamo vivendo, ha dimostrato di saper conciliare innovativi sistemi di impresa con il benessere dei dipendenti.

Lo smart working era già stato sperimentato nel febbraio del 2017. All’inizio era una possibilità data ai neogenitori, ma quando si è trattato di applicare questo sistema su larga scala l’azienda era pronta. Il direttore delle Risorse umane di Eni Claudio Granata (intervistato da Il Corriere della Sera) ha fatto un bilancio sullo smartworking durante il lockdown e ha annunciato i programmi del gruppo non solo per l’autunno. In uno scenario post-vaccino, Granata stima che “fino al 35% dei dipendenti calcolati su un singolo giorno possa lavorare da remoto. Poi le unità organizzative definiranno rotazioni e ulteriori esigenze. In Italia potrebbero essere coinvolte circa settemila dipendenti. Se le cose dovessero andar bene quella percentuale potrebbe anche crescere in futuro”.

Il dirigente del cane a sei zampe spiega che durante la pandemia “si è generato un meccanismo virtuoso. Forse ha contato anche il tradizionale spirito di appartenenza che ha sempre legato i dipendenti Eni”. Ed è questa la chiave di volta per affrontare ogni difficoltà. Se c’è senso di appartenenza la voglia di collaborare non viene mai meno. Questo dovrebbe spingere i dirigenti delle grandi imprese pubbliche a limitare le esternalizzazioni perché sono foriere di precarietà e danneggiano sia la qualità che la produttività. Nessun lavoratore potrà mai svolgere al meglio la propria mansione se si sente un’auto a noleggio. È auspicabile dunque che altre grandi aziende prendano spunto dal protocollo Insieme per costruire un nuovo modello di relazioni industriali.

Salvatore Recupero



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