Roma, 21 lug – Doveva essere, a detta del premier Giuseppe Conte, “un anno bellissimo”. In sede di manovra, la prima del governo gialloverde contrapposto all’Ue, la crescita era data all’1%. Revisionata poi ad un più modesto 0,2% in sede di Def approvato ad aprile. Fino all’ultimo aggiustamento al ribasso, condotto dall’Ufficio parlamentare di bilancio che, per il 2019, l’ha ulteriormente ridimensionata a +0,1%. Pesano, dopo i dati timidamente positivi del primo trimestre, quelli negativi che ci si attende dal secondo. E senza buone prospettive per gli altri due da qui a dicembre, ciò significherebbe chiudere l’anno in piena stagnazione.

Stagnazione secolare

Nonostante la cosiddetta “manovra del cambiamento”, di cambiamento se ne vede bene poco. A partire dal fatto che la prima finanziaria a firma Lega – M5S non si discosta se non per pochi decimali dal quadro di austerità in cui siamo invischiati dal governo Monti in avanti. Austerità che significa avanzo primario, infiniti confronto con Bruxelles per limare ed aggiustare i saldi, impossibilità di mettere in campo quelle risorse (a deficit) che servirebbero per rilanciare la nostra economia. Con il risultato che la stagnazione è ormai “secolare” e dura ininterrotta dal 2000, da quando cioè l’Italia è cresciuta in media solo dello 0,5% l’anno.

Deficit e debito

L’aggiornamento delle previsioni di crescita non ha rilevanza solo in termini statistici. Mancano gli obiettivi prefissati in sede di manovra, infatti, a cascata gli effetti si fanno sentire anche su tutti gli altri fondamentali.

Anzitutto il deficit, che a condizioni invariate sforerebbe e non di poco quanto concordato con la Commissione Ue. Da qui i correttivi messi in atto nelle scorse settimane. Con l’assestamento di bilancio sono state trovate le risorse, oltre che per evitare la procedura d’infrazione, anche per far scendere il rapporto deficit/Pil dal 2,4% indicato nel Def primaverile al 2,1%. A farne le spese sono stati i fondi inutilizzati per quota 100 e reddito di cittadinanza, che non verranno dunque reinvestiti. Stesso discorso per l’extradividendo richiesto a Cassa Depositi e Prestiti. Meglio non va – fino a prova contraria sono risorse drenate all’economia – dal lato del fisco, che nel corso dell’anno ha fatto sentire il suo peso registrando 3,5 miliardi di entrate in più.

In secondo luogo il debito, che come il deficit soffre della stagnazione che non permette al denominatore (il Pil) di crescere e dunque di contribuire a ridurre il rapporto. Il quale è destinato a salire al 134%, ben più alto rispetto al 132,8 riportato nel Def e con l’ormai impossibile obiettivo (messo nero su bianco dal ministero dell’Economia nel documento programmatico di bilancio 2019) di portarlo attorno, se non sotto, al 130% già quest’anno.

Filippo Burla

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